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Il "caso-Pantelleria": Aggiungere o no il nome Sicilia in etichetta? Parola agli esperti

on 13 Giugno 2019. Pubblicato in Archivio articoli dal 05/04/2011 - Il caso


(Daniele Cernilli, Giancarlo Gariglio ed Emanuele Scarci)

Sicilia sì o Sicilia no? Infuria la diatriba nella piccola isola in provincia di Trapani. Da un lato il consorzio che vuole consentire l'aggiunta del nome "Sicilia" accanto alla denominazione "Pantelleria". Dall'altro l'amministrazione comunale, con in testa il sindaco Vincenzo Campo che si schiera sul fronte dei "no" alla proposta. (Ne parlavamo in questo articolo).

Noi abbiamo chiesto ad alcuni degli esperti del mondo del vino italiano cosa ne pensano. Emanuele Scarci, giornalista de Il Sole 24 Ore si schiera con il fronte dei "sì": "Ci sono oltre 500 micro-denominazioni, credo che così si generi solo confusione - dice Scarci - Dovremmo un po' guardare come fanno i cugini francesi, che si sono concentrati solo su poche denominazioni. Secondo me si devono ridurre". Poi entra nel merito: "Credo che il nome Sicilia sia ormai riconosciuto in tutto il mondo - dice Scarci - Ma se parliamo di altri territori è un po' una scommessa su chi ti conosce, soprattutto se andiamo a fare promozione all'estero. Credo che una Doc ombrello, come mi pare si voglia fare nel caso di Pantelleria, possa andare anche bene se si da la possibilità di aggiungere la menzione territoriale. Credo che sarà un buon compromesso. E credo che si faccia non solo nell'interesse dei produttori, ma anche dei consumatori che riescono a identificare subito la località di provenienza di quella bottiglia". E poi aggiunge: "Non tutti sono come l'Etna - dice - Loro sono in grandissima ascesa, sembra che possano fare tutto, ma non tutti i produttori siciliani sono nella loro situazione. I loro vini sono molto ricercati, sono dei privilegiati. Credo, però, che bisogna semplificare, lasciando però spazio alla denominazione di provenienza. Ho espresso le mie perplessità su questa continua frammentazione delle denominazioni, come chiede di fare il comitato nazionale Vini Dop e Igp. Frammentare ancora di più per vendere una bottiglia in più, creando zone, sottozone e micro-zone. Per me non ha senso". 

"Aggiungere la dizione "Sicilia" a quello di Pantelleria credo che annacquerebbe il valore stesso della denominazione - dice Daniele Cernilli, alias Doctor Wine - Pantelleria, grazie al suo moscato e al passito ha già una sua precisa identità molto forte e credo che sia riconosciuta in tutto il mondo. Non dimentichiamoci che l'alberello è stato riconosciuto dall'Unesco. Non credo che aggiungere il nome Sicilia porterebbe vantaggi commericali e di notorietà al consorzio di Pantelleria. Semmai rilancerei creando la Docg Pantelleria, ma per farlo serve una volontà precisa dei produttori e del consorzio stesso". 

Anche Giancarlo Gariglio, uno dei curatori di Slow Wine (che proprio nei prossimi giorni sarà a Pantelleria per visitare le aziende da inserire in guida), è perplesso sull'uso della parola "Sicilia": "Chi ci segue conosce benissimo la nostra posizione critica, ma in senso construttivo, verso la Doc Sicilia. L'abbiamo sempre vista come un male necessario, ma una Doc così grande, secondo noi, appiattisce le differenze territoriali che in Sicilia sono immense". Per Gariglio accettare questo compromesso può avere un senso solo in un caso: "Magari è la soluzione per i produttori che vogliono presentarsi all'estero e allora può essere un'idea - dice - Dall'altra parte la Doc Sicilia, a pensarci bene, è riuscita ad eliminare quelle schifezze prodotte da Nero d'Avola che venivano fatte fuori dalla regione". Ma non bisogna essere critici sempre verso la Doc Sicilia sempre e comunque: "Bisogna parlare con i produttori e cercare di capire le loro ragioni - dice Gariglio - A me piacerebbe che si prendesse l'impegno per valorizzare ancora di più le peculiarità del territorio". Ma per Gariglio c'è un solo problema nel "caso-Pantelleria". "Mi riferisco - dice  al passito liquoroso, il vero male di questa denominazione. Non ha senso che chi produce passito in maniera naturale si trovi allo stesso tavolo da gioco, per usare una metafora, con chi produce passito liquoroso. Sono due prodotti che non c'entrano niente e sviliscono il lavoro di chi fa passito in un certo modo. Secondo me è questa la vera tematica da affrontare".

G.V. 

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Commenti  

 
0 #1 fabio mencarelli 2019-06-13 22:12 Sono d’accordo con Cernilli e anche sul discorso del liquoroso che esiste anche per il VinSanto in Toscana. Il liquoroso dovrebbe esser regolamentato produttivamente nel processo e nell’invecchiam ento, obbligando i produttori ad invecchiarlo in legno per almeno un paio di anni così da ottenere un prodotto di qualità come i pedro ximenez o i porto. Il vino liquoroso semplice non dovrebbe chiamarsi passito ma solo vino liquoroso. Fabio Mencarelli Citazione
 

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