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02
Set

LA POLEMICA

Una parte dei produttori calabresi e Slow Food contro le modifiche già approvate dal mninistero. Presentato un ricorso. «No all’introduzione di Cabernet e Merlot, no al’omologazione di questo vino»

La guerra
sulla Doc Cirò

È braccio di ferro sul Cirò, la Doc calabrese più famosa. Ora c’è pure un ricorso voluto non solo da un gruppo di produttori che vuole difendere l’uso dei vitigni autoctoni ma anche da Slow Food che a livello nazionale sta sostenendo questa battaglia. Il consorzio di tutela dei produttori con l’appoggio della Regione ha proposto e ottenuto che nel disciplinare venisse modificata la parte relativa ai vitigni autorizzati. Non più solo Gaglioppo al 90 per cento con un dieci per cento di Greco o Trebbiano Toscano. Ma piuttosto via libera a vitigni come Cabernet Sauvignon e Merlot ed altri ancora (tra i 19 autorizzati dalla Regione) fino al 20 per cento. Il comitato nazionale vini presieduto da Giuseppe Martelli ha dato il via libera il 7 luglio scorso e così la modifica è finita sulla Gazzetta ufficiale lo scorso 12 agosto. C’era un mese di tempo per presentare ricorso. Ed ecco infatti che è partita la contromossa sulla decisione. Ora la parola torna nuovamente al comitato nazionale vini che dovrà rivedere la modifica alla luce delle rimostranze di alcuni produttori e di Slow Food. Per esempio, anche se non in modo manifesto, è contraria alle modifiche approvate un’azienda importante per la Calabria del vino come Librandi che ha sede proprio a Cirò e produce la metà del vino che si fregia di questa Doc. E così anche un gruppo di produttori riuniti sotto la cooperativa Cavic. Ed anche noti luminari del vino come Mario Fregoni e Attilio Scienza sarebbero contrari ad introdurre vitigni internazionali nel Cirò, doc della provincia di Crotone che abbraccia i territori di 4 comuni. Paolo Librandi, titolare assieme ai familiari della cantina spiega: «Il Cirò, grazie al Gaglioppo, è un vino dai tannini importanti, di medio corpo e notevole complessità che ha una sua identità molto forte. Perché stravolgerlo? Non basta l’Igt Calabria per chi insegue vini dal gusto omologato?». Va giù duro anche Pino Marino, presidente del comitato in difesa dell’identità del vino Cirò. «Al ministero hanno anche rifiutato la nostra richiesta di pubblica audizione che di solito le norme obbligano a convocare quando si propone o si vara un nuovo disciplinare. Così si stravolge un vino, il suo legame col territorio. Mentre nel mondo adesso tutti non accettano l’omologazione, noi in Calabria vogliamo omologare un vino. Diciamo ancora no e speriamo che anche la Regione faccia la sua parte». E poi Marino racconta di come la proposta di modifica sia solo stata votata dal cda del consorzio e non da tutti i soci come invece dovrebbe essere. Impossibile sentire per una replica il presidente del consorzio di tutela Gaetano Cianciaruso, dirigente della cantina Enotria e promotore delle modifiche. Mentre Slow Food in un comunicato ufficiale spiega che «fare Cirò in modo tradizionale, rispettando le specificità dell’uva e le sue caratteristiche organolettiche sia possibile e necessario. Un vino Cirò che contenga Cabernet e Merlot, oltre che svuotare il prodotto del suo valore autentico, rischia il disastro commerciale. Chiediamo a tutti coloro che credono in una viticoltura naturale, rispettosa delle tradizioni e delle caratteristiche dei territori di sostenere questo ricorso, di diffondere le ragioni dei produttori locali e di esercitare quanto più possibile pressione sulle istituzioni affinché venga corretto questo grave errore». Il braccio di ferro è cominciato.

C.d.G.

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