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La "Soave new generation": "Gestiamo le aziende di famiglia e rilanciamo il territorio"

on 14 Giugno 2018. Pubblicato in Archivio articoli dal 05/04/2011 - Vini e territori

Un viaggio nei territori del Soave alla scoperta delle nuove generazioni di vignaioli: sono preparati, determinati e hanno le idee chiare per ridare al Soave il prestigio che in questi ultimi anni ha un po' perso


(1: Chiara Coffele; 2: Giulia Franchetto; 3: Gloria Dal Bosco; 4: Fabio Tirapelle; 5: Matteo Inama; 6: Laura Rizzotto)

di Giorgio Vaiana

Erano lì un attimo prima a giocare con le scatole vuote delle bottiglie di vino, a rincorrere una farfalla tra le vigne e oggi, improvvisamente, li vedi nei loro uffici a mandare mail, fare telefonate, poi spostarsi in cantina, assaggiare, annusare, dire la loro. 

Da queste parti si cresce a latte, soave e biscotti. Il Soave è una costante in questa nuova generazione di ragazzi che decide di rimanere, prendere in mano le redini dell’azienda e tentare il rilancio di una denominazione che, in questo periodo, non se la passa molto bene. Non dal punto di vista della qualità. Anzi. Mai come prima d’ora si sono fatti vini Soave di una qualità così elevata. Ma come percezione della denominazione dentro e fuori i confini nazionali. I ragazzi della “Soave new generation” stanno iniziando una loro piccola rivoluzione. Tre giovani sono entrati a far parte del Cda del Consorzio, altri due sono stati inseriti come auditori. Insomma un ricambio generazionale è in corso da queste parti. E lo tsunami dei cambiamenti pare proprio essere solo all’inizio.


(Fabio Tirapelle)

Fabio Tirapelle, per esempio, ha 19 anni. Un esame di maturità alle porte per prendere il diploma di perito agrario. Ma, nonostante tutto, non si ferma un attimo e lo trovate ogni giorno in azienda. Da cinque anni ormai lavora fianco a fianco al padre. Prima andare per le vigne era quasi un dovere, poi la passione ha preso il sopravvento “e sto in vigna con lui dalla mattina alla sera – dice Fabio – Il mio compito? Cercare di portare fuori dai confini nazionali la storia della nostra cantina e dei nostri vini”. Il Soave è un mondo in evoluzione, in grande fermento. C’è un’aria di cambiamento. La percepisci. “I nostri vicini del Prosecco fanno più numeri, ma noi ci difendiamo – dice Fabio – Al di là della qualità che produciamo, c’è un rispetto della vigna e della biodiversità che non si trova in molti altri posti nel nostro paese. E’ una vera e propria viticoltura eroica. La maggior parte dei vigneti si trovano in collina, in un territorio unico, con un terreno che dona delle caratteristiche impossibili da replicare altrove”. Fabio lavora nell’azienda di famiglia che ha un vigneto molto grande, di circa 40 ettari, perché produce uve che poi vengono conferite altrove. Nel 2004, però, il padre decise di fare una propria linea di vini: una piccola quantità, appena 15 mila bottiglie ma che stanno dando grandi soddisfazioni alla famiglia: “Ci stiamo provando, un passetto alla volta – dice Fabio – Per ora siamo concentrati sul mercato nazionale, con la presenza in qualche enoteca all’estero”.


(Gloria Dal Bosco)

Gloria Dal Bosco, invece, di anni ne ha 21. L’azienda di famiglia si chiama Le Battistelle. Lei dice che non ha un ruolo: “Bisogna essere multitasking”. D’altronde è così quando le aziende sono piccole: qui, per esempio, ci sono 9 ettari di vigneto e una produzione di circa 30 mila bottiglie. “Sono sommelier – dice Giulia – ora in azienda mi occupo un po’ di tutto insieme a mio fratello Andrea che ha 27 anni. Quando andavo a scuola il mio aiuto era molto limitato, ma qui ci sono praticamente nata. Da piccola mi ricordo che stavo in cantina a giocare con le scatole vuote”. Obiettivi chiari, però: “Vorrei riuscire a trasmettere il messaggio che il Soave è una viticoltura eroica, è composto da un territorio unico – dice Gloria – Questo vino è sempre più apprezzato proprio dalle nuove generazioni. E’ un vino che si presta ad una beva incredibile e non ti stancherà mai. Ma c’è bisogno di comunicarlo, attraverso i social soprattutto”.


