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Non è tutto miele quello che luccica

on 09 Gennaio 2019. Pubblicato in Archivio articoli dal 05/04/2011 - Scenari

di Francesca Landolina

Quello che compriamo è veramente miele?  Il dilemma è stato aperto da un passato servizio di Striscia la Notizia del novembre 2017 che ha mostrato come non tutti i controlli ufficiali previsti in Italia permettono di smascherare il miele adulterato e importato dall’Oriente e dai Paesi dell’Est. Da allora, nessun cambiamento.

In maniera chiara e semplificata: i controlli ufficiali sul miele previsti in Italia consentono ad una miscela, composta esclusivamente da zuccheri industriali, di essere venduta legalmente per miele. Soltanto analisi non previste dal decreto legislativo 179 del 2004 e commissionate privatamente dalla trasmissione televisiva, hanno smascherato la miscela “tarocco”. Il consumatore crede, in buona sostanza, di acquistare del miele dove è presente l’ottanta per cento dei microorganismi che permettono di curare il raffreddore attraverso le sostanze antibatteriche presenti in esso, o di fortificarsi con le sostanze antiossidanti presenti naturalmente nel prodotto, ma può ritrovarsi inconsapevolmente ad “intossicarsi” con zuccheri industriali. E secondo i dati dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale, l’Italia è al secondo posto nella classifica dei paesi importatori di miele. 

Ne abbiamo parlato con Roberto Colombo di Crea-Api, ente di riferimento italiano per la ricerca in apicoltura: “Durante le annate difficili, il miele italiano non basta a soddisfare la domanda e i grandi imprenditori si rivolgono all’estero, importando da Ungheria, Cina, Romania principalmente, con il risultato di ammettere un prodotto che supera le analisi e i controlli ufficiali perché non ci sono mezzi in grado di distinguere la qualità delle sostanze presenti in esso. Di fatto sembra miele, ma in realtà è una miscela di fruttosio e glucosio; sostanze, queste ultime, che sono presenti nel miele per l’80 per cento, ma che hanno origine ben diversa. Nel caso del miele adulterato nascono dalla trasformazione di zuccheri di mais e riso. E distinguerli con i metodi di cui disponiamo è impossibile. I nostri enti non sono dotati di macchinari che ce lo consentono e finiamo con il ritrovarci sullo scaffale miele industriale ma molto più economico”.

Perché accade tutto ciò? “Il metodo reso ufficiale e idoneo è l’analisi del rapporto isotopico del carbonio C12 C13 – spiega Colombo - possibile solo attraverso un macchinario, denominato Irms che, permettendo di verificare tale rapporto, rilascia dati differenti in base al fatto che uno zucchero sia industriale o naturale e artigianale. Purtroppo però questi controlli richiedono l’apparecchiatura, di cui non disponiamo”. In realtà tali macchinari esistono già in Italia, ma sono usati solo contro le frodi sul vino e sull’alcol, materie dal valore economico elevato. “Per il miele non ci sono fondi europei – prosegue -  e d’altra parte il miele importato, seppur adulterato, non è considerato dannoso perché non comporta rischi per la salute. Semplicemente non è miele naturale”. Un bluff in sostanza, per i consumatori e per gli apicoltori, che faticano a contrastare persino la concorrenza sleale, pur lavorando con fatica e sacrifici un prodotto benefico per la salute umana e per la salvaguardia delle api.

Giusto per fare qualche esempio che ci aiuti a capire, un’ape per accumulare 500 grammi di miele deve percorrere una distanza equivalente all’intera circonferenza del nostro pianeta, per raccogliere 1/10 di grammo di miele deve visitare circa 300 fiori, permettendo a questi l’amore; arricchisce questo nettare di preziosi elementi vitali, lo immagazzina nei favi nei quali dovrà effettuare una faticosa deumidificazione e opercolatura. Ebbene, questo prezioso nettare, che nell’essere prodotto ha garantito la biodiversità della flora spontanea oltre che il 70% dell’impollinazione delle derrate alimentari, viene immesso sul mercato alla pari di una miscela di zuccheri additivati. Il fatto è questo. È chiaro che nel gioco delle speculazioni globali, l’interesse per il benessere umano e per chi si sforza di tenere un rapporto armonioso con la natura è sempre più marginale. Ma quali possono essere le soluzioni? “Non ce ne sono al momento. Non ci sono fondi, né interessi economici importanti coinvolti ma la protesta potrebbe partire dal basso, dagli stessi apicoltori, dai prezzi, cercando di essere più competitivi”, afferma Colombo.

Chi ascolterebbe i pochi apicoltori e a che prezzo dovrebbe essere venduto il miele, se costa così tanto produrlo? Domande che restano senza risposta, ma le proposte di intervento urgente ci sono. O, meglio, ci sarebbero. Innanzitutto bisognerebbe dotare uno o più enti preposti alle analisi del miele (come Crea api) dell’apparecchiatura Irms. Questo è un macchinario in grado di rilevare la presenza di zuccheri estranei al miele in concentrazioni superiori al 7%, misurando il rapporto isotopico del carbonio C12 e C13; rendere tale esame obbligatorio per ogni campione di miele sottoposto ad indagine; punire le frodi con sanzioni più alte e soprattutto proporzionate al giro d’affari; aumentare il numero dei controlli sul miele su scala nazionale, almeno fin quando gli adulteratori non avranno compreso che non vi è convenienza a prendere in giro il consumatore italiano e a danneggiare pesantemente chi con le proprie api aiuta a mantenere il delicato e sempre più precario equilibrio ambientale.

Non dimentichiamo infine che da anni gli zuccheri industriali vengono considerati dannosi per il benessere umano, perché danneggiano gravemente l’equilibrio glucidico e organi vitali come il cuore, il sistema arterioso, le cellule cerebrali.

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