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Pubblicato in Scenari il 17 Dicembre 2019
di C.d.G.

Avviamo una serie di articoli sulla denominazione calabrese più famosa intervistando uno dei produttori più rappresentativi del territorio. “Un errore avere ammesso uve non autoctone sul disciplinare. E per il futuro penserei a una Docg, ma anche a puntare sul rosato che qui è quotidianità e tradizione”


(Francesco De Franco)

di Francesca Landolina

Inizia il nostro ciclo di interviste ai produttori della Doc Cirò (nata nel 1969). I vini sono prodotti nelle colline orientali dell’altopiano della Sila e sulla costa ionica, nei comuni di Ciro, Cirò Marina, Crucoli e Melissa. 

Quest’ultima produce anche vini sotto la denominazione Melissa Doc. Il Cirò è senza dubbio uno dei vini tra i più antichi del mondo, con una storia alle spalle che risale a migliaia di anni fa, ancora ai tempi prima della civiltà romana. Nel panorama dei vini calabresi, tenuti spesso in scarsa considerazione, è l’unico vino della regione ad aver conservato inalterato il suo prestigio fino ai giorni nostri. Seppur con alti e bassi. Ma quale il suo futuro? Per iniziare a comprendere lo stato dell’arte, intervistiamo il vignaiolo Francesco De Franco della cantina ‘A Vita per conoscere il suo punto di vista. Una scelta, quest’ultima, che non è un caso. De Franco è un vero ambasciatore del Cirò, forse un sognatore, di certo non solo un vignaiolo. Il suo lavoro inizia con l’annata 2008 e con la volontà chiara di voler valorizzare Cirò, il suo vino e l’uva protagonista assoluta di quella terra: il Gaglioppo.

Prima di intervistarlo, facciamo un piccolo passo indietro e delineiamo il quadro attuale della Doc. La zona di produzione del vino Doc Cirò è localizzata in provincia di Crotone e per le seguenti tipologie: Cirò Rosso, Superiore, Superiore Riserva, Rosato e Bianco, comprende il territorio dei comuni di Cirò, Cirò Marina e, in parte, il territorio dei comuni di Melissa e Crucoli. Le tipologie Cirò Classico, Classico Superiore e Classico Superiore riserva, si producono nel territorio dei comuni di Cirò e Cirò Marina. I soci iscritti al Consorzio, di cui è presidente il produttore Raffaele Librandi, sono oggi circa 300, 55 di essi sono cantine, la restante parte è composta da viticultori. Sono quasi 4 milioni le bottiglie prodotte. Cinquecento sono gli ettari rivendicati. Il valore medio della bottiglia è di circa 5 euro, ma esiste una nicchia che esce dalla media e che alza il prezzo mantenendolo sui 10 euro circa. Ne parleremo. L’ultima modifica del disciplinare risale al 2011, ma è già stata avviata la richiesta per l’ottenimento della Docg; ciò implica un disciplinare nuovo, con due sostanziale novità: la scomparsa della tipologia Classica, esclusiva della zona di Cirò e Cirò Marina, e la riduzione dei vitigni ammessi. Dal 2014 al 2019 qualcosa è iniziato a cambiare. Il quinquennio ha registrato un incremento del numero di cantine iscritte, un aumento della produzione del 25 per cento, mentre il valore medio della bottiglia è cresciuto del 5 per cento appena. Oggi c’è in atto un cambiamento, iniziato forse con la spinta propulsiva di quel movimento che è stato definito “Cirò Revolution” e di cui De Franco è stato attore protagonista, insieme a pochi altri produttori (Cataldo Calabretta, Sergio Arcuri, i fratelli Scilanga di Cote di Franze, Margherita Parrilla di Tenuta del Conte, per citarne alcuni), definiti impropriamente Cirò boys (il richiamo è ai Barolo boys, ma con ideologia opposta). Partiamo proprio da punto di vista di De Franco.

Quali sono oggi i punti di forza della Doc Cirò?
"Siamo davanti ad un territorio estremamente vocato per un’uva, il Gaglioppo, che riesce ad esprimere molto bene il senso del territorio e la sua intrinseca sua energia. Qui c’è una grandissima capacità di sapere condurre la vigna. Ancora oggi, quasi tutte le famiglie hanno una vigna. E questo implica un saper fare profondo e diffuso. Questa è la forza di un terroir, per dirla alla francese. Punto di forza è anche l’energia. Stiamo vivendo un momento storico promettente, positivo. Ci sono energie in circolo che sembravo aprire la strada, oltre i confini regionali. Inizia ad accadere ciò che non è mai accaduto in passato: si collabora. Questo sta dando tanto al Cirò, anche se c’è tanto da fare".

A proposito di ciò che c’è da fare. Quali sono ancora le criticità?
"Una di queste è, secondo me, la mancanza di consapevolezza diffusa delle nostre potenzialità. Ciò che intendo è la consapevolezza di avere un territorio e un vitigno unici; a volte manca e si cercano strade non legate al territorio, più affini ad esigenze commerciali. Tutto questo, nel passato si è tradotto nel cambio scellerato del disciplinare che ha consentito un ampliamento del 20 per cento di uve ammesse, anche non autoctone, tutte le uve autorizzate dalla Regione Calabria, più di 20 varietà internazionali e omologanti. Tra queste i soliti Cabernet e Merlot per intenderci, ma anche il Syrah e il Nero d’Avola, che qui è detto Calabrese. Con la presentazione di richiesta della Docg è già in corso un cambiamento, i vitigni saranno limitati. Il Cirò potrà essere prodotto con il 90 per cento di uve Gaglioppo e con un 10 per cento di Greco Nero e Magliocco. Niente altro".

