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Rinaldi contro l'aumento della produzione di Barolo: "Non facciamo come il Prosecco"

on 05 Gennaio 2018. Pubblicato in Archivio articoli dal 05/04/2011 - L'intervista

di Giorgio Vaiana

Beppe Rinaldi è uno che alle Langhe ci tiene. Lo capisci da come ne parla. La passione che ci mette in ogni singola parola che dice. Unesco, tutela, territorio, protezione: sono termini che nel corso della nostra intervista telefonica ripete più di una volta. 

La questione è delicata "e ci vorrebbe parecchio tempo per affrontarla", dice Rinaldi. Il Consorzio di tutela del Barolo e del Barbaresco ha chiesto e ottenuto dalla Regione di aumentare per il 2018 la superficie di vigneto da coltivare a Nebbiolo da Barolo autorizzando 30 ettari di nuovi impianti (o di riconversioni), 10 in più di ciò che è stato concesso nel 2017. Una scelta che per Rinaldi "è scellerata e fuori da ogni logica". E il produttore piemontese spiega perché: "Siamo entrati a far parte del patrimonio Unesco perché, nonostante le violenze e le ferite commesse su questo territorio negli ultimi 30 anni, rimaniamo sicuramente una delle zone enologiche più belle d'Europa, almeno di quelle che ho visitato io. Sia dal punto di vista di immagine, sia di turismo. E il nostro territorio è strettamente legato al Barolo e al Barbaresco. Anche se abbiamo avuto una fortuna tardiva, ora le Langhe sono un patrimonio di inestimabile bellezza". Per Rinaldi il Barolo è uno dei 5/6 vini nel mondo che più invecchia, più migliora. Ma la fortuna della zona è anche e soprattutto opera dell'uomo: "Mio padre è stato uno dei fondatori del consorzio e io un consigliere, come mia figlia. Poi entrambi ci siamo dimessi - racconta Rinaldi - e vi dico che è triste non esserci. Ma non posso sopportare le scelte scellerate che stanno facendo".

Già, perché se a prima vista un aumento dei vigneti atti a produrre Nebbiolo da Barolo potrebbe sembrare una scelta perfetta ed economicamente vantaggiosa, il ragionamento di Rinaldi fa riflettere. Per mettere a dimora nuove vigne, "per forza di cose si dovranno estirpare quelle di Barbera o Dolcetto, oppure togliere pascoli, o ancora frutteti o noccioleti o anche i boschi - dice Rinaldi - devastando il patrimonio naturale di questa zona e rendendolo monotono". Ma attenzione: "Certo, qualcuno dirà che i terreni triplicheranno il loro valore - dice Rinaldi - e hanno anche ragione. Ma sono poco lungimiranti e non guardano al futuro di questo luogo e di questo vino fra 15, 20 anni". Perché Rinaldi ha le idee chiare: "Il Barolo non deve essere un prodotto per tutti e sempre disponibile - dice - I francesi da questo punto di vista sono sempre due passi avanti a noi. Quali sono le maison più affascinanti e più pregiate? Quelle che magari producono un anno mille bottiglie, un anno non ne producono, il terzo anno escono con una produzione numerata. Ecco scarso, intendo di numero, vuol dire pregiato. Così, invece, facciamo quello che ha fatto, per fare un esempio, il Prosecco. Il mondo chiede Prosecco? Noi glielo facciamo. E abbiamo visto cosa succede. Adesso è la stessa cosa. Il mondo chiede Barolo? Noi glielo stiamo facendo. Sbagliando". Perché adesso, con i cambiamenti climatici si può produrre Nebbiolo un po' ovunque: "E fino agli anni '60 mica era così - dice - Ricordo mio nonno che mi diceva quale zona era vocata alla coltivazione del Nebbiolo e quale no. Di quando si vendemmiava tardi, anzi tardissimo. C'era già freddo e la nebbia. Oggi vendemmiamo un mese prima rispetto al passato. E si produce Nebbiolo anche nelle zone che io definisco di serie B o serie C, di quelle che un tempo facevano vini scarsi da 4 soldi".

