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L'interesse di Benetton per l'azienda Zonin: ma servono 50-70 milioni di euro

on 15 maggio 2018. Pubblicato in Archivio articoli dal 05/04/2011 - Scenari


(Francesco, Gianni, Domenico e Michele Zonin)

Potrebbero essere degli storici amici di famiglia a salvare l'azienda della famiglia Zonin. 

La notizia dell'ulitma ora è che tra i fondi interessati alla società della famiglia Zonin c'è la 21 Investimenti guidata da Alessandro Benetton, cui è stato sottoposto il dossier da Mediobanca. Una sorta di soccorso veneto, verrebbe da dire, vista la situazione piuttosto complicata che sta attraversando la famiglia Zonin e le necessità impellenti che difficilmente possono essere spiegate a un investitore estero. Tutto lascia pensare che la coa andrà in porto, visti i buoni rapporti tra le due famiglie, quella Zonin e quella Benetton, amicizia suggellata da una quota azionaria nella merchant bank di piazzetta Cuccia e una ancora più consistente e appena arrotondata pari al 3% di Generali. Con 70 milioni di nuova finanza la Zonin vorrebbe abbattere il debito per circa 40 milioni, di cui 12,3 andranno a chiudere prodotti derivati con posizioni negative. Mentre 20-30 milioni servirebbero per acquistare una nuova proprietà in California, in modo da arricchire il ventaglio dei prodotti offerti, e stringere joint venture in Cile, altra terra famosa per i suoi vini. Ma prima di arrivare a tutto ciò bisognerà vedere se i figli Zonin e Alessandro Benetton riusciranno a mettersi d’accordo sul prezzo e se le cause in corso non andranno a influenzare tutta l’operazione.

Dopo i guai del fondatore ed ex presidente della banca popolare di Vicenza Gianni Zonin, i figli Domenico, Francesco e Michele si sono messi alla ricerca di un partner con l’obiettivo di far crescere il gruppo anche attraverso acquisizioni e poi sbarcare in Borsa. E che per individuare il partner giusto è stata investita Mediobanca che sta sondando una serie di fondi internazionali per vedere se sono interessati all’operazione che prevede la sottoscrizione di un aumento di capitale da 50-70 milioni. Oggi la Zonin possiede terrieri distribuiti su sette regioni italiane (Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli, Toscana, Puglia, Sicilia) e nella East Coast degli Stati Uniti (Barboursville, Virginia) per un totale di oltre 3.000 ettari ed esporta più dell’85% della sua produzione attraverso un network di distribuzione che fa perno sulle filiali estere in Gran Bretagna, Stati Uniti, Giappone, Cina e Cile. Il fatturato nel 2017 ha sfiorato i 200 milioni, ma il problema è che per costruire questo piccolo impero del vino italiano Zonin si è dovuto accollare più di 180 milioni di indebitamento. I quali, rapportati a un ebitda (margine lordo) di circa 27 milioni porta a un multiplo di oltre 6 volte, troppo alto e obbiettivamente sostenibile. Bisogna ridurlo almeno a 3,5 volte.

Per questo motivo, tra il 2015 e il 2016, quando tutti i problemi della Popolare di Vicenza sono esplosi, Zonin ha cercato di salvare l’azienda trasferendo le quote di controllo della Cantina vinicola ai figli attraverso un "patto di famiglia". Un accordo contestato dai vertici della banca che ne hanno chiesto la revoca al Tribunale di Vicenza dopo aver ottenuto i sequestri conservativi. In quei mesi convulsi la prima mossa dei figli Zonin è stata quella di  tamponare la situazione con le banche italiane che chiedevano i rientri dei crediti attingendo liquidità da istituti esteri (dunque impegnando le filiali non italiane del gruppo) per finanziare il circolante e il servizio del debito. Ma ora questa situazione non è più sostenibile e c’è assolutamente bisogno di un aumento di capitale da 50-70 milioni che riequilibri strutturalmente la situazione finanziaria.

La valutazione che in questi giorni Mediobanca sta comunicando ai potenziali investitori si aggira intorno ai 300 milioni. Una cifra frutto della differenza tra 480 milioni di valore dell’attivo a cui bisogna sottrarre circa 180 milioni di debito. Le nove proprietà terriere sono state valutate intorno a 170 milioni, il centro operativo e gli stabilimenti di Gambellara circa 80 milioni, i marchi del gruppo altri 180 milioni. In più c’è il Castello di Albola oltre ad altri appezzamenti che potrebbero essere sfruttati sotto il profilo turistico e che valgono nel complesso un’altra cinquantina di milioni. In pratica si chiede al potenziale investitore di versare 50-70 milioni per avere una quota della Cantina tra il 15 e il 20% pagando un multiplo Ev/ebitda di 18 volte, che sale a 24 volte se si considera che l’ebitda vero è di circa 20 milioni calcolando in circa 7 milioni la parte di margine che va a remunerare le aziende agricole di famiglia che gestiscono i possedimenti. 

C.d.G.

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