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17
Set

L' appello corale lanciato nella rete per sostenere la vendita diretta all'estero

on 17 Settembre 2013. Pubblicato in Archivio articoli dal 05/04/2011 - L'appello

 “Ci arrivano tantissime richieste dall’estero sui vini e sulle birre che mettiamo in vendita e mi ritrovo costretto a dire di no”.

Ecco lo stato attuale delle cose, spiegato in una battuta da Filippo Ronco, autore del social network Vinix e ideatore della piattaforma e-commerce Grassroots Market. Sintetizza il paradosso della libera circolazione delle merci, una delle libertà fondamentali garantite dall’ordinamento giuridico dell’Unione Europea. Tutt’altro che libera appunto, perché gravata da iter e trafile burocratiche onerosissime in termini di costi e tempi che finiscono per scoraggiare consumatori e produttori.

Si parla di rilancio dell’economia  quando invece, regolamenti e normative mettono paletti impedendo  la crescita del mercato. Per denunciare questa impasse, per sensibilizzare sulla questione accise l’opinione pubblica, proprio Filippo Ronco ha lanciato sulla rete un appello corale coinvolgendo colleghi nella rete (
tannico.it, goodmakers.it, doyouwine.com, saporideisassi.it) e anche Vinitaly Wine Club. Con un articolo pubblicato su Vinix che porta il titolo “Vendita di vino, birra e distillati ai privati all'estero, uniamoci!", Ronco spiega passo passo quello che frena la vendita diretta fuori confine delle bevande alcoliche, come il vino e la birra, da parte di rivenditori o di privati. In pochi minuti sono schizzate le condivisioni della campagna su Twitter e Facebook. 

 “Ho studiato la normativa e mi sono confrontato con produttori e colleghi del wine and food, focalizzano le criticità che impediscono la vendita diretta. Alla fine non ci vorrebbe molto a  rendere snello l’assolvimento della normativa sulle accise, a rendere immediata la compravendita, e fare in modo che si possa acquistare in un secondo e il secondo dopo fare la spedizione (parlando in senso lato). La sensazione è che tale legge sia stata creata di proposito per disincentivare questo genere di cose. Non solo, pensiamo all’indotto che potrebbe portare la semplificazione. E capita poi che se parli con un corriere o con alcuni funzionari delle dogane addirittura ti senti rispondere “Vabé lei spedisca”, chiara ammissione che non si riesce ad espletare tutti i controlli”.

 Il risulato? Molti e-commerce in Italia hanno già rinunciato a vendere all’estero. Proprio questo canale, come da tempo dichiarano studi e statistiche, rappresenta forti potenziali di crescita in Europa e nel resto del mondo (in Cina soprattutto aumenta esponenzialmente il popolo degli e-shopper). In Italia la vendita on line delle bevande alcoliche, e dell’agroalimentare in generale, ancora non è partito del tutto rispetto ad altri Paesi, come Inghilterra, Germania, Francia, dove invece frutta milioni di euro.  “Si rischia di paralizzare un mercato, anzi lo si preclude perché in questo modo si è costretti a vendere solo in Italia, che è un mercato che già soffre – dice Ronco –. Per un mero atto di vendita si deve produrre in triplice carta.  E’ assurdo”. Ed è un piccolissimo passaggio di tanti altri richiesti per essere adempienti alla normativa e che prevedono depositi fiscali, rappresentanti fiscali e tanto altro. “Tutto questo va ad aggiungersi agli altri obblighi burocratici che pesano sul produttore, costretto a firmare migliaia di registri anche se vuole produrre una sola bottiglia. Ci vogliono delle giustificazioni da parte dello Stato, si pensa che le motivazioni alla base di questa legge siano di tipo sociale, per evitare il diffondersi nella popolazione dell'abuso di alcol, ma forse sono per lo più economiche. Comunque gli introiti dalle accise su vino e birra sono pari allo 0,50 percento, si recupererebbe di più con il gettito derivante dalle vendite dei prodotti”, prosegue Ronco. Sulla normativa delle accise già da tempo si batte anche la Fivi,  che più volte ha tentato di avere risposte da Bruxelles. Ma ancora non sembrano esserci soluzioni all’orizzonte, almeno nell’immediato futuro.  “Si sta compromettendo una delle poche valvole di sfogo per tante aziende che potrebbe garantire quei  due soldi in più da investire nell’attività - conclude Ronco -  invece il tutto viene smorzato alla nascita”. 

Manuela Laiacona

 
 
 

 
 
 
 
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