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Nov

Liberalizzazione dei diritti d’impianto: una catastrofe. Lo dicono i produttori

on 29 November 2011. Pubblicato in Archivio articoli dal 05/04/2011 - L'appello


Da sinistra Leonildo Pieropan, Aleardo Mantellassi, Paolo Librandi,
Alberto Tasca d'Almerita e Gianfranco Fino

Fiato ancora sospeso per molti produttori d’Europa sulla liberalizzazione degli impianti previsti dalla riforma dell’Ocm vino approvata nel 2008.

Nei mesi scorsi alcuni degli stati membri, Germania, Francia, Italia, Cipro, Lussemburgo, Ungheria, Austria, Portogallo, Spagna, Romania, Repubblica Ceca e Repubblica Slovaccha, avevano preso ufficialmente una posizione contraria alla misura in una lettera mandata al commissario Europeo all’Agricoltura, Dacian Ciolos. La richiesta chiedeva all’Unione Europea di mantenere l’impiego dei diritti di impianto, sistema che ha consentito fino ad oggi di controllare la produzione, per evitare quella che le cantine prospettano come una catastrofe. La liberalizzazione dei diritti all’impianto, la cui entrata in vigore sarebbe prevista per la fine del 2015, aprirebbe un capitolo nefasto nella storia del vino europeo. Uno scenario che vedrebbe aumentare a dismisura la produzione, con gravi ricadute sulla qualità, sulle denominazioni, sul valore territoriale dei vini. Anche se, in un commento alla lettera di protesta, il Commissario aveva fatto sapere che vi sarebbe la possibilità di prorogare la scadenza dei diritti in caso un Paese rilevasse un’elevata compromissione per alcuni vigneti.

L’ attesa per il momento è concentrata sul responso che potrebbe fare rientrare l’allarme e che potrebbe arrivare a fine 2012 quando  la Commissione europea si riunirà per valutare la situazione con uno studio sull’impatto della riforma per vagliare eventuali modifiche. A preoccupare il mondo del vino è anche la mancanza di una visione comune sulla liberalizzazione da parte di tutti e ventisette stati membri. Le posizioni sul tema sarebbero infatti discordanti tra favorevoli e contrari.
 
In Italia l’umore non è certo dei più rosei . Si pronuncia con toni forti Leonildo Pieropan, produttore veneto e a capo dei Vignaioli Indipendenti del Soave. “ Questa misura è nefasta. Favorisce i produttori delle pianure per sfavorire quelli delle colline che devono far fronte a costi maggiori, ad un lavoro maggiore e che producono qualità migliore. La comunità vorrebbe che producessimo a costi bassi come in Australia. Si rischia di mettere in ginocchio chi fa qualità, come i viticultori artigiani che la Comunità Europea si ostina a non accettare, a non prendere in considerazione. La liberalizzazione ci fa capire che siamo in mano ad una lobby europea. Quella retta dai commercianti e dagli imbottigliatori che hanno poco interesse sulle piccole produzioni e sulla qualità, che vogliono produrre a meno prezzo possibile per imbottigliare e invadere il mercato”.

Gianfranco Fino, produttore pugliese non nasconde preoccupazione sull'eventuale destabilizzazione delle denominazioni. “La forza dei vecchi Paesi produttori europei sono le denominazioni. Queste vanno tutelate. Non si può liberalizzare per nessuna ragione al mondo.  Già abbiamo problemi commerciali, diventerebbe un problema, potremmo andare a casa , tutti, sarebbe un marasma completo.  Proprio grazie ai diversi vitigni autoctoni riusciamo ad avere vini di forte identità territoriale. I Pesi produttori emergenti hanno solo quei dieci vitigni internazionali che sono sempre gli stessi e su questi fanno una politica diversa. Noi possiamo vincere la battaglia solo producendo vini legati alle denominazioni. Gli albi devono rimanere chiusi, non vanno riaperti, spero non vengano toccati, sarebbe un problema, immagini cosa possa succedere a Montalcino se domani mattina dovessero liberalizzare”.

