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Vino della settimana - Malvasia delle Lipari 2011 Doc Passito di Lantieri

on 14 Gennaio 2017. Pubblicato in Il vino della settimana

 

di Gianni Paternò

Esiste ancora in vari angoli d’Italia una viticoltura che possiamo definire eroica, difficile o ancestrale, in qualche caso perfino al limite della sana follia. 

Così è quella che pratica Paola Lantieri nell’arcipelago delle Lipari, ma non a Salina o a Lipari come ci si aspetterebbe, bensì a Vulcano dove l’agricoltura si effettua principalmente nelle zone che i turisti nemmeno immaginano che esistono e dove di vigneti in tutto ce ne sono solamente 12 ettari. Paola, medico, palermitana di una famiglia che possedeva supermercati, con i suoi cari cominciò a frequentare Vulcano dall’inizio degli anni '70, ancora adolescente, quando comprarono una casetta dove trascorrere la villeggiatura. Allora nell’isola si praticava principalmente l’agricoltura e cominciava a svilupparsi il turismo che comunque è rimasto stagionale e Paola sempre più si innamorava di questo territorio nero vulcanico dove la salinità delle brezze inonda i polmoni. Nel 1995 acquista un rudere in contrada Gelso-Punta dell’Ufala nel versante a sud del monte, quello che guarda la Sicilia, che comprende 7,5 ettari di terreno in parte non utilizzabile.

Non c’è rete idrica e fognante, solamente l’elettricità, ristruttura la casa e pensa di realizzare un suo sogno: fare vino ma come si faceva una volta. Nel 2002 scassa 4,5 ettari di terreno vulcanico e l’anno seguente impianta l’autoctono tipico: la Malvasia e un minimo di Corinto Nero.


(Un grappolo di Malvasia)

Qualcuno vorrebbe convincerla a mettere gli alberelli, ma lei determinata, considerando che la Malvasia sviluppa tralci lunghi, fa spalliere potate a Guyot e inizia a coltivare nella maniera più semplice: solo zolfo e rame (e per giunta pochi), stallatico, sovescio e da qualche anno secondo i principi del biodinamico, quindi seguendo le fasi lunari, usando la dinamizzazione e le varie tecniche naturali, ma non certifica niente, sarebbe troppo caro per la sua piccola attività e aumenterebbe ancor di più le carte da produrre.

Inizialmente decide di fare solo il Passito, quindi si fa realizzare i "cannizzi" dove appassire i grappoli e non bastando la difficoltà di trovare mano d’opera, è costretta a portare le uve e vinificare a Salina con ulteriore aggravio dei costi. Nonostante il suo Passito sia molto apprezzato e ben considerato nelle ultime 2 annate decide di vinificare tutto in Malvasia secca, che riscuote grande successo. In totale sono 7 mila bottiglie tra il secco e il passito, e non è un refuso, le rese in uva sono bassissime: circa 25 quintali per ettaro. Con l’appassimento il risultato in vino è ancora minore. Veramente ci vuole tutta la sua passione e la sua cocciutaggine per portare avanti un lavoro duro con cui riesce solamente a recuperare le spese.


(Paola, la figlia Daria e i cannizzi) 

Recensiamo il Passito che viene raccolto precocemente in genere a metà agosto quando l’uva ha ancora una buona acidità, più profumi e meno zuccheri. Veramente se ne raccoglie la metà che è posta al sole sui cannizzi, l’altra rimane ad appassire in pianta strozzandone con maestria il tralcio. L’appassimento nelle migliori condizioni dura 7 giorni se non più. A questo punto si raccoglie l’altra metà, si seleziona acino per acino e caricate le cassette sul camion si traghetta a Salina dove avviene la vinificazione classica: diraspatura, pigiatura soffice, brevissima macerazione e non facendo diminuire la temperatura eccessivamente, fermenta spontaneamente; si allontanano le fecce grossolane e nel feccino fine si fa maturare fino a marzo-aprile, sempre in acciaio, quando senza chiarifica si imbottiglia, per rimanervi quanto più a lungo possibile, cioè fino alla vendita. Paola, che ha come consulente enologo Vincenzo Angileri, contro la sua volontà è costretta a filtrare, anche se leggermente, per ottemperare alle norme obsolete del disciplinare. E’ costretta ad utilizzare i solfiti perchè altrimenti gli zuccheri ancora contenuti nel vino potrebbero rifermentare, ma ne usa il minimo indispensabile, non superando i totali 80 milligrammi per litro, pochissimo per un vino dolce.

Nel calice il colore è dorato tendente all’ambra. Olfatto: dimenticatevi gli altri passiti. Siamo in presenza di note più da fiori e biscotti secchi che mielate, nocciole e mandorle tostate, la frutta candita è delicata mentre sprigiona qualcosa che ti fa capire che viene da terreni vulcanici e iodio: è elegante, personale, diverso. Questa sua distinguente personalità si avverte anche in bocca, è appena dolce, di grande e complessa struttura, intenso ma non eccessivamente viscoso, con una buona acidità ed una mineralità fatta di sale e di iodio che la fanno sembrare meno alcolica. Una Malvasia Passito che non smetteresti di bere tanto è equilibrata e fine. Persistenza molto lunga che addirittura tende al secco, lasciando il palato asciutto.

Si abbina a pasticceria non molto dolce e specialmente a formaggi ben stagionati e anche erborinati, ma se l’apprezzate a solo non sbagliate. Sono 6.000 bottiglie che allo scaffale, quei pochi dove potreste trovarla, si vendono a 28 euro, ma potete rivolgervi direttamente alla produttrice. In ogni caso vi consiglio di comprarne almeno 2, una la gustate subito, l’altra la metterete in bella evidenza nella vostra collezione.

Rubrica a cura di Salvo Giusino

Lantieri – Punta dell’Ufala Az. Agr.
Contrada Gelso, Vulcano
98050 Lipari (Me)
tel. 336 712905
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