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Pubblicato in Itinerari il 24 Maggio2019

La seconda parte del nostro viaggio nell'isola di fronte la Sicilia


(Faro di Punta Gavazzi)

di Clara Minissale, Ustica (Pa)

(qui la prima parte)

Il mare di Ustica è area marina protetta, paradiso per gli amanti delle immersioni. Qui vivono e si incontrano numerose specie tra cui la Posidonia oceanica, la cernia bruna, tonni, ricciole, dentici, barracuda, occhiate, polpi e aragoste.

Il centro abitato si è sviluppato intorno al porto e arrivando in nave o aliscafo si riesce a percepirne e abbracciarne con lo sguardo una buona parte. E come ogni piccolo centro che si rispetti, anche qui la vita è scandita da incontri e appuntamenti in piazza - l’unica - alla fine della quale si staglia il prospetto della chiesa che si trova esattamente all’incrocio tra due assi principali, uno dei quali porta alla Rocca della Falconiera, rifugio durante le incursioni corsare nei primi anni dalla colonizzazione e ottimo punto panoramico per avere una visione dall’alto del porto e dei sui dintorni, nonché sede del museo vulcanologico.


(Lungo il sentiero di Mezzogiorno)

Il prodotto principale dell’agricoltura dell’isola sono le lenticchie, le più piccole d’Italia, particolarmente gustose e nutrienti grazie alle caratteristiche dei terreni in cui vengono coltivate e intorno a questo legume tutelato da Slow Food, ruota buona parte della gastronomia usticese e anche della sua economia. 


(Campo di lenticchie)

Qui con le lenticchie si fanno molte preparazioni. Ci sono i “Natalini”, biscotti creati da Maria Cristina Natale, storica figura dell’isola che nonostante i suoi ottant’anni, ha ancora energia e voglia di impastare e prepara assaggi prelibati e conserve anche su richiesta. E poi le panelle del ristorante “Il faraglione”, a pochi metri dal porto (molto buoni qui anche gli spaghetti con crema di zucchine alla menta, battuto di gambero e mandorle tostate). E ancora la caponata di lenticchie e le arancine ripiene del legume, creazione di Elsa Zanca che con la sorella Katia e il marito di quest’ultima, Salvo Tranchina, gestisce il Kiki’s bar (assolutamente da non perdere anche le polpette di finocchietto e cipolla in agrodolce), uno dei pochi locali ad essere aperto tutto l’anno, rifugio e consolazione dei giovani del posto. Immancabili, naturalmente, zuppe e insalate proposte dai ristoranti e trattorie, spesso arricchite da gamberetto locale appena pescato. 


(Maria Cristina Natale)

A proposito di gamberetti, se fate sosta al ristorante Carruba, chiedete i parapandoli, tipici usticesi, serviti crudi, marinati con olio e limone: una squisitezza.  


(Parapandoli)

Tra un pasto e l’altro, si può assaggiare la pizza usticese, fatta con pasta lievitata, salsa di pomodoro e aglio, da portare come spuntino al mare o da gustare passeggiando per le vie del paese. E quando, tra una camminata e l’altra, arrivate a casa del Mancino, un uomo minuto e fortemente espressivo, un tempo grande pescatore di ricciole, fermatevi ad osservarlo e ascoltarlo. “É l’unico che conosca tutti i segreti di questa pesca”, si mormora tra i vicoli nei pressi di casa sua e anche l'unico a possedere l’arte dell’intreccio delle nasse di ulivo selvatico e giunco che si usano per la pesca. Un’arte che si perderà con lui “perché - dice - oggi nessuno ha veramente voglia di imparare”.


(U Mancino e le nasse)

Fino all’anno scorso il Mancino, al secolo Vincenzo Caminita, con i suoi ottantanove anni suonati è andato per mare, quel mare che, dice, gli ha insegnato a diventare uomo. Oggi sta seduto su uno sgabello davanti alla porta di casa, intreccia e racconta di quando salì su una barca per la prima volta a cinque anni e imparò a fare tesoro degli insegnamenti di suo padre: “saper fare da mangiare e saper dormine”, ciò che serve ad un uomo per sopravvivere. La sua specialità sono le polpette di barracuda e non è raro trovarlo in cucina tra una nassa e l’altra. Storia, archeologia, natura, agricoltura, enogastronomia e, naturalmente, mare, che comanda e seduce con trasparenze cristalline e colori di tutta la gamma dei blu. Un’isola, per usare le parole di Omero, a cui “all’intorno il mare infinito fa da corona“. (fine)

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