Proprio un toscano si pronuncia con un umore nero e con poche parole. È Aleardo Mantellassi, titolare e agronomo della cantina a cui si deve il merito della nascita della doc Morellino di Scansano. “Viviamo in una realtà in cui si clona il Brunello, ci manca la liberalizzazione e succede una catastrofe. Vediamo nel nostro piccolo quello che è successo in questi ultim anni. Eravamo in cinque a produrlo oggi siamo in centonovanta, tutto questo è capitato nel giro di dieci anni. La qualità sta andando via, non ci sono più le nicchie di mercato, Brunello, Barolo, Amarone rischiano di scomparire così se si dà fondo a questo tipo di misure. Il vino è già in crisi adesso. La liberalizzazione sarebbe l’ennesimo serio danno”.

Chi ha posizioni più moderate sulla liberalizzazione è Paolo Librandi, produttore calabrese. “Per come è mesa attualmente la Calabria la questione della liberalizzazione non sarebbe così rischiosa come può esserlo in aree più dense come Toscana o Piemonte. Sono sempre misure particolari da interpretare.  In teoria sono a favore della libera imprenditoria, se ci sono diritti di impianto che non si vendono in zone vocate e che rimangono a persone che non fanno nulla, vedrei di buon occhio il trasfermento di questi in mani diverse che potrebbero fare del bene alla viticoltura. In generale penso che debba essere il mercato a decidere, non sono per le regole che limitano l’imprenditoria. Ma mi preoccuperebbe se si toccassero le denominazioni, perché queste già fanno pietà adesso perché non tengono conto di molte cose, se si vanno ad allargare non so come potrebbe andare a finire”.  

Il produttore siciliano Alberto Tasca pensa ad altri sistemi alternativi più efficaci della liberalizzazione. “La liberalizzazione selvaggia è un danno non solo per la qualità dei vini ma per la confusione che genererebbe nel mercato, non servirebbe questa sovraproduzione di uva, non gioverebbe agli agricoltori artigianali, non verrebbero premiati coloro che lavorano la qualità. Bosogna puntare sulla valorizzazione delle zone vocate invece, abbiamo delle regole al riguardo che i mercati devono conoscere, devono sapere che produciamo secondo criteri di qualità. Dovremmo fare una forte campagna di comunicazione piuttosto di liberalizzare i diritti, da rivolgere ai consumatori di tutto il mondo per rassicurarli che in Europa esistono restrizioni che preservano la qualità”. 

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Commenti  

 
0 #1 nino 2011-11-30 13:30 Valorizzazione delle zone vocate…e poi si fa la D.O.C. Sicilia! Che restino le D.O.C esistenti … si sburocratizzi tutto il sistema e si aiutino i piccoli pruttori di vino di qualità a commercializzar e ! Citazione
 
 
0 #2 Giovanni 2011-11-30 19:53 E invece sarebbe la liberazione da un uso medioevale!!!!! !!!!!!! Libertà, chi vuole se la prenda. Cheers! Citazione
 
 
0 #3 Gaspare 2011-11-30 21:07 Bella idea, sig. Nino!!
Peccato che non c'è alcuna intenzione, in Italia, di valorizzare le aree vocate nè di aiutare i piccoli produttori.
Lo dimostra la grande quantità di contributi disponibili sia per l'impianto che per l'espianto (OCM), sia per produrre (fissazione titoli pac) che per non produrre (vendemmia verde); contributi utili soltanto a mantenere in agonia i viticoltori meno competitivi (quelli, per intenderci, che non trasformano nè commercializzan o, ma conferiscono presso le cantine sociali ai prezzi di un trentennio addietro) e a gonfiare le tasche dei grandi gruppi!
Io non credo che liberalizzare o meno gli impianti possa limitare la presenza di prodotti di scarsa qualità sul mercato: servono controlli più severi, sanzioni più eque (ad esempio proporzionate ai volumi di prodotto immessi sul mercato) e meno burocrazia. Solo così si rende efficace la promozione e si agevolano le aziende che lavorano onestamente per produrre qualità (su un ettaro come su cento).
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