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Mag

Otto annate di Sciavè

on 19 maggio 2011. Pubblicato in Le grandi verticali

Che il nero d’Avola sia oramai l’onnipresente principe di Sicilia è un fatto assodato. Tuttavia, da punta a punte, punte al plurale solo per ricordare la geografia triangolare dell’isola, mi capita spesso il dubbio se davvero sia supremo esempio di regalità enologica ovunque si trovi.

Nelle esperienze di chi assaggia, per studio o per diletto, arriva sempre un momento in cui ci s’imbatte in una situazione potenzialmente capace di sovvertire l’ordine costituito con lunghi anni di apprendistato. Taluni ne gioiscono, altri ne sono infastiditi, altri ancora addirittura irritati come quando si è costretti ad aspettare sotto la pioggia senza ombrello.
E’ una situazione che mi è capitata con Massimo Padova della cantina Riofavara di Ispica (Sr).
Immaginate un Nero d’Avola proveniente da un comprensorio delimitato dai comuni di Ispica, Pachino e Avola – si, proprio Avola, come il nome del vitigno – l’estremità geografica della Sicilia e dell’Italia, oltre il sud di Tunisi, confutare “a contrario” la tesi secondo cui il vitigno Nero d’Avola sia comunque buono ovunque. Perché “a contrario”? Semplice: perché quel Nero d’Avola giù dabbasso è più “interessante” di altri, interessante nella misura in cui se si ha a disposizione una banconota da 20 euro per il vino, la scelta non cade (mai) sul più buono ma (sempre) sul più interessante.


 Massimo Padova titolare di Riofavara

Questo è il ragionamento che c-o-s-t-a-n-t-e-m-e-n-t-e mi sminuzza le meningi ogni volta che mi trovo seduto in un’osteria del sud-est siciliano. Ecco schizzar fuori dai menu “Riofavara” a reclamare attenzione. Il fatto mi succede con regolarità perché ho la convinzione che esiste una felice combinazione, ben rara nella sua nitidezza, tra il vitigno e la sua zona di origine. Massimo Padova ha seguito con coscienza le indicazioni di suo nonno Saverio, Sciavé, e dalla famiglia che qui lavora da metà ‘800. Gli ettari sono 16, frammentati in piccoli appezzamenti tra i comuni di Ispica e Noto. I terreni sono bianchi, calcarei, solo a Marza sono argillosi. Tra i vini prodotti non c’è solo il Nero d’Avola, di cui la cantina è oggi splendida interprete su varie tipologie, ma anche un vino bianco secco, il Marzaiolo, e un vino da dessert ottenuto da uve moscato di Noto, il Notissimo. Entrambi da non perdere.


 Pasquale Buffa ha partecipato alla degustazione

Il nero d’Avola di riferimento, dicevo, è lo Sciavé, e su quello si concentrano tutti gli sforzi produttivi con l’assistenza dell’enologo Nino Di Marco. Un Nero d’Avola di struttura vigorosa affinato per 18 mesi tra tonneau, per 2/3 nuovi, e bottiglia, alla ricerca della finezza e dei punti di equilibrio. Per non togliere il meglio, dal 2004 si è deciso di non filtrare più il vino. Il vigneto è in Contrada Favara-Biduri con estensione di poco più di 1 ettaro e densità di 6.500 ceppi che producono circa 1,5 Kg ciascuno. Il sistema è a controspalliera alta allevata a cordone speronato a 60 cm da terra. Il suolo è costituito da uno strato di ciottoli di origine fluviale, il Tellaro (anticamente chiamato Eloro), e poggiato su marne calcareo-argillose spesse 70 cm. L’irrigazione è di soccorso, capita di raggiungere i 45°C per alcuni giorni.

In vigneto i prodotti di sintesi sono off-limits; ad esempio, per uso antiparassitario si utilizza il piretro. Per la fermentazione solo lieviti indigeni, mai selezionati. L’obiettivo è utilizzare una viticoltura naturale sostenuta con giudizio e rappresentata al consumatore con dati certi attraverso certificati di analisi multiresiduale.
Infine, la denominazione scelta, valorizzando non in ultimo la trasparenza, è la DOC Eloro perché richiede per disciplinare 95% di nero d’Avola, mentre le altre DOC sono più flessibili, come ad esempio la DOC Noto che consente il 40% di altre varietà.
 
