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IL CASO

Dopo la bufera giudiziaria che si è abbattuta su Mezzacorona i 142 dipendenti firmano un documento: “Qui si lavora nel rispetto della legalità”

Feudo Arancio,
lettera di difesa
per Rizzoli

Un'arringa in difesa della propria azienda e dell'amministratore delegato Fabio Rizzoli. È quella che hanno firmato i 142 dipendenti di Feudo Arancio dopo le notizie della settimana scorsa sul sequestro di un immobile da parte della guardia di finanza e le accuse di truffa ai danni dell'Unione europea e possibili coinvolgimenti mafiosi.
Proprio sull'eventuale legame con la criminalità organizzata i collaboratori che lavorano a Sambuca di Sicilia (Agrigento) e ad Acate (Ragusa) non hanno dubbi: “Lavorare al Feudo Arancio è essere assunti con contratti regolari, avere i contributi versati e il tfr quando vai via. La mafia non sa cosa siano i diritti dei lavoratori”. Il testo mette in evidenza le ottimali condizioni di lavoro (trattori climatizzati, meritocrazia, crescita professionale, ecc.) nelle quali operano. Condizioni che la mafia non garantirebbe.
La notizia del sequestro di un immobile ad Acate (della società Fta partecipata dal gruppo Mezzacorona) e di 4 milioni di euro in contanti è stata battuta martedì 27 luglio dalle agenzie in seguito a un comunicato stampa delle fiamme gialle di Ragusa. Notizia corredata da pesanti dichiarazioni del comandante provinciale della guardia di finanza di Ragusa, Francesco Fallica, che ha parlato addirittura di un'azienda che “appare come il crocevia di un traffico che tocca i gangli vitali di Cosa Nostra, dai cugini Salvo fino al boss latitante Matteo Messina Denaro”. Alla notizia è seguita immediatamente la reazione del gruppo Mezzacorona per bocca del presidente, Guido Conci, e dell'amministratore, Fabio Rizzoli (indagato insieme con altre sette persone). Il primo si è detto convinto “dell'infondatezza delle accuse”, mentre il secondo ha ribadito che la sua azienda è estranea alla vicenda e ad attività mafiose.

Salvo Butera

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