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Lug

VISTI DA ORIENTE: Made in Sicily in Giappone

on 11 Luglio 2007. Pubblicato in Numero 17 del 12/07/2007

    VISTI DA ORIENTE

Un intero programma televisivo sulla gastronomia dell’Isola. Dalla pasta con le sarde alle stigghiole, dalla salsiccia ai cannoli. E poi una domanda: “Cosa vuol dire abboffarsi?”

Made in Sicily in Giappone

Molti si erano affrettati a segnalarmelo: pochi giorni prima che io lasciassi definitivamente il Giappone, una puntata del programma televisivo Taizaiki (“Soggiorno”) è stata interamente dedicata alla Sicilia. Fa davvero uno stranissimo effetto vedere scorrere titoli in giapponese contro lo sfondo del golfo di Mondello, e poi, con un salto improvviso, tuffarsi dal Pacifico direttamente nella cultura culinaria del Mediterraneo, con abbondanti primi piani di pasta con sarde e con nero di seppia, inquadrature di mattanza, polpo, stigghiole, salsiccia, cannoli, dolci di mandorle e così via.
pasta_con_le_sarde.jpgIl giovane attore giapponese Terunoske Takezai è andato a fare la sua inchiesta nella cucina di un ristorante siciliano ed è stato addirittura ospitato a casa del proprietario per una settimana. Una full immersion che gli è costata un bel po’ di lacrime al momento della partenza quando, tra abbondanti vasa vasa che non avevano proprio nulla di giapponese, si è dovuto separare da colui che chiama il suo “padre siciliano”.
Guardando il programma, fortunatamente registrato da una mia alunna dell’università di Kyoto dove ho insegnato italiano per un anno, ho dovuto ad ogni piè sospinto interromperlo per spiegare ai miei studenti che estratto e concentrato di pomodoro non sono la stessa cosa e che gli spaghetti si spezzano schiacciandoli dentro una pezza. Non sono certo una gran cuoca, ma mi sono sentita in dovere di mischiare lingua e culinaria, facendo notare che “scotta” è il contrario di “al dente”, e che “padellate” deriva da “padella”. Con il provvidenziale ausilio delle immagini, ho potuto chiarire la differenza fra “finocchio” e “finocchietto”, né potranno più dimenticare il significato della parola “selvatico”, sulla quale ci siamo soffermati per un buon quarto d’ora: hanno spiegato loro tante cose a me, dal momento che in Giappone, anch’esso Paese storicamente povero, esistono usi e costumi equivalenti a quelli siciliani, per esempio l’uso di cibarsi di verdure spontanee. La trasmissione, davvero densa di interessanti spunti culturali, era in realtà un programma a quiz. L’uso del pangrattato (in Sicilia volgarmente detto “mollica”) come “formaggio povero” è addirittura diventato oggetto di una delle domande, con il canonico scandire del tempo mentre la telecamera inquadrava il candidato tutto concentrato a riflettere sul problematico quesito “Che cosa si può usare in Sicilia al posto del formaggio?”.
Ad un tratto ho visto sbiancare i volti degli studenti: i sottotitoli in giapponese corrispondevano ad una lingua per loro doppiamente straniera. “Non preoccupatevi, non è colpa vostra, i lavoranti della cucina stanno parlando in dialetto siciliano, che è molto diverso dall’italiano”, li ho rassicurati. Ma le differenze culturali più vistose dovevano ancora arrivare: al ristorante e nel corso di una grigliata in campagna, si vedevano i siciliani avventarsi felici su enormi piatti di pasta, obbedendo all’imperativo categorico dell’abboffata. E qui le mie spiegazioni hanno dovuto subire un brusco arresto: abboffarsi per un giapponese è un concetto inesistente.



Marcella Croce
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