Oggi c’è una riconoscibilità nel Cirò Doc?
"C’è una riconoscibilità in una parte di vini, non in tutti. Questa era una osservazione fatta all’epoca. Con la modifica del 2011, utilizzando tutte le uve autorizzate dalla Regione si è persa identità. Ma siamo ad un punto di ripresa".

Troppe le tipologie?
"Si, secondo me sì. Vi sono molte tipologie che il mercato non riesce a comprendere. Consideriamo i numeri: di Cirò Doc Rosso si producono 2 milioni di bottiglie circa. Una piccola produzione. Non c’è bisogno di frammentazione. Non siamo il Chianti che può far questo per aggredire i mercati".

Quale sarebbe, secondo lei, la condizione ottimale?
"La mia idea, guardando al futuro, è che ci siano un Cirò Doc Rosso base e poi, con la Docg, il top di gamma. Semplicemente".

Quale la situazione sulla politica dei prezzi?
"Da quando c’è la generazione di piccoli vignaioli, si stanno creando due fasce di prezzo chiare, il prezzo medio dei vini artigianali si attesta sui 10 euro. Di contro il prezzo medio commerciale è intorno ai 5 euro. Non è cresciuto tanto, ma la percezione sta cambiando. Sembra un percorso separato, ma qualcosa si muove. Sicuramente noi continuiamo la nostra strada, non si può pretendere di adottare un modello che valga per tutti". 

Qual è la sua missione?
"Dal mio punto di vista l’idea è quella di fare un vino che abbia un senso per questo territorio. Non il vino migliore del mondo, ma sì al miglior Cirò. E penso che questo pensiero è condiviso da un gruppo di vignaioli. Che questo sia servito o serva ad altri, è di buon auspicio". 

Cosa si può fare per la promozione?
"Stiamo lavorando per attrezzarci come cantine all’accoglienza enoturistica. Inutile fare arrivare la gente e farsi trovare non organizzati o impreparati. Oggi sta aumentando il numero degli enoturisti, anche fuori stagione. Con il Consorzio stiamo iniziando a ragionare su un progetto di promozione e di comunicazione che possa fare del Cirò una meta enoturistica. Noi piccoli, nel frattempo, portiamo avanti un progetto con una sala degustazione comune, messa al servizio di tutti, anche per chi non ha spazi adeguati. Ci stiamo legando ad un tour operator per intercettare gli appassionati e li portiamo qui. Attualmente c’è una sorta di dualismo, tra le cantine. La difficoltà è quella di riuscire a pensare ad un progetto comune, territoriale, che includa tutti e che soddisfi, al contempo, esigenze diverse. Un percorso tutto da costruire, ma l’energia c’è e le possibilità anche".

E la convivenza con la vicina Doc Melissa? Non crea confusione?
"La domanda va posta ai produttori di Melissa Doc. In realtà c’è un paradosso. Chi è a Melissa rivendica Cirò Doc. Perché non c’è un attaccamento al nome Melissa forse? Personalmente, si poteva ipotizzare una sorta di Doc di ricaduta, come accade a Montalcino per esempio. Però manca un progetto territoriale, perché manca la spinta di chi è a Melissa. Non vedo, tuttavia, questa convivenza come un problema né come un’opportunità. Per essere un’opportunità bisognerebbe ragionare ad una identità propria, ma finché sarà una doc fotocopia non avrà nessun futuro".

Lei come vede il futuro della Doc Cirò?
"Sono fiducioso, siamo in un momento di grandi opportunità e se sappiamo giocare bene le nostre carte, dando un taglio territoriale, andrà sempre meglio. Penso positivamente alla Docg e punto molto sul Rosato. Il vino Rosato, da uve Gaglioppo, qui è tradizionale, è legato alla quotidianità, può essere il cavallo di Troia per fare entrare il nome di Cirò in un mercato che supera i confini regionali, lo porterebbe ad un livello di immediatezza. E potrebbe fare da traino per il più importante e complesso Cirò Doc Rosso. Poi dipenderà tutto da noi e solo da noi. C’è solo un’ombra nel futuro ed è legata alle vigne che vengono abbandonate. Il costo dell’uva è ancora troppo basso, si va dai 50 ai 60 euro al quintale. Cinquanta centesimi al chilogrammo per il Gaglioppo. E qui le rese sono molto basse. Mediamente sulle colline si sta intorno ai 60- 70 quintali per ettaro. L’ombra sul futuro è che il patrimonio delle vigne si riduca nel giro di 10 anni, che Cirò cambi a livello paesaggistico, ma resto fiducioso. Se riusciremo a valorizzare i vini e a fare alzare il prezzo medio, daremo un buon esempio e potrà innescarsi un percorso di rinascita. C’è stato in realtà un segnale positivo. In questa vendemmia c’è stata una leggera inversione di tendenza legata alle uve biologiche. Il costo è stato di circa 60- 65 centesimi al chilogrammo. Un segnale importante, bisogna vedere se sarà confermato".


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