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Ott

Gaja, monito ai siciliani: "Etna un gioiello internazionale, ma siete molto in ritardo"

on 27 Ottobre 2018. Pubblicato in Archivio articoli dal 05/04/2011 - Taormina Gourmet 2018


(Angelo Gaja)

“L’Etna può rappresentare un piccolo scrigno nel panorama enologico mondiale. Ma bisogna fare sistema, bisogna allearsi. E siete già in ritardo”.

In una Taormina ventosa e trasparente, fredda e azzurra, il mondo del vino siciliano, degli appassionati, dei giornalisti, dei gastronauti, degli specialisti, dei curiosi e degli aspiranti, si inchina al maestro Angelo Gaja. Il produttore italiano più sofisticato e noto all’estero, tiene una lezione in occasione di “Taormina gourmet” e tiene la platea incollata alle sedie come un esercito di fedeli al suo sacerdote. E il profeta – simpatico, vispo e guascone - ha parlato. Con un piglio da intrattenitore sperimentato, con una competenza profonda e vasta, Gaja ha svolto il tema sul “Futuro del vino” e ha rassicurato: c’è speranza. Anche se molte cose remano contro l’universo dei rossi e dei bianchi. “La rivista scientifica The Lancet ha pubblicato uno studio – ha raccontato – in cui si sostiene che bere vino anche in piccole quantità fa male... Questo per dire che non tutto gira a nostro favore”. E continua: “I guasti del riscaldamento globale stanno avendo un impatto negativo sul sistema, e  non solo in Italia. Le zone interne coltivate di Spagna e Francia soffrono molto perché sono distanti dal mare. Sotto questo profilo noi italiano siamo favoriti essendo una penisola stretta”.

Il produttore piemontese invita i presenti a rispettare la natura, a fare qualcosa per salvare il clima e rimettere in carreggiata il mondo: “Piantate alberi che assorbono molto anidride carbonica”. Ma avverte: “Si è calcolato che ogni dieci anni la gradazione alcolica aumenta nel vino di un grado. Come affrontare questo problema? Dobbiamo essere intelligenti e aperti, in grado di trovare soluzioni”. Gaja per descrivere le qualità dei vini europei usa due aggettivi, eleganza e opulenza. E riuscire a creare un bicchiere con queste caratteristiche per lui è la spinta maggiore che ogni produttore deve avere. “Senza bisogno di luoghi comuni”,  ha ammonito criticando chi sulle etichette continua a piazzare parole come “sostenibilità” che pare sia l’unica ragione per cui quel vino viene prodotto. “Ma a me – sorride – il vino piace anche senza patacche”. Man mano che va avanti nel ragionamento si accalora, precisa, urla, si infiamma, dà giudizi puntuti e sinceri. “Non bisogna avere paure, non possiamo paralizzarci. Per non avere paura dobbiamo lavorare, dobbiamo lavorare di più”. Esorta a governare il sistema della comunicazione attraverso la narrazione sul prodotto, pur mostrando più di una perplessità “su tutti gli esperti e i corsi di storytelling che si vedono in giro…”. 

Difende il ruolo delle piccole aziende e degli artigiani che rappresentano il futuro “ma bisogna liberare da qual mostro chiamato burocrazia”. Tutto questo va bene, ma serve avere un forte valore identitario: “La consapevolezza di ciò che sei, di ciò che rappresenti, del luogo che rappresenti”. E per lui, piemontese doc, la lezione di Cavour ed Einaudi è imprescindibile: “Grandi uomini, liberali, che ci hanno insegnato a sbracciarci, a lavorare, a creare lavoro, a non aspettare lo Stato”. E questo signore elegante, affilato, vestito di scuro, sembra diverso quando smette di parlare del vino (ma siamo sicuri?) per citare ampiamente Cesare Pavese (Il Compagno, Paesi tuoi) che ha saputo narrare il dramma piemontese della povertà, del dolore, della marginalità. E poi l’intensità di Beppe Fenoglio (Il partigiano Johnny, La malora). “Anche voi – dice a chi è in sala – dovete pescare dai vostri grandi per sapere chi siete e da dove venite”. Come a volere dire che il vino è anche la somma di esperienze, sofferenze, storia, territorio, tradizione. E a coloro che gli chiedono se mai l’Italia riuscirà a battere i francesi in qualità dice tranchant che “la partita è persa perché non  è facile recuperare 400 anni di tradizione nei vini di qualità. Ma il problema non è battere la Francia, non possiamo ragionare così. Noi dobbiamo fare la nostra parte, dobbiamo lavorare perché sappiamo che nel mondo c’è molto spazio per i nostri prodotti nel mondo dei fine wines e abbiamo molti margini di miglioramento”.

Gaja vede la zona dell’Etna come un “ecosistema artigianale”. Un luogo cioè dove ci sono piccole cantine che possono entrare nel progetto per fare diventare l’Etna una chicca del vino di livello internazionale che “bisogna tenere separato dal marchio Sicilia”. Per fare questo lui è convinto che un comitato allargato a scrittori, giornalisti, artisti e uomini di cultura possa essere la marcia in più: “Un sostegno gratuito per dare una visione, per fornire uno sguardo diverso” a un mondo che altrimenti diventa autoreferenziale. “Ma siete in ritardo – spiega Angelo Gaja -, sappiate che siete molto in ritardo. Dovete svegliarvi”.  E ai giovani consiglia di mandare a memoria una parola: “Sacrificio. Senza sacrificio e senza passione non arriverete da nessuna parte”. 

Giancarlo Macaluso

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