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Lug

PERBACCO: Il vino e i falsi miti enologici

on 18 Luglio 2007. Pubblicato in Numero 18 del 19/07/2007

    PERBACCO

La moda, ma anche l’estetica, fanno aumentare senza motivo il prezzo di alcune etichette. E oggi alcuni consumatori riscoprono gli sfusi, quelli del “contadino”. Tra quelli “poveri” di ieri, rivalutati oggi, vi sono quei vini detti minerali


Il vino e i falsi miti enologici

La moda, l’enologo del momento, la ricerca di certe caratteristiche organolettiche più che altro “estetiche” di un vino, e anche del packaging quanto più raffinato possibile e quindi costoso, hanno fatto aumentare il prezzo di molti vini imbottigliati in maniera esasperata. La rivendita di queste bottiglie di vino da parte delle enoteche e dei ristoratori con ricarichi esponenziali, hanno creato dei falsi “miti enologici”. Nella psicologia del consumatore più attento ai giudizi delle guide enologiche e dell’esperto di turno, più che al proprio gusto (è vero a volte questi guru della degustazione ti fanno sentire una nullità!) si è spesso innescato un meccanismo del tipo: più costoso uguale a più buono.
Poi, qualcuno, degustando con i propri sensi anziché con quelli del supergiornalista-guru-degustatore, ha iniziato a creare dei dubbi in se e negli altri, facendosi delle domande: perché devo pagare tutti questi soldi per dei vini spesso uguali tra loro? Perchè la maggior parte dei soldi che pago per la mia bottiglia di vino deve andare al produttore di vetro, di etichette, di cartone, alla promozione nelle sue diverse forme (più o meno occulta) e non invece al viticoltore-vinificatore?
L’arrivo di vini da altre regioni vitivinicole (America, Sud Africa, Australia), buoni, a prezzi molto più contenuti e spesso molto simili a quelli nostrani super blasonati (perché lo stesso il vitigno e il sistema di vinificazione) hanno trasformato il dubbio in certezza: molti di questi vini alla moda non sono dei vini ricchi, ma per ricchi, poveri in sensibilità gustativa. Sempre più consumatori, colpa anche della contingente crisi economica e del perfido utilizzo del passaggio dalla lira a l’euro, sono andati alla ricerca di vini buoni a prezzi onesti: i vini per poveri, in possibilità di spesa, ma ricchi nella ricerca di sensazioni. Si sono così riscoperti alcuni vini considerati, da molti opinion leader, semplici, banali, ma molto originali. Si sta iniziando anche a rivalutare il vino sfuso, in cui il consumatore non è costretto a pagare il packing, e altri vini “del contadino”. Il “contadino”, oggi, avendo più coscienza e conoscenza della tecnica enologica e igienica, può dare dei vini dignitosi a prezzi onesti (può essere benissimo il vino di tutti i giorni).
Tra i vini “poveri” di ieri, rivalutati oggi, vi sono quei vini detti “minerali”. Mineralità è un termine che ultimamente si legge e si sente spesso per definire un vino. Tramontata, sembra, l’era del vino super fruttato, super concentrato, del super colore cupo impenetrabile, super legno (i famosi vini del falegname!), super corposo e super dolce, cioè di quei vini che qualcuno ha definito i vini marmellata, altri i vini “doppati” (ma è veramente tramontata l’era di questi vini?), pare iniziare la moda, dei vini “minerali”. Detti tali forse perché sono poco frutto, niente colore cupo impenetrabile, niente concentrazione, niente legno, poco corpo, acidi. Altri epiteti utilizzati sono: vini nervosi, longilinei.
vitigni.jpgCome spesso accade nelle cose umane, inevitabilmente si passa da un eccesso all’altro. Dimenticando, nel caso enologico, che un vino non può e non deve essere come la “moda” (che sempre cambia proprio perché è moda) lo vuole, ma semplicemente come esso è. Per sua natura, per sua origine. Un vino deve avere certe caratteristiche qualitative, organolettiche, no perché lo ha deciso la moda o l’enologo del momento, ma in quanto è espressione di un territorio a vocazione vitivinicola, dei vitigni del territorio e della cultura vitivinicola degli uomini che lo producono. Non il vino per l’uomo ma l’uomo per il vino. La mineralità è una componente che certi vini hanno in definita evidenza, spesso sovrastante sulle altre caratteristiche, in quanto la vite affonda le radici in particolari terreni. Spesso sono terreni di origine vulcanica. Nella zona etnea, ad esempio, la natura del terreno etneo è strettamente legata alla matrice vulcanica. Può essere formato dallo sgretolamento di uno o diverse tipe di lava, di diversa età e da materiali eruttivi quali i lapilli, ceneri e le sabbie. Lo stato di sgretolamento e la composizione delle lave e dei materiali eruttivi da origine a terreni composti, o da particelle molto fini o formati da tantissimo scheletro di pomice di piccole dimensioni, detto localmente “ripiddu”, con capacità drenante molto elevata.
Questi terreni vulcanici a reazione sub acidi sono ricchi soprattutto in microelementi (ferro e rame, silice e tanti altri) Mediamente dotati di potassio, fosforo e magnesio. Sono poveri d'azoto e calcio. Un vino etneo, spesso indipendentemente dal vitigno, è riconoscibile in quanto ha una evidente mineralità, cioè una sensazione netta di sapidità accompagnata sempre da una piacevolissima e persistente acidità. Caratteristiche che, anche in presenza di gradazioni alcoliche elevate, rendono i vini mai pesanti, eleganti, persistenti al gusto. La definizione di mineralità è veramente esaltata, caso unico in Sicilia, nei vini bianchi prodotti con il vitigno Carricante delle vigne a più alta quota (dai 950 ai 1200 metri di altitudine) dell’Etna. Il Carricante è un vitigno autoctono che si coltiva praticamente solo sull’Etna. Esso è un vitigno, quasi sconosciuto, coltivato in una zona piccola, spesso snobbato, oggi in continua rivalutazione e interesse. Il Carricante è capace di dare un vino capace di sfidare, nel tempo, tantissimi vini rossi blasonati. Anche dopo anni e anni conserva e si evolve in caratteristiche organolettiche sorprendenti. Il Carricante dà un vino bianco di appena 11-12 gradi alcolici, dal colore vivo, di un giallo verde brillante. Dai profumi floreali, di mela e miele, aromi tenui ma complessi. Dal gusto minerale (il terreno vulcanico), di intensa finezza, slanciato, con acidità piacevole e intensa. Una volta bevuto le papille non smettono di essere “solleticate”, stimolate da un armonia di sapidità, freschezza e complessità aromatica. È un vino non possente, non di impatto, ma semplicemente elegante, gradevole, dalle caratteristiche uniche, vera espressione di un territorio irripetibile: l’Etna.


Salvo Foti
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