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03
Mar

Nel ricordo di Giacomo Tachis: dalla sua allergia al polline al vino che cambiò per sempre

on 03 Marzo 2016. Pubblicato in Archivio articoli dal 05/04/2011 - La degustazione


(Ilaria Tachis)

di Michele Pizzillo

Quando una malattia potrebbe anche essere benedetta … dagli altri. 

E’ il caso dell’allergia da polline di cipresso, che i viticoltori siciliani e sardi dovrebbe ringraziare per i suo effetti benefici  perché l’uomo che ha guidato il rinascimento del vino delle isole, Giacomo Tachis, ne era allergico e quando invadeva la Toscana, dove viveva da quando era diventato l’enologo di Antinori, scappava nelle isole, una sorta di amore viscerale, anche con la certezza che i loro abitanti non erano consapevoli della ricchezza rappresentate dalle loro uve da vino, bastava solo utilizzarle meglio.
A ricordare Giacomo Tachis, riconosciuto padre del rinascimento dei vini italiani e creatore di grandi prodotti come Sassicaia, Tignanello, Solaia, a qualche settimana dalla scomparsa, ci ha pensato la rivista Civiltà del Bere dedicandogli un apposito convegno in occasione di “Simply the best”, la grande degustazione dei vini top segnalati dalle principali guide dei vini italiani che ogni anno organizza a Milano e questa volta addirittura in cinque giornate, ma non consecutive. Un convegno condotto dallo stesso direttore della rivista, Alessandro Torcoli, con le testimonianze dei produttori che hanno chiesto “aiuto” a questo gigante quando decidevano di produrre grandi vini.


(Priscilla Incisa della Rocchetta)

E di grandi vini, Tachis, ne ha creato molti, oltre i tre famosi già ricordati. Eppure Giacomo Tachis ha iniziato a lavorare in un piccola cantina romagnola che produceva vini su commissione. Poi, “arrivò da noi su segnalazione di uno dei maggiori studiosi delle vite, Giovanni Garoglio, quando mio padre decise che era arrivato il momento di dare una scrollata ad un Chianti alla deriva visto che i consumatori non lo ritenevano vino di qualità e quindi cercava il tecnico giusto per la svolta - ha ricordato Piero Antinori a Milano, nei grande museo della scienza dedicato ad un altro grande toscano, Leonardo da Vinci -. Insieme iniziammo a frequentare Bordeaux e l'enologo Emile Peynaud. Dalle lezioni francesi Tachis importò un nuovo modo di fare vino, cominciando con il Tignanello, nel 1970” che Antinori rammenta come un misto tra intuito e sperimentazione ma non fu capito subito. Saranno gli enotecari di Vinarius a decretarne il successo e “a farci capire che i mercati erano pronti ad accettare vini di qualità”. E, così nel 78 nasce il Solaia che con la vendemmia 97 fu premiato da Wine Spectator come miglior vino dell'anno. Sino ad arrivare a Guado al Tasso che Tachis mise a punto nella tenuta di Bolgheri negli anni 90. Conclude, Antinori: “Cosa sarebbe oggi l'azienda Antinori senza questi vini? Sicuramente saremmo stati qualcosa di diverso”.
E, aggiunge, a nome del padre Niccolò custode della qualità del miglior vino del secolo, Sassicaia, Priscilla Incisa della Rocchetta: “Senza Tachis non avremmo fatto questo grande vino e sicuramente avremmo continuato ad allevare cavalli e a produrre bulbi da fiori, anche il vino ovviamente, ma senza scoprire l’oro che abbiamo in vigna”. E, aggiunge, “La “vita” di Tachis con mio nonno  non è stata facile perché non condivideva le scelte dell’enologo che aveva l’incondizionata fiducia di mio padre Niccolò e di Piero Antinori, che per chi non lo sa, sono figli di sorelle”  che, possiamo dire, sono sempre stati dei “tachisiani”  fedeli nei secoli.

Ma a parlare di Tachis fuori dai confini toscani ci penserà Massimo Bernelli di Umani Ronchi, a cui regalerà il Pelago, prodotto in una regione come le Marche conosciuta per la produzione di vini bianchi. Ma il tocco di questo “semplice mescolatore di vini”, come amava definirsi Tachis, alla stregua di novello Re Mida, trasformava in oro tutto quello che toccava o meglio, che miscelava perché, diceva, il segreto e la differenza sta tutta in una miscela dosata, perfetta, interprete dei tempi e del territorio.
Filosofia applicata anche al Turriga di Argiolas, un blend di vitigni autoctoni: cannonau, bovale, carignano, malvasia nera. Un blend che Valentina Argiolas, con un breve e brillantissimo intervento nel ricordo di Tachis che “quando arriva da noi coinvolgeva la nostra e la famiglia di mio zio con la sua presenza davvero armoniosa, tanto che noi bambini lo vedevamo come una sorta di “dio”. All’epoca eravamo nessuno, tranne che produttori di una grande quantità di vino. Tachis ci ha trasformato in Argiolas”.
Lo stesso ha fatto con la Cantina cooperativa Santadi, dove Tachis ha continuato a lavorare fino a  quando le forze glielo hanno permesso. Creando il Terre Brune, il primo vino sardo barricato”.
Gli esempi con le altre aziende con cui ha collaborato, li ha ricordati il giornalista Bruno Donati che con il Re-Mida dell’enologia italiana ha scritto un libro di esperienze utili per chi fa l’enologo e chi vuole produrre vino di qualità. Commovente, infine, il ricordo dell’enologo Umberto Trombelli, ritenuto il suo erede; e quello della figlia Ilaria che ha voluto ricordare anche il sostegno della mamma, mancata quattro settimane prima di Tachis e, addirittura alla stessa ora del decesso del papà. Ilaria, intanto, continua a portare avanti l'azienda, Podere La Villa, dove produce Chianti Classico e il vino “A Giacomo”, prodotto in quantità limitata.


(Umberto Trombelli e Massimo Bernelli di Umani Ronchi)

Dal Vinitaly, infine, arriva la notizia che a Giacomo Tachis sarà dedicata una storica degustazione dei suoi vini. La più importante della sua 50esima edizione. “Il racconto di ciò che ha creato lo faranno quei produttori che hanno avuto l’intuizione, il privilegio e l’onore di lavorare al suo fianco”, dice il direttore generale di Veronafiere, Giovanni Mantovani.
Non si può parlare di Tachis senza partire da Galileo Galilei che il nostro considerava il primo enologo della storia del vino. Tant’è che Torcoli ha fatto armoniosamente, tanto per stare in tema, alternare i ricordi con le poesie raccolte da Tachis partendo dal grande Pisano e, cioè,  dalla lettera scritta al conte fiorentino Magalotti: “Il vino è come il sangue della terra, sole catturato e trasformato da una struttura così artificiosa qual è il granello d’uva, mirabile laboratorio in cui operano ordigni, ingegni e potenze congegnate da un clinico occulto e perfetto. Il vino è licòre d’altissimo magistero composto d’umore e di luce, per cui virtù l’ingegno si fa illustre e chiaro, l’anima si dilata, gli spiriti si confortono, e l’allegrezze si moltiplicano.” E, via via, con i componimenti di Salvatore Quasimodo, e in particolare ‘Isola’, i lirici greci, Virgilio, Columella, Orazio.

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