(Laura Rizzotto)

A proposito di comunicazione. Laura Rizzotto, 35 anni dell’azienda Balestri Valda, ha la sua teoria: “Abbiamo lasciato fare un po’ troppo a persone di una certa età che andavano avanti con princìpi che andavano bene negli anni ’80 – dice – Oggi paghiamo un ritardo di 30 anni”. Lei che ha una formazione umanistica e una laurea in Lettere e Filosofia è cresciuta nel mondo del Soave. Il nonno prima e il padre poi si sono sempre occupati di uve e vini. “A 21 anni mi sono inserita in cantina – dice – Siamo un’azienda a conduzione familiare e i ruoli sono molto flessibili. All’inizio mi occupavo principalmente di comunicazione, poi di marketing. Ma nel corso degli anni ho sviluppato una passione per la vigna incredibile”. E così ha convinto il padre Guido a convertire l’azienda (15 ettari di vigneti e 4 tra bosco e frutteto) in regime biologico: “Ho dovuto faticare e non poco – dice ridendo Laura – Mi sono dedicata anche all’apicoltura, perché ritengo sia fondamentale che chi lavori le vigne si occupi anche del rispristino della biodiversità e della tutela del territorio”. Sono 70 mila le bottiglie che si producono qui, con una vendita del 60 per cento concentrata all’estero tra Stati Uniti, Canada e Nord Europa: “Ci stiamo impegnando anima e corpo per far tornare il Soave dove merita – dice – Siamo un gruppetto di giovani con tanta voglia di fare. Ma devi stare seduto al tavolo giusto se vuoi fare qualcosa. Per questo la presenza di alcuni di noi all’interno del Consorzio è fondamentale. Qui si fanno degli ottimi prodotti, ma stiamo pagando per errori fatti nel passato e non nel presente. Dobbiamo rifarci un’immagine. Siamo visti come un vino classico. E non è così. Ci vorrebbe una cooperativa seria che possa gestire questa rinascita, un po’ com’è successo nel Trentino Alto Adige”. Emerge, in tutti i giovani produttori, una sana rivalità con il mondo del Prosecco: “Per fare fortuna serve il famoso fattore “C” – dice Laura – Loro lo hanno avuto. Ci sono denominazioni che non si capisce come mai ad un certo punto abbiano un tale successo. Non mi piace parlare di prezzi. Io credo che, e ce lo dimostrano per esempio i francesi, si possano fare vini diversi che abbiano lo stesso nome che si vendano a 2 euro e a 200 euro. La differenza sta nella qualità. Ci devono essere motivazioni legate alla percezione del prodotto”. 


(Giulia Franchetto)

Poi c’è Giulia Franchetto, 28 anni, una laurea in enologia e sei anni di esperienza nella gestione dell’azienda di famiglia: “Questo è un territorio bellissimo e i vini esprimono al meglio le caratteristiche di queste zone”. Era il 1982 quando il padre Antonio iniziò a vinificare. Era stanco di conferire uve nelle cantine sociali: “I tempi rispetto a 30 anni fa sono completamente diversi – dice Giulia – Oggi è facile trovare vini provenienti da tutto il mondo di altissima qualità. Basta andare nelle enoteche per bere vini della California, del SudAfrica, Nuova Zelanda o la stessa Francia. C’è tantissima competitività e non è facile presentare un Soave che comunque, dobbiamo dirlo, ha fatto la storia dei vini bianchi italiani. Ma io sono positiva. I vini Soave hanno una grandissima personalità ed entusiasmano le nuove generazioni”. Ma si tratta di un lavoro che è ancora all’alba: “Ci sono tante potenzialità di crescita – dice Giulia – Dobbiamo lavorare tutti insieme per permettere alle persone che non conoscono i nostri vini di presentarglielo nel migliore dei modi. Come saranno questi territori fra 20 anni? Mi piacerebbe avere la sfera di cristallo. Nel frattempo penso positivo. Se riusciamo ad attuare tutti i progetti che abbiamo in mente, sono sicura che il Soave tornerà ad avere quello scintillio che aveva una decina di anni fa”. La loro azienda si estende per circa 15 ettari e si coltivano principalmente Garganega e Durello per una produzione di circa 40 mila bottiglie. Il 75 per cento va fuori dai confini nazionali, soprattutto in Europa con Germania, Danimarca, Inghilterra, Finlandia e Belgio e qualche cosina tra Stati Uniti, Canada e Giappone. 


