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Pubblicato in L'intervista il 09 Agosto 2013
di C.d.G.

Ogni giorno stappa una bottiglia di Champagne.

Lo fa così assiduamente da quando è nata sua figlia, da ben quindici anni. Le bollicine sono diventate, come dice lei, la “sua ragione di vita”, seconda solo a Carlotta. Insomma, la sua più grande passione.


Livia e Carlotta

La Dame du Vin, così come oramai viene identificata dal mondo della rete e dei wine lover Livia Riva per via del suo contenitore on line dove  posta e condivide le sue esperienze di assaggio, è una delle tre finaliste italiane che concorrono al prestigioso titolo di Ambassadeurs du Champagne riconosciuto dal Comité Interprofessionnel du Vin de Champagne. Insieme a lei, Claudia Bondi e Vasilica Marinela Ardelean. Mancano poche settimane alla finale nazionale in programma il 18 settembre a Milano. Mentre sta “studiando” tra un calice e l’altro, cogliamo l’occasione per sondare questo grande amore e scoprire chi si cela dietro ad uno dei palati più esperti in fatto di Champagne del nostro Paese. Una donna, prima di tutto, vulcanica, curiosa e sensibile, che nella vita fa tutt’altro. Lavora per conto di una multinazionale e segue ogni giorno le aziende all’estero. Nel tram tram giornaliero di telefonate poliglotte, Livia trova il suo momento di ricongiungimento con se stessa e i suoi sensi con lo Champagne, vero e proprio compagno di vita. Per lei non è un vino o un’icona, è un momento di festa. Leit motiv quotidiano che ama condividere con la sua Carlotta, cultrice del vino e del gusto in fieri e di cui, chissà, magari sentiremo parlare nel prossimo futuro.

Come stai affrontando il concorso?
"Francamente non è che mi stia preparando. Il mio non è uno studio, è  un amore e quando ti innamori non ti prepari. Tutto quello che sto facendo lo avrei fatto comunque, magari pongo più attenzione su alcune cose, ma continuo a bere semplicemente perché mi piace".
 
Quanti Champagne degusti?
"Apro una bottiglia ogni giorno. Ma lo faccio da anni. Dopo la nascita di Carlotta le bollicine sono diventate la mia ragione di vita. E mia figlia sta seguendo le orme della mamma. Le insegno a bere bene e con gusto. Purtroppo i suoi coetanei ingurgitano beveroni per rendere il tasso alcolico elevato e sballarsi. Alle feste certo mia figlia e tutti gli altri ragazzi non possono trovare Champagne, ma possono sorseggiare un Franciacorta o un altro spumante. Basta educarli ad apprezzare le cose buone ".
 
Come è nata questa passione?
"Da un amore giovanile. Avevo vent’anni e mi innamorai follemente di un uomo francese che non beveva vino ma solo Champagne. E qualcosa questo coinvolgimento sentimentale mi ha lasciato, la curiosità di capire cosa viene versato nel bicchiere. Solo più tardi, quando poi sono cresciuta si è accesa questa passione per per il vino in generale e per lo Champagne. Ho frequentato i corsi Ais e master di specializzazione su vini della Borgogna e della Loira. Alla fine di questi percorsi, dopo avere fatto grandi degustazioni, le bollicine me le sono ritrovare come quando trovi un abito che ti calza a pennello. Ho capito che lo Champagne ‘era mio”’.
 
Cosa lo rende unico per te?
“La completezza. Puoi trovare Champagne talmente complessi e invecchiati, anche di  25 anni, che assomigliano a dei vini rossi, ma non troverai mai un vino rosso che assomigli ad un bianco o un bianco che abbia caratteristiche di un vino rosso. Lo Champagne poi stimola tutti e quattro i sensi. Entra in gioco anche l’udito. Per me è un motivo di festa ogni volta che stappo una bottiglia, è festa ogni momento del rituale, da quando lo stappi a quando lo senti nel calice e lo sorseggi. E’ una soddisfazione”.
 
Quale  tipologia preferisci?
"Il Blanc de noir. Pinot Munier e Pinto Noir dosati pochissimo, extra brut e li preferisco invecchiati".
 
Quando lo bevi?
"La sera quando torno dall’ufficio, lo Champagne è uno status, è il momento in cui decido di rilassarmi per ricongiungermi con i piaceri della vita. Spesso mia figlia mi prepara un aperitivo prima che io rincasi, mi fa trovare le luci soffuse, le candele accese e ci godiamo una bottiglia che poi portiamo a tavola".
 
Hai grand cru del cuore?
"I terroir della Champagne sono molto caratteristici. Amo gli Chardonnay della Côte des Blancs di Avize e Vertus, i  Pinot Neri  che vengono da Verzeney e Verzy. Difficile dire quale zona è quella del cuore ma preferisco più le montagne di Reims, perché mi piacciono gli Champagne secchi, verticali, che posso gustare a tavola, che hanno una certa persistenza gustativa".
 
Qual è stato il vino che ti ha “illuminato”, che ti ha fatto capire che questa passione era la tua strada o ragione di vita?
"Non è stato uno Champagne. Un’esperienza epifanica l’ho avuta quando ho degustato per la prima volta la Coulée de Serrant di Nicolas Joly. Dopo quell’assaggio ho avuto un'altra visione del vino, più ampia. Quella bottiglia mi ha parlato della storia degli uomini".
 
Pensi che ci sia una “supremazia” francese in campo enologico?
"Duecento anni di storia in più significano qualcosa. Un gap temporale e un dato oggettivo.  La loro forza è che fanno cartello tra di loro, c’è un forte cameratismo e forte rispetto tra di loro, davanti al pubblico fanno emergere questo. Si difendono l’un l’altro. Da noi è una cosa che non esiste. Se parli con un produttore il suo vino sarà sempre migliore di quello del vicino, è una questione culturale e di educazione".
 
Cosa pensi del boom produttivo di bollicine italiane?
"C’è un’esagerazione, anche se capisco che ci sono esigenze economiche e commerciali. Ci sarà un motivo se il più famoso metodo classico al mondo è lo Champagne e trovo un errore madornale paragonare a questo vino i nostri spumanti".
 
Prova a sintetizzare in una sola parola lo Champagne
"(Ci pensa un po', ammette che le viene in mente una valanga di parole). Lo Champagne è Scoperta. E’ un mettersi alla prova ogni volta, cercando di capire, di sondare quello che ho nel bicchiere, da dove viene, come è stato fatto, chi lo ha fatto, un curiosare continuo che porta, appunto, alla scoperta".

Manuela Laiacona 


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