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26
Ott

Vietato usare la parola Amarone: il consorzio Valpolicella vince sulle Famiglie storiche

on 26 Ottobre 2017. Pubblicato in Archivio articoli dal 05/04/2011 - Scenari

Si attende la pubblicazione della sentenza che si è espressa contro le Famiglie dell'Amarone. Che, probabilmente, proveranno un ricorso


Vietato usare la parola "Amarone". Il consorzio della Valpolicella, dunque, vince il primo roud della diatriba che era nata con le Famiglie dell'Amarone. 
Il tribunale di Venezia ha dato ragione al consorzio: secondo i giudici, non è possibile registrare da parte di un’associazione privata un nome che contiene al suo interno una denominazione di origine protetta.

E adesso le Famiglie dell'Amarone (Allegrini, Begali, Brigaldara, Guerrieri Rizzardi, Masi Agricola, Musella, Speri, Tedeschi, Tenuta Sant’Antonio, Tommasi, Torre d’Orti, Venturini e Zenato), associazione fondata nel 2009, avrà i suoi grattacapi. Per le Famiglie dell'Amarone, l'intento era quello di rendere esplicito un patrimonio di storicità, artigianalità e qualità nella produzione: una ricchezza di valori che i soci ritengono distintiva rispetto ad altre realtà produttive del territorio. Il tema della discussione, tuttavia, non sta tanto nella condivisione programmatica di una produzione dagli elevati standard qualitativi, quanto quella di utilizzare un nome, "Amarone" appunto, già tutelato dalla denominazione e a disposizione di tutti i consorziati della Valpolicella. Ed è qui che ruota la senteza: visto che Amarone è un termine della denominazione, non sarebbe possibile utilizzarlo per una associazione privata. Ora quindi le Famiglie dell'Amarone dovranno cambiare nome. In questo momento bocche cucite da entrambi i lati. Si attende la pubblicazione della sentenza per approndire ed iniziare, quasi sicuramente da parte dell'associazione, un ricorso in appello. Tra l'altro, proprio all'interno del regolamento del Consorzio c'è un preciso articolo che impone che nessun termine laudativo possa essere giustapposto all’Amarone. Altrimenti si creerebbero i presupposti per una concorrenza sleale, distinguendo a priori tra produttori bravi e meno bravi. Se il tribunale dovesse confermare il primo grado di giudizio, si tratterebbe di una sentenza destinata a fare giurisprudenza viste le varie associazioni, accademie o alleanze che sono sorte in Italia, all’interno delle diverse denominazioni.

C.d.G.

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