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30
Ago

Il mangiare di strada. Fenomenologia di un successo

on 30 Agosto 2012. Pubblicato in Archivio articoli dal 05/04/2011 - La curiosità

La “Fenomenologia del cibo di strada”  è indubbio che abbia un certo fascino, ma non vale l’ impiccio di scomodare Hegel per indagarla al fine di fornire una spiegazione filosofica  al successo dell’evento che “Il Sale Café Art” di Andrea Graziano ha organizzato sulla terrazza dell’Azienda Barone di Villagrande, martedì scorso nell’ambito della 32esima edizione della ViniMilo.

 Successo decretato da una richiesta di partecipazione che ha sommato ottocento contatti per un borderò che, di prenotazioni, ne ha  potuti evadere solo duecento. Eppure  il gioco di un’indagine filosofica si farebbe divertente. Giorgio Gaber si divertiva molto  a studiare Hegel, non per emanciparsi, ma (cantava in un verso di una sua canzone) per godersi il fascino dello studioso. Così come vorremmo far noi speculando sulle analogie tra le teorie del filosofo tedesco che solidizza   i suoi teoremi sui i tre pilastri della coscienza, autocoscienza e ragione; e la cucina di strada sulle sue altrettante tre prerogative,  in verità molto meno filosofiche, ma meritevolmente sagge, serene e tranquille, che la identificano: colloquiale, itinerante, immediata.  E non gli va sconfessata   sia una sua onorabilità, sia una ossequiante genealogia storica legata alle sue  radici millenarie. Anzi va celebrata e promossa, per la sua tradizione schietta, viva e popolare  che non disdegna una espressività territoriale. E per  il pregio non indifferente del tentativo di colmare l’effetto di un tramonto della civiltà rurale che rende sempre più rarefatto l’antico e naturale legame fra cibo evoluto e le sue radici storiche. Che si perdono nei secoli ma non nella memoria grazie alle mirabili e incancellabili pagine dei grandi viaggiatori  che ben camuffavano i loro deboli per il cibo italiano etichettando i loro Grand Tour sotto la mendace etichettatura dell’erudizione storico artistica.
 


Frittola

 A Milo il mendace e l’ ingannevole si sono defilati. E c’è di più. Quasi che l’evento si fosse arrogato il non indifferente merito di aver abbattuto qualsiasi barriera provinciale. Non una sola definizione, per le ricette,  “alla palermitana” o “alla catanese” o alla “modicana e così via. Ma tutto ligio alla tradizione siciliana, con le sue cose preziose, ben specificate, della storia culturale del territorio, cose riconoscibili al solo apparire sulla tavola – come voleva Brillan-Savarin – “e che commuovono il nostro animo e stimolano i nostri umori”. Dall’“arancino nero al ragù di salsiccia, crema di tenerumi e seppia”, di Dario Di Liberto, all’ "u cazzillu che voleva diventare un arancino rotolando nel cous cous" di Ciro Pepe, come abbiamo esaurientemente descritto nell’edizione di ieri. I due più classici esempi di “Cibo di strada” col rito sacrale di quell’andare direttamente dalle mani alla gola, in barba ad ogni galateo, con la massima naturalezza e con la grazia di leccarsi persino le dita. Scandalizzando quel paio di anglosassoni che non mancano mai. Ma i mangia maccheroni di strada sono sempre esistiti. E sempre esisteranno checché ne pensino i futurologi che del “cibo di strada” ne avevano pronosticato la fine già da un decennio.

Il boom di quest’ultimo lustro li ha impietosamente smentiti. Un trend positivo anche sotto il profilo culturale. Complice forse anche la crisi economica che ha favorito il cibo ambulante rispetto all’esercizio fisso. Non intaccando il tasso di presenza dei luoghi più vocati, quelli intensamente vissuti, come lo sono o lo sono stati i mercati del Ballerò e della Vucciria, di Palermo, o quelli di Rialto a Venezia tanto  per tracciare un lungo segmento che certifichi che il fenomeno è ancora, in forma radicata, nazionale. Qui, a Venezia, estremo nordest, trionfa la sarda in saor e  nella vicina Toscana non manca l'ottimo lampredotto, la trippa e il quinto quarto abbinato a una ricetta tipica di S. Giovanni Valdarno: lo stufato alla Sangiovannese.  C'è anche una Roma del mangiare, di strada e sulla strada, ma la usano solo i turisti. Mentre i napoletani hanno le idee molte chiare, da oggi meno pizza ma molto cartoccio di frittura. Il gelato con crema al mascarpone e Panettone è la festa dei veri milanesi; salvo farsi commuovere e allora l’ottima zuppa di porri e patate, con salvia e maggiorana il gesto di solidarietà per tutti, extracomunitari compresi. Dalle Marche non possono mancare le olive ascolane e dall'Abruzzo gli arrosticini. Ecco la Romagna mia con la  squisita Piada Ma se è giorno di festa è tutto un trionfo di ciaccine fritte. A Cagliari mangiare ricci di mare per strada, è un vero e proprio rito, soprattutto maschile, e un po’ ovunque, di questi tempi, fioriscono chioschi all’aperto dove gustarli in piedi. Ecco, questo piccolo elenco è la clip del “Cibo di strada d’Italia”. Una piccola  clip, ribadiamo. Ma, forse, quasi esauriente. E clip sta anche per “scarto di pellicola”. Un po’ irreverente, ma dà il giusto risalto alla ricchezza, e all’immensità della  ”povera” cucina di strada siciliana.

Stefano Gurrera

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