(Matteo Inama)

Matteo Inama, invece, ha 36 anni. Una laurea in economia aziendale e non si aspettava certo di iniziare a lavorare nelll'azienda di famiglia: “Prima di entrare a far parte del magico mondo della finanza e delle banche ho capito di essere fortunato – dice Matteo – Perché abbiamo un’azienda di famiglia. Ho studiato tre anni a Londra l’inglese e lì mi sono cominciato ad avvicinare al mondo del vino come manager, per capire veramente se questo mondo faceva per me oppure no”. Il nonno prima, il padre poi che ha preso in mano le redini della cantina: “Papà è figlio unico e ha chiesto un aiuto a noi tre figli (oltre a Matteo ci sono Alessio e Luca), lui lavorava nel campo delle biotecnologie – racconta Matteo – nessuno nella nostra famiglia si era mai occupato di agricoltura. E i miei genitori non avevano imposto a nessuno di noi di lavorare nel mondo del vino. La produzione di vino era iniziata nel 1991. Andavo ancora all’università. Oggi seguo un po’ la produzione, il personale e la parte strategica di analisi e programmazione”. Anche Matteo ha notato quest’onda lunga di nuovi giovani che stanno arrivando nel mondo del Soave: “C’è in atto un forte ricambio generazionale – dice – Il Soave ha bisogno di ossigeno e solo noi giovani possiamo darglielo. Credo che ci siano delle condizioni positive perché questo avvenga. Ma si tratta di un percorso lungo e che va affrontato in maniera preparata. Il Soave già in qualche caso si è posizionato nel mondo dell’alta ristorazione. Ora si deve continuare a ricreare quella percezione positiva e di qualità che il nostro marchio merita”. L’azienda Inama si estende per circa 65 ettari e produce una media di 600 mila bottiglie l’anno (più bianco che rosso). Il 35 del mercato si concentra all’interno dei confini nazionali, il 25 per cento in Europa, il 30 per cento negli Stati Uniti e il restante 10 per cento nel resto del mondo. 


(Chiara Coffele)

Chiara Coffele ride quando le diciamo che anche lei fa parte della “Soave New Generation”: “A 42 anni suonati è un bel complimento essere definita giovane”. Una laurea in lingue e letterature straniere nel cassetto, un lavoro in azienda cominciato ben 17 anni fa, nel 2001. “Siamo una piccola realtà del Soave – dice – Mi occupo principalmente di commerciale, ma se serve vado anche a fare le consegne”. Ma proprio piccola l’azienda non è: 27 ettari di cui 25 vitati e una produzione che si aggira tra 120 e 130 mila bottiglie l’anno, la prima a ricevere la certificazione biologica da queste parti e un mercato che per l’80 per cento vende all’estero con Norvegia, Stati Uniti e Giappone come paesi di riferimento. Chiara è una che ha sempre creduto sull’associazionismo, sul fare rete o sistema, insomma come meglio vi pare dirlo: “Avevo provato a creare un’associazione di giovani produttori del Soave qualche anno fa – dice – Eravamo un bel gruppo. Devo dire però, che i giovani dopo di noi, la “nuova” nuova generazione sono riusciti ad entrare a far parte delle aziende di famiglia molto prima di noi. Nel senso che noi avevamo ancora i genitori troppo presenti. Oggi invece mi fa piacere non solo vedere tanti giovani, ma soprattutto tante ragazze”. Chiara si incupisce quando le chiediamo di parlare del Soave: “Non se la passa molto bene – dice – Una denominazione che ancora oggi è bistrattata – dice – e una qualità che non è per niente riconosciuta nel prezzo di vendita. Il Soave si trova nei supermercati Lidl in Germania a 1,49 euro. E la gente che lo sa poi ci chiede del perché in Italia lo devono pagare 10 euro. Di chi è la colpa? Non uno in particolare. Il consorzio ha lavorato e lavora nel migliore dei modi possibili. Diciamo che è stata una serie di sfortunati eventi”. Per Chiara, il problema del Soave è l’aver messo insieme troppe realtà così diverse: “A partire dalla Docg che doveva essere, a rigor di logica, data alla denominazione Soave Classico e non Superiore. E’ stato fatto un grave errore di valutazione. Lavorare in collina è molto più costoso che lavorare in pianura. E poi, se i nostri nonni piantavano mais in pianura e vigne in collina, un motivo doveva pur esserci”.  Un problema che per Chiara è anche legato al nome: “Magari potrò apparire folle, ma è impossibile che da queste parti coesistano aziende così diverse che producono un vino con lo stesso nome – dice Chiara - Bisognerebbe chiedere ai grandi di cambiare nome ai loro vini. A cosa serve scrivere “soave” se poi vendi a 1,49 euro un vino? Con un altro nome qualsiasi, magari accattivante, a quel prezzo lo vendi lo stesso. Oppure noi piccoli dovremmo pensare a come farlo noi un nome nuovo”. Ma Chiara non si scoraggia: “Vent’anni fa avrei detto che il Soave sarebbe diventato il vino più venduto nel mondo nel giro di qualche decennio – conclude – Non è andata così. Ma rimango positiva. Perché c’è un aumento delle richieste e credo di poter dire che con l’avvento delle nuove generazioni di produttori e consumatori il Soave potrà essere un vino molto richiesto, ma soprattutto pagato per quello che vale”. 

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