Ma il clima non può essere controllato: "Mi auguro che tutto rimanga invariato - dice Rinaldi - ma tutti sappiamo che non è così. E un giorno magari torneranno le temperature rigide. E cosa succederà? Cosa faremo di quel Nebbiolo prodotto in un posto non giusto che darà vino scarso? Lo aggiusteremo nelle cantine? Gli mischieremo uve a bacca nera? Ed è giusto truffare così il consumatore"?  Per Rinaldi un prodotto nobile deve essere scarso, un termine che lui utilizza in senso numerico. Negli anni '60 si producevano circa 6 milioni di bottiglie di Barolo, poi 10, adesso 13. Con l'aumento dei vigneti si potrebbe arrivare a 18 milioni di bottiglie: "Sono le lobby mercantili che sono entrate a far parte del consorzio - accusa Rinaldi - Il mercato vuole Barolo, noi glielo facciamo. Io, invece, la penso alla maniera opposta". Le Langhe sono composte da tante micro-zone con varie altitudini e diversa composizione dei suoli. E le uve hanno diverse caratteristiche anche a distanza di cento metri: "Ci sono posti di serie A per fare Barolo e posti di serie B - dice - Per esempio a me è capitato di produrre vini migliori da vigneti che ritengo non perfettamente adatti al Nebbiolo. La causa? Il clima pazzo che ormai ci condiziona. Il consorzio ha sbagliato a chiedere un aumento delle quantità di vigneti. Il paesaggio monotono, fatto solo di vigneti, alla lunga annoia e stanca".

Che logica c'è, però, nel far aumentare il numero di bottiglie? "Quello di creare una forbice più ampia di mercato - dice Rinaldi - Ci sarà, così, chi per la prima volta potrà dire di fare anche lui un Barolo e poi lo venderà al supermercato a 10 euro e chi farà e continuerà a fare Barolo di elite che magari vende negli Stati Uniti a 400 euro la bottiglia. Così i ricchi saranno ancora più ricchi e i poveri avranno un benessere. Che però sarà solo temporaneo". Perché alla resa dei conti, "quando si faranno certi numeri, i prezzi delle uve e del vino sfuso si calmeranno per forza di cose", dice Rinaldi. Che poi attacca il consorzio: "Il senso del consorzio forse c'era all'inizio - dice - ma quando sono entrate le lobby del mercato, mi sarei aspettato che il consorzio rimuovesse la parola "tutela" dal suo nome. Si sono fatte scelte deliranti e contrarie allo spirito di una zona che è stata tra le prima a darsi delle norme di tutela in Italia". Quindi benefici per chi adesso sceglie di produrre Barolo, ma solo temporanei: "Il problema è che ci si deve porre dei limiti e non sfidare troppo le leggi della Natura - dice Rinaldi - sennò si manda tutto in vacca. Vedo però un andazzo che non mi piace molto. Troppe forme di megalomania in quelle persone che improvvisamente si sono trovate in mano un benessere che fino a poco tempo fa non conoscevano. E sono proprio queste persone che diventano pericolosissime, perché rovinano il territorio anche con costruzioni violente e blasfeme. Si vogliono distinguere e fanno come in epoca medievale, quando il signorotto che comandava si faceva erigere la torre più alta per dimostrare il suo potere. Fino a che arrivava un altro che gliela tirava giù e ne faceva una ancora più alta. Ecco, qui da noi c'è questa sorta di lotta medievale che non giova a nessuno".

La preoccupazione di Rinaldi, però, sono rivolte anche nei confronti dei colleghi "piccoli" (nel senso di quantità di vigneti e bottiglie prodotte): "Proprio da loro mi sarei aspettato una certa etica - dice - Io sono legato ad un mondo parco, riservato e sogno una calmata generale nel mondo del vino italiano. Che poi se la Ferrari, per fare un esempio, iniziasse a produrre 500 auto al giorno, e potrebbe farlo, credo che crollerebbe il mito, il fascino, il collezionismo del Cavallino. Certo magari il paragone non è perfetto, ma rende bene l'idea. Il Barolo è un grandissimo vino. Non immoliamolo al mercantilismo". Oggi il Barolo sfuso si vende a 8,50 euro al litro e le uve a 5 euro al chilo: "Ma non sarà per sempre così. La storia ce lo insegna".  

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