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Giu

Un altro signore del Verdicchio: come Stefano Antonucci ha fatto grandi i Castelli di Jesi

on 03 Giugno 2019. Pubblicato in Archivio articoli dal 05/04/2011 - La degustazione


(Stefano Antonucci)

di Michele Pizzillo, Milano

“Signori, silenzio, parla il Verdicchio”. E, sì! Perché il vino di Stefano Antonucci, vignaiolo di Barbara, borgo a 25 chilometri da Ancona, riesce anche a fare “tacere” un personaggio vulcanico, oltre che competente come Luca Gardini. 

Questo è capitato a noi che, a Milano, abbiamo degustato i vini, centellinando – è proprio il caso di sottolinearlo – il produttore e gustato il quasi “silenzio” di Luca. E, così, siamo arrivati alla conclusione del “silenzio, parla il Verdicchio” dando, però, voce anche al produttore - premiato come vignaiolo della tradizione dalla guida “I migliori 100 vini e vignaioli d’Italia” firmato da Luciano Ferraro e dallo stesso Luca Gardini, pubblicata dal Corriere della Sera e ancora disponibile in edicola – per la sua storia personale di abbandonare l’impiego in banca per trasformarsi i vignaiolo con un unico obiettivo, dimostrare che il Verdicchio è uno dei più grandi bianchi del mondo. Dopo 25 anni, partendo da zero, nel senso che non possedeva nemmeno una vite, tranne il desiderio di bere un Verdicchio che ancora non c’era, è arrivato a 27 ettari di vigna di proprietà più 18 ettari in gestione e una produzione che l’anno scorso ha superato il milione di bottiglie, la metà consumata tra Germania, Olanda, Belgio, Russia, Canada, Messico, Brasile, Australia, Cina e Giappone.

Per affrontare l’importante degustazione milanese, Antonucci ci ha confidato che per essere sicuro di poter affermare, senza rischiare qualche contestazione, che il Verdicchio è uno dei grandi bianchi del mondo, la sera prima, sempre a Milano, ha cenato a Langosteria, facendosi servire due bottiglie del suo Verdicchio di punta, Le Vaglie, vendemmia 2007 e 2010: eccezionali, e per non emozionarsi, ha dovuto stoppare un cenno d’applauso degli amici che lo accompagnavano. Da questo episodio si comincia a capire chi è il vignaiolo di rottura, come lo ha definito qualche esperto, a sentirlo dire “la passione, unita al rispetto della terra e alla voglia di innovare, sono le basi sulle quali abbiamo deciso di improntare la nostra azienda. Ogni vendemmia è un esame importante per quanto riguarda la vita delle nostre uve e delle nostre terre. Quello che ci prefiggiamo, anno dopo anno, è migliorare lo standard qualitativo della materia prima, tenendo conto della tradizione e della storia del terreno e applicando allo stesso tempo, nuovi concetti di produzione, attraverso la pratica del diradamento e una cura maniacale della sanità delle uve”.

Risultato? La produzione di un vino che prima di tutto si deve bere; oltre che a stupire, in continuazione, per la sua personale interpretazione del Verdicchio dei Castelli di Jesi del quale ha contribuito al suo rinascimento, tant’è che oggi sono diverse le aziende che producono ottimi Veridcchio che sanno anche invecchiare molto bene – lo sottolinea lo stesso Antonucci  che sembra pronto per affermare “missione compiuta”, visto che il Verdicchio conquista sempre più estimatori; oltre a stupire per la sua longevità. Siamo convinti, invece, che il vignaiolo di Barbara ha ancora da dire molto sul Verdiccio e non solo, perché non trascura né il Montepulciano e nemmeno il Lacrima di Morro d’Alba oltre a creare vini dal “gusto internazionale” che abbiano originalità e grande personalità come Merlot, Syrah e Cabernet Sauvignon. A Milano, nella raffinata cornice del ristorante Vun dell’elegante Park Hyatt, sono stati degustati quattro vini di Santa Barbara con altrettanti splendidi piatti dello chef bistellato Andrea Aprea (uovo di selva alla vignarola, pecorino e menta; riso limone, gamberi rossi, rosmarino e capperi; manzo pizzaiola disidratata; fragola al maraschino, mascarpone e nepetella). Stefano Antonucci ha contribuito con i vini raccontati – e non poteva essere diversamente, per una giornata speciale come questa – “da un grande professionista come Luca Gardini”, ha detto il rinnovatore del Verdicchio.

Ecco la nostra degustazione

Le Vaglie Verdicchio Castelli di Jesi doc classico 2018



Vino prodotto la prima nel 1992, con l’intenzione di uscire dai soliti schemi della tradizione tanto da divenire il prodotto simbolo dell’azienda, anche per l’affiancamento, nel 2012, in occasione del ventennale della nascita, di altre cinque etichette però tutte colorate. Di colore giallo paglierino brillante con sfumature leggermente dorate, al naso è intenso, persistente e sprigiona profumi floreali e di frutta agrumata e mandorle fresche. La bocca è esaltata da freschezza e sapidità, ben bilanciate dalla struttura possente e, chiude, con un netto richiamo ammandorlato. 

Stefano Antonucci Verdicchio Castelli di Jesi doc classico superiore 2017



Ogni vino di Antonucci ha una sua storia, dice Gardini, anche perché nasce un po’ per caso e un po’ per scommessa. E’ il caso di questo Verdicchio dalla vinificazione che dura quattro settimane per poi passare in barrique di legno francese. L’impatto al naso è intenso, tra frutta ed erbe aromatiche. Al gusto è imponente per struttura, con la barrique che non sovrasta gli aromi tipici del Verdicchio. Tant’è che al palato è sapido, fresco, opulento, equilibrato e con un affascinante finale agrumato con nuances floreali.

Tardivo ma non Tardo, Castelli di Jesi Verdicchio docg classico riserva 2016



Già dal nome si intuisce che Antonucci gioca a stupire gli estimatori dei suoi vini. In questo caso, però, c’è anche il contributo di una grande donna, la pittrice e ristoratrice Catia Uliassi, che ha realizzato l’etichetta in esclusiva perché, insieme, attraverso la vendita di questo maestoso Verdicchio, sostengono la Fondazione Dott. Dante Paladini onlus, impegnata nella cura dei malati neuromusolari. E, quindi, è un vino doppiamente speciale – qualità e solidarietà – affinato per due anni su fecce fini e 6 mesi in bottiglia. Il colore è giallo verdolino luminoso mentre al naso rivela profumi intensi di frutta tropicale con variazioni speziate e penetranti di biancospino, anice, finocchietto selvatico. Si propone al gusto con grande personalità, acidità e sapidità in perfetto equilibrio e, in più, un delizioso finale leggermente amarognolo che invita alla beva. 

Mossone Marche igt Merlot 2015



Il tocco internazionale di Santa Barbara, arriva con questo Merlot in purezza – Mossone deriva da Mossi, soprannome di Antonucci – fermentato in vasche d’acciaio e affinato in barrique nuove di grana fine e media tostatura. Di colore rosso rubino vivace, al naso è avvolgente con i suoi profumi di marasca, mora e nuances balsamiche di liquirizia. In bocca è un vino morbido, elegante, di gran corpo, con note di frutta rossa matura, vaniglia, caffè, cioccolato e tannini morbidi ed equilibrati.

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