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Pubblicato in La birra della settimana il 08 Aprile 2018
di C.d.G.

di Andrea Camaschella

Questione di giorni e uscirà sul mercato un nuovo birrificio, con una linea di birre, due sole per il momento, strettamente collegate al mondo vinicolo. 

Si tratta di Siemàn, che nasce nell’omonima azienda agricola che ha iniziato a coltivare uva e produrre vino nel 2014. Il nome, in veneto, significa sei mani e sono tre fratelli a occuparsi della piccola azienda: Marco, Daniele e Andrea Filippini, con quest’ultimo a occuparsi quasi esclusivamente del birrificio. La scelta di Andrea è stata di produrre birre che strizzano l’occhio alla tradizione belga delle fermentazioni spontanee, ma approfittando delle uve e dei mosti che ha a disposizione. Una scelta coraggiosa e impegnativa, prima di tutto dal punto di vista legislativo, per stare dentro ai parametri dei vari uffici: credo sia diventato matto a spiegare botti e barrique che occupano quasi l’intera struttura dedicata al birrificio. Anche dal punto di vista economico la scelta è importante: la prima birra è stata prodotta sul finire del 2016 e ancora non è uscita sul mercato. Tempo, investimento, rischio imprenditoriale sono stati messi in conto e quasi ci siamo: le prime due birre, Incrocio e Le Bucce, stanno finendo di rifermentare in bottiglia e tra poco potranno essere vendute, mentre una farmhouse saison sta ancora fermentando in barrique.

Io oggi ho scelto di raccontarvi - ovviamente è uno spoiler - la prima delle due, la Incrocio. L’aspetto è ad hoc per questo genere di birre, con schiuma bianca evanescente, colore giallo che tende al dorato, quasi ossidato e velato. Il naso è subito colpito da una netta nota di pelle di salame e poi da un bouquet complesso e intrigante in cui sentori minerali, quasi di idrocarburi, fruttati e floreali si susseguono l’un l’altro. In bocca colpisce per il bilanciamento agrodolce: l’acidità, tra lattica, malica e citrica, si avverte, ma non eccessivamente. Così come l’astringenza, citrica, sul finale della bevuta: ben percepibile ma mai fastidiosa, nonostante sia accompagnata da un corpo esile e da una bella secchezza, in compenso svela la sapidità minerale di questa birra e apre a un finale, di buona persistenza retrolfattiva, fruttato. In particolare mela e una fresca e “croccante” fragola, che nulla ha a che vedere con l’uva fragola, ma proprio col frutto in sé, probabile dono di qualche lievito selvatico nello svolgere il suo lavoro.

Fresca, facile e complessa al tempo stesso, forse, nella fase in cui l’ho assaggiata io, pecca di una carbonazione un po’ timida, ma credo che migliorerà, sotto questo aspetto, già nelle prossime settimane. In molti casi mi è capitato di assaggiare birre eccessive, mal fermentate, con sentori fastidiosi, acidità incontrollate. Non è il caso della Incrocio che si inserisce di prepotenza, per l’ottima fattura e gestione di ogni suo aspetto, nel panorama dedicato a questo genere di birre, sì di nicchia ma di cui si parla piuttosto spesso: intendo le Sour Ale (birre acide) più che le Italian Grape Ale. E Incrocio è un ibrido tra questi due mondi, una birra fermentata da lieviti selvatici, cui viene aggiunto, in un secondo momento, il mosto d’uva Incrocio Manzoni che arriva direttamente dalle colline attorno all’azienda, sui colli Berici, coltivata e lavorata dai 3 fratelli.

Faccio dunque i complimenti ad Andrea Filippini, che dopo aver studiato ed essersi confrontato, ha seguito la sua strada, senza lasciarsi influenzare e soprattutto senza cedere alla fretta, ma rispettando il tempo più che il portafoglio. L’augurio, lo faccio a me più che a lui, è di poter assaggiare altre sue creazioni e iniziare a valutare le annate in qualche emozionante verticale. In attesa di novità, io non vedo l’ora di bere nuovamente Incrocio.

Rubrica a cura di Andrea Camaschella e Mauro Ricci

Siemàn
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