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Pubblicato in L'azienda
di Redazione

Al “Quantico Bianco” è nato un fratellino. E’ un rosso. Anch’esso un Doc dell’Etna, da Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio.

Stessa gestazione, stesso parto. E stessi genitori, ovviamente. E’ un po’ anomalo, ma quest’ultimi sono cinque. E’ un prodotto dell’azienda “Giuliemi”, sei ettari vitati sul versante nord dell’Etna vicino a Linguaglossa. Azienda nata da un’idea collettiva, unica e originale, di cinque “magnetici” buontemponi messisi insieme per fare un vino sfruttando i principi della fisica quantistica. Ovvero usando onde magnetiche studiate da Max Plank, lo scienziato che con i suoi studi sulla fisica dei quanti si guadagnò il premio Nobel nel 1918. Certo, lo scienziato, non avrebbe mai pensato che le sue osservazioni sui quanti un giorno sarebbero servite a fare del buon vino. E soprattutto a proteggere da parassiti e microrganismi nocivi, viti e vigneti. Almeno questo hanno scoperto i cinque ragazzoni tra lo stupore prorompente, quando si sono trovati alla fine del protocollo di vinificazione nella condizioni di non aver usato un sol grammo di solfiti. Ma per capire meglio il protocollo occorre spendere due parole su cosa sia la fisica dei “quanti”. Per questo ci viene in soccorso Michelangelo Catalano uno dei cinque creatori. Catalano, ha una laurea in medicina e chirurgia e ha sempre coltivato la passione per la matematica e la fisica: «La fisica quantistica – spiega - descrive il modo di agire della materia a livello microscopico e ne studia il rapporto con la sua frequenza elettromagnetica.


Giovanni Raiti, l'agronomo conferitore

I ricercatori del ‘900 studiando questi campi magnetici hanno messo in piedi, con Plank, la dottrina secondo la quale l’universo è totalmente costituito da energia e materia. Il pensiero base è che ogni campo di forze si rivela sotto forma di particelle pesanti dette anche “quanti”. A sentir Plank, questi campi inoltre godono di tutte le informazioni necessarie alla costruzione di ogni creatura e guidano lo sviluppo degli uomini, degli animali e delle piante attraverso la comunicazione col Dna contenuta nelle cellule». Affabulante spiegazione. E per Catalano trovare un seguito di devoti è stato un gioco. Così Rosario Pennisi, imprenditore; Giovanni Raiti, agronomo in forza al distretto di Castiglione di Sicilia e conferitore al progetto di 6 ettari di vigna; Piero Di Giovanni, enologo e grande conoscitore dell’Etna, e Celestina Sgroi, l’ “estetista della e comunicazione”, con laurea intascata all’Accademia delle Belle Arti di Catania. Una vera squadra, molto più responsabile e severa, che “buontempona”.

Che forse ha concretizzato la cosa più seria e scientifica mai realizzata sull'Etna. I risultati delle prime vinificazioni sono confortanti. Attualmente la produzione ha di poco superato le diecimila bottiglie. Si cammina con la filosofia dei piccoli passi. Ovvia si riteneva la strategia prudente per un vino da considerare sperimentale. Le basi si stanno consolidando, il vino ha corpo, finezza e tutte le caratteristiche del terroir. Manca la consacrazione della stabilità nel tempo poiché tanta e tale è la curiosità che rimane impossibile riservare delle scorte per una verifica nel tempo. Ogni ricerca comunque riscuote il patrocinio dell’Università di Pisa. Anche lì alla facoltà di Agronomia il professor Marco Mazzolini sta pianificando degli studi su questa branca. Che va incoraggiata: perché il fine è sempre quello di un’enologia ancor più salutistica.

S.G.


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