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Giu

on 24 Giugno 2010. Pubblicato in Articoli sul Marsala

Carlo Ferracane, presidente della Assoenologi siciliana e marsalese: “Bisogna pagare di più chi fa l'uva di qualità per il Marsala. Solo così la Doc potrà rinascere. E poi puntare sui giovani, più investimenti sulla promozione e maggior dialogo tra i protagonisti della filiera. E su Scienza dico che ha torto ma..."

"Remunerare
meglio i viticoltori"

“Siamo pronti e a disposizione per fare il Marsala. Non c'è giovane enologo che non vorrebbe farlo. Bisogna investire nella ricerca, remunerare in modo giusto i viticoltori per fare qualità  in vigna con il supporto degli enti e fare soprattutto marketing”. Lo dice Carlo Ferracane, presidente della Assoenologi sezione Sicilia, enologo e marsalese.

Il Marsala dal punto di vista di un tecnico. Lei cosa ne pensa?
“Dal punto di vista della produzione va bene così per come è fatto. Parlo anche per tutte le tipologie nate che hanno diritto di esserci nel mercato perché le detta e le vuole il consumatore. Ovviamente da enologo penso sempre che un prodotto è sempre migliorabile, il top per noi è sempre quello che si può fare il giorno dopo. Il prodotto non deve essere mai trascurato nel tempo”.

Ed è d'accordo con Scienza sul migliorarne la base con un ritorno in vigna?
“Assolutamente sì. Questo è un aspetto che deve essere affrontato. Il Marsala era fatto in vigna originariamente, con un sistema di gestione del vigneto e di produzione oggi abbandonato perché costoso. Parlo del sistema ad alberello. Certo sarebbe auspicabile ritornare a questo sistema, ma le industrie del vino dovrebbero ritornare a remunerare l'agricoltore con un giusto compenso. Il sistema ad alberello non è meccanizzabile, richiede interventi a mano, e poi è fatto per produrre piccole quantità. Il lavoro in vigna per il Marsala era una delle fasi caratterizzanti del vino, basti pensare che l'agricoltore marsalese è nato per fare Marsala e non vino da tavola. Oltre 30 anni fa erano più di 150 i bagli dove si faceva il Marsala ed oggi ne rimangono solo una decina”.

Condivide invece la provocazione che questo vino sia un bluff?
“No. Il professore ha parlato di una realtà che lo tocca solo marginalmente, non è di questo territorio, non può conoscere e sapere quanto sappiamo noi. Per me il disciplinare va bene così come è anche nella sua complessità, il compito di fare un prodotto di qualità spetta all'industriale. Se si deve parlare di crisi del Marsala, il problema è un altro, anzi sono tre”.

Quali sono?
“Intanto non si fa ricerca. La si dovrebbe fare in vigna, in cantina. Abbiamo laboratori dove non si investe per fare studi sulla qualità. Ricercatori e professori vanno all'estero, una fuga di cervelli che sta colpendo anche questo ramo della scienza enologica. Si dovrebbe fare ricerca anche per capire cosa vuole il consumatore. E qui espongo il secondo problema, il marketing. Tutti hanno in bocca questa parola, ma è una scienza che nessuno applica, soprattutto sul Marsala. Non si conosce questo vino, ovvero lo si conosce solo in parte ed in maniera distorta, è perché non si è fatto marketing. E poi non è presente da nessuna parte. Manca persino qua a Marsala, nei bar, nei ristoranti, nei locali. Il consumatore ha perso il contatto con questo vino, non arriva sulla tavola. Il Marsala possiede il giusto marchio però si è sbagliato nel posizionamento di questo prodotto. Ripeto, se si facesse un buon marketing il consumatore lo richiederebbe”.

Il terzo problema?
“Il dialogo che dovrebbe esserci tra i viticoltori, ovvero chi coltiva l’uva, gli industriali del vino ed enti. Se si vuole che i viticoltori facciano qualità bisogna ricompensarli. Ci vuole un'intesa tra questi tre soggetti e le istituzioni devono fare la loro parte, ed in questo periodo di crisi più che mai”.

Voi enologi cosa potreste fare per aiutare il Marsala?
“Noi siamo pronti a metterci a disposizione delle aziende che fanno Marsala, basta che loro ci diano supporto. Abbiamo nella nostra associazione molti giovani enologi che amano il Marsala e vogliono fare il Marsala, e già alcuni poco più che trentenni lo fanno. Organizzeremo incontri e convegni su questo vino, teniamo particolarmente al fatto che se ne parli tutti insieme, noi enologi, con produttori e comunicatori”.

Quindi ha un futuro?
“Certamente. Intanto penso che i vini subiscono le mode, il Marsala è quello che deve restare. E poi il futuro siamo noi. Se c'è la volontà del territorio di produrre Marsala allora non ci sono giovani che non vorrebbero fare il Marsala”.

M. L.

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