La verticale che abbiamo esaminato è composta da 8 annate, dal 2001 al 2008, senza interruzioni e senza paura di mostrare qualcosa di non perfetto. Non lo fanno tutti, non alle verticali di Cronache di Gusto. Anzi, a memoria, Massimo Padova è il primo.

 
Sciavé 2008
Colore rosso rubino intenso, vivo, tenui riflessi viola. Naso pieno, intenso, concentrato. I riconoscimenti varietali del nero d’Avola quali prugna, viola e gelsi sono evidenti ma non marcanti. E’ un’aromaticità stratificata, piacevole, che vira subito verso il cuoio, l’alloro ed erbe mediterranee. In bocca è morbido ma deciso, con una fresca nota acida che lo snellisce. Giovanissimo, troppo. 89/100

Sciavé 2007
Colore rosso rubino intenso con tenui riflessi viola. Il naso è intenso, compatto. I riconoscimenti varietali di prugne e gelsi lasciano il posto a note balsamiche e speziate. Il legno, pur presente e in evidenza, è contrastato da una vivace mineralità. In bocca è ricco, di piena struttura. L’intensa acidità accelera le sensazioni e regala freschezza. Lungo. 89/100
 
Sciavé 2006
Un Nero d’Avola “pure”. Colore rosso rubino intenso con tenui riflessi viola. Al naso è rotondo, maturo. Sentori di frutta rossa e nera dominano l’olfatto e sono pienamente riconoscibili. Confettura di mora e prugne sottolineano un’annata presumibilmente calda. Note di carrube e una fine speziatura lo riconducono al suo territorio. In bocca è vellutato, soffice, pronto. Basta attendere qualche minuto per notare una serrata progressione nel bicchiere. E’ nel suo momento evolutivo migliore. 88/100

Sciavé 2005
Colore rosso rubino intenso con riflessi granato. Un naso intenso di erbe aromatiche poggia su un fondo di confettura di more e carrube. Cenni di tè nero. In bocca è equilibrato, di buona armonia. Lo stato evolutivo segna qualche piccola ma affascinante ruga. 82/100
 
Sciavé 2004
Colore rosso granato, intenso. Naso evoluto a causa di una leggera ossidazione. Un’annata incerta, che deduciamo essere stata calda, e un tappo probabilmente non perfetto lasciano leggermente sottotono questa vendemmia, o forse sarebbe meglio dire questa bottiglia. Una componente ossidativa riconducibile alla mandorla e a mallo di noce anticipa un ventaglio di erbe aromatiche quali salvia, timo e rosmarino. Miele selvatico e cacao amaro si delineano sullo sfondo. In bocca è caldo, sapido, di carattere. Finale leggermente amaro. 77/100
 
Sciavé 2003
Il 2003 è a Ispica una di quelle annate che Massimo ricorda come calde e ben ventilate. La vendemmia accadde il 10 settembre. Il colore è rosso granato, netto. Al naso cenni di fiori appassiti, lavanda, confettura di more, noci. In bocca è più esile dei precedenti, fresco, da cui traspare una energica eleganza. 79/100
 
Sciavé 2002
Colore rosso granato intenso. Il naso è avvinto da profumi ancora chiari di frutta rossa in confettura, spezie, tabacco chiaro ed erbe medicinali. Sorprende l’insolita pressione olfattiva nonostante gli anni trascorsi. Si aggiungono chiari riferimenti territoriali, di mandorla, sapidità marina, marmellata di arance amare. In bocca è vivo, deciso, snello per la sostenuta acidità. I tannini sono docili e in equilibrio. Finale in lunghezza. Una bottiglia davvero sorprendente. 88/100
 
Sciavé 2001
Il tempo passa per tutti. E’ la bottiglia meno fortunata della serie ma anche la più vecchia. Anche qui ho il dubbio che si sia trattato dell’evoluzione in bottiglia e non dell’annata meno felice. Il colore è rosso granato con qualche riflesso aranciato. Al naso è pungente. Si distinguono immediatamente le erbe medicinali e l’intensa balsamicità esaltata dalle note ossidative. In bocca è tagliente, ancora ben vivo, con tannini chiari e ben espressi. Gli anni riescono a conferire un fascino assolutamente speciale. Di facile beva, incuriosisce per il carattere ancora socievole ed espansivo. 72/100

Francesco Pensovecchio

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