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L'azienda

L’Etna da non perdere: i vini di Calabretta

13 Settembre 2011
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L’incontro con la famiglia Calabretta è dirompente, di quelli che non si dimenticano. Massimo Calabretta, detto Gaio, e suo figlio Massimiliano sono due persone con un temperamento passionale, caldo come il vulcano su cui coltivano le loro vigne.

Titolari di una delle più vecchie aziende vinicole di Randazzo, sul versante nord dell’Etna, hanno con il loro territorio e con le loro uve un rapporto viscerale, di amore e rispetto, che suscita meraviglia ed ammirazione in chi ha la fortuna di ascoltare i loro racconti. Papà Massimo ci dice come sin da bambino abbia lavorato presso la distilleria di famiglia girando per le aziende agricole a raccogliere le bucce dell’uva, residuo di fermentazione: “Io conosco questi terreni palmo per palmo. Da bambino con mio padre raccoglievamo le bucce provenienti da tutte le vigne della zona; ho imparato da lui a riconoscere l’uva migliore da quella più povera, le vigne pregiate da quelle meno buone, i terreni maggiormente vocati alla viticoltura”.


Massimo Calabretta

E continua narrando dei metodi di coltivazione tradizionali, evolutisi nei secoli tra quei contadini abituati a cercare di ottenere il meglio da un territorio arso e brullo: “Quando ero piccolo le vigne si concimavano col metodo della felce. Venivano scavati solchi tra i filari, si riempivano con felci e piccole quantità di letame, quindi si ricoprivano. In questo modo non si saturava il terreno con nutrienti, le felci garantivano una micro-ossigenazione che determinava un equilibrio della durata di anni. Le viti avevano il giusto apporto di azoto e sostanze nutrienti, cercando tutto il resto che gli serviva in profondità nel terreno”. Interviene Massimiliano: “Il vino lo fa la vigna. Meglio è coltivata la vigna e migliore sarà il risultato finale”, e continua la sua invettiva “Il problema dell’enotecnica moderna è il mosto concentrato. Il suo uso è consentito dalla legge ma in realtà snatura il profilo organolettico originale del vino”.


Massimiliano Calabretta

Ed in realtà passeggiare tra i loro vigneti, situati tra i 700 e gli 800 metri su sabbia nera lavica, suscita meraviglia ed ammirazione. Tra i filari ben curati crescono liberamente erba e piante selvatiche. “Ogni tanto faccio un sovescio col favino, però non troppo spesso, per non arricchire eccessivamente il terreno di azoto”, ci spiega Massimiliano. “Le piante hanno un loro equilibrio, devono essere libere di crescere, appassire e trasformarsi esse stesse in concime”. Grilli ed insetti, vermetti nel terreno, sono la testimonianza dell’assenza di prodotti anticrittogamici o pesticidi. E nonostante questo le viti sono in genere perfettamente sane ed integre.
Massimiliano ci spiega le differenze tra i vari vigneti ed i diversi cloni, tra il nerello mascalese ed il nerello cappuccio.


Nerello mascalese

Ci racconta come la coltivazione sia orientata a rese non superiori ai 40 quintali per ettaro. Ci porta a visitare i nuovi impianti di Pinot Nero in terreni particolarmente vocati. Ma la sorpresa più grande è la vigna da cui ottiene 800 bottiglie di “Nonna Concetta” nelle annate migliori: un vigneto vecchio di 130 anni, parzialmente a piede franco. Strepitoso da vedere: piante sparpagliate coltivate ad alberello basso o a calice, con tronchi il cui perimetro alla base si può misurare in decine di centimetri.


“Nonna Concetta”

La cantina segue la stessa filosofia naturale delle vigne. Nessun prodotto enotecnico capace di alterare l’aroma originale delle uve, del mosto o del vino. Soltanto legni vecchi, ovviamente niente mosto concentrato. “Ti farò fare un educational” esordisce Massimiliano, “un tour tra vari vigneti ed annate”. E la degustazione si snoda tra annate e vigneti di Etna Doc, da quelli giovani più fruttati a quelli affinati in legno per 4-6 mesi ed almeno quattro anni in bottiglia, con un profilo più evoluto e maturo. Tra questi assaggi tante anteprima non ancora in commercio, un divertente “Nerello Cappuccio” in purezza, rosso rubino intenso, di facile bevibilità, ed un Pinot Nero di nuovo impianto.


Cantina

 Quello che affascina dei vini Calabretta è la loro serietà. Dagli Etna Rosso vecchi di dieci anni, austeri e profondi, a quelli più giovani e fruttati, si percepisce serietà negli aromi che non sono mai eccessivi o ruffiani ma sempre composti ed equilibrati e soprattutto sinceri. Non capiterà mai di percepire in una bottiglia di Calabretta qualcuno di quegli strani aromi che ogni tanto ci fanno soffermare a degustare ripetutamente nel tentativo di comprendere come mai il vino nel calice sappia di chewing-gum alla fragola o di frutta candita.
L’assaggio che ci ha colpito di più è stata una gradita sorpresa non ancora in commercio. Un nerello mascalese in purezza da un vigneto a piede franco impiantato nel 2004, figlio di una sperimentazione voluta da Massimiliano. Le barbatelle da impiantare sono state selezionate nei famosi vivai di Rauscedo, in Friuli, dai migliori ceppi di nerello delle vigne Calabretta. Soltanto le migliori piante con i migliori apparati radicolari sono state impiantate in un terreno appositamente scelto, con una composizione ed un’esposizione ottimale.
Il risultato della vendemmia 2007 è a dir poco strepitoso. Dopo quattro anni di affinamento in botte il vino che Massimiliano spilla nel calice è semplicemente nettare. Complesso e profondo nella struttura, affascinante e coinvolgente negli aromi. La sua tannicità e la ruvidezza, peccato di gioventù, fanno immediatamente venire in mente quei grandi baroli tradizionali che richiedono tempo, anni, prima di rilassarsi in morbidezze compiutamente mature. Un naso sottile ed elegante lascia il passo ad un palato complesso che già consente di riconoscere note terziarie raffinate senza alcuna invadenza da parte del legno. Il Piede Franco di Massimiliano Calabretta è il prodotto di una vinificazione abile ed intelligente, rispettosa del frutto e del territorio. Un grande vino di cui sicuramente sentiremo ancora parlare. E stupisce che questo risultato sia stato ottenuto da una vigna giovane di soli sette anni. Se queste sono le premesse tra vent’anni avremo forse uno dei migliori vini d’Italia, capace di competere con i più grandi baroli.
Lasciare la cantina della famiglia Calabretta ci fa riflettere. Pensiamo alla grande esperienza di Massimo, alla passione ed alle profonde conoscenze tecniche di Massimiliano.
Ci chiediamo come mai grandi esempi di vinificazione come questi rimangano in ombra e non conquistino il posto che meritano, assenti dagli scaffali delle enoteche, assenti dalle guide di riferimento. Ma soprattutto assenti dai calici di tanti appassionati, che sicuramente, se fossero messi nelle condizioni di conoscerli, diventerebbero consumatori abituali di questi grandi vini naturali, garantendo loro le gratificazioni che meritano.

Massimiliano Montes
 

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