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Mag

VIVERE DIVINO “Sicilia, punta su te stessa”

on 21 maggio 2008. Pubblicato in Numeri Maggio 2008 - Numero 62 del 22/05/2008

    VIVERE DIVINO

aaviveredivino_62hp.jpgEberhard Spangenberg, proprietario di enoteche e winebar a Monaco, dice la sua sulla produzione dell’Isola: “Va bene ma è troppo generalizzata”

“Sicilia, punta
su te stessa”


Eberhard Spangenberg è nel mondo del vino uno dei personaggi più conosciuti di tutta la Germania. Da circa 30 anni i suoi “Garibaldi”, sette punti vendita tra enoteche e winebar, sono a servizio degli appassionati della Baviera. Sebbene l’offerta sia a 360 gradi, perle enologiche da ogni parte del mondo, seminari sul vino, serate a tema, serate di lettura, cinema, viaggi presso i produttori, la specializzazione è – come si intuisce dal nome – tutta sui vini italiani. Abbiamo voluto chiedere un’opinione sulla salute di questo segmento di mercato e sugli sviluppi futuri.

Eberhard, qual è la salute del mercato del vino generale ed italiano in particolare?
“La domanda non è semplice. In linea generale potrei rispondere che sta bene; tuttavia vorrei spostare il discorso su un’altra questione: il mercato del vino in Germania è molto sensibile”.

Verso cosa?
“Il prezzo. Il prezzo del vino è in Germania una questione cruciale. Da un lato c’è una consapevolezza maggiore, dall’altra un ventaglio di offerta molto ampio. Io tratto solo una nicchia”.

Definiamo allora il tuo target, poi il mercato in generale, quindi torniamo sui prezzi.
“Benissimo. Secondo una recente ricerca, il 96% dei tedeschi (82 milioni di abitanti circa) non ha mai speso più di 5 euro per una bottiglia di vino. Il prezzo medio, attenzione medio, non minimo, è di circa un euro e 90. Nei miei negozi la bottiglia meno cara costa 4 euro. La fascia di prezzo migliore, che definirei corretta, è tra i gli 8 ed i 15 euro. Comprenderai che, per questa ‘nicchia’, punto tutto sulla qualità”.

vivere_divino_62dentro.jpgE la bottiglia più cara quanto costa?
“Centocinquantacinque euro, è l’Amarone di Romano Dal Forno”.

Ero curioso. Torniamo ai prezzi.
“Sì. Dicevo che il mercato è molto sensibile perché quando aumentano i prezzi, mentre per gli italiani è un fatto piuttosto normale, per i tedeschi è un fatto anomalo, irritante, se immotivato ritengono il produttore poco serio; e cambiano vino. Da questo punto di vista trovo gli italiani quasi perversi: qui in Germania più produci, più si è concorrenziali. In Italia, quando un’azienda si afferma, e produce di più, per risultato aumenta i prezzi. Per i tedeschi è un ragionamento davvero perverso. Dal mio punto di vista la stabilità è molto importante: prima che lo facciano i miei clienti, cambio vino anch’io”.

Ma è solo questo? Il prezzo?
“Ovviamente no. I miei clienti sono più esperti rispetto al passato, più curiosi, hanno voglia di cambiare. Sono globalizzati e fanno confronti. Il risultato è che comprano meno e meglio. Vent’anni fa non era infrequente un acquisto di 48 o 60 bottiglie dello stesso vino; lo mettevano in cantina. Oggi è impensabile. La grande offerta di prodotto aiuta in questo ‘saltellare’ da un prodotto all’altro. Oggi i vini sono più buoni che in passato, o almeno nelle mie enoteche ce n’è molto di più di prima. È bello provare cose diverse”.

E come vanno gli altri Paesi del vino rispetto all’Italia? Francia, Australia, California, Austria…
“Direi che la Francia sta andando male. Le logiche sono vecchie, le persone arroganti, statiche. I vini del Nuovo Mondo hanno un rilievo sempre minore. L’Italia invece va bene, soprattutto con i rossi”.

E tra tutte le regioni italiane?
“Posso rispondere che la Sicilia è quella che ha avuto, e che ha, il trend più forte. Ha lavorato benissimo, ma non sto parlando solo di vino. Ti faccio un esempio: un giorno su tre si vedono in tv le immagini di Napoli con la spazzatura. È terribile. La situazione è irrimediabilmente compromessa. Per la Sicilia invece non è così. L’immagine è buona, i servizi al turismo sono migliorati, ci sono voli diretti dalla Germania, hotel e B&B si possono acquistare su internet, anche la criminalità sembra meno pericolosa. Sono tutte cose che fanno bene alla Sicilia”.

Allora andiamo meglio di Toscana e Piemonte.
“Per quello che mi riguarda, sì. Ma ho anche una cattiva notizia: ho l’impressone che il mercato si sia saturato. Le aziende eccellenti, le ‘star’ con un nome hanno saziato la domanda. Gli spazi disponibili per nuove aziende sono esigui. Gli anni del ‘boom’ sono finiti, lontani. Almeno per la nicchia nella quale mi muovo io. Chi è presente sul mercato dovrà consolidare. Considera anche che l’idea che si ha del vino siciliano è omogenea”.

Intendi dire generalizzata? Non definita?
“Sì. Il sistema delle appellazioni, o denominazioni, va bene per l’Europa del nord, non per la Sicilia. Le Doc e le sottozone della Sicilia sono ignorate. È già molto se chiedono il vitigno, per esempio il Nero d’Avola, che nel frattempo un 15-20% della mia clientela ha capito essere un vitigno autoctono della Sicilia. Quello che invece è importante è il produttore, il suo nome. Come dicevo, ce ne sono quattro o cinque che fanno ‘territorio’”.

Concludiamo con i consumi, anche per valutare il trend futuro delle vendite. Si consuma di più o di meno?
“Si consuma meno e meglio. C’è più consapevolezza e cura della salute. Noi vendiamo a clienti che hanno capacità economica, che hanno cura di loro stessi. Sono persone che negli ultimi anni sono state costrette a lavorare di più per mantenere inalterato lo stile di vita, ma che comunque guadagnano bene. Devono essere attente alla propria salute. Le occasioni per un bicchiere di vino, nella maggior parte dei casi, sono dal giovedì alla domenica. Il giovedì, ad esempio, si va ad una mostra o un piccolo evento. Il venerdì si va al cinema o a cena in un buon ristorantino italiano. Il sabato si frequentano gli amici. La domenica è un giorno di riposo: si resta a casa o in famiglia. In tutto questo i controlli da parte della polizia sono sempre più meticolosi, lo Stato tedesco regola sempre più rigidamente la vita privata delle persone. Trasgredire è un rischio troppo grande, le sanzioni sono severissime”.


Francesco Pensovecchio
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