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Pubblicato in L'intervento
di C.d.G.


(Nino Aiello)

Riceviamo e pubblichiamo

Lo scorso ottobre Nino Aiello, capo area per la Sicilia della Guida ai Ristoranti de L’Espresso è stato licenziato dal direttore Enzo Vizzari. Il provvedimento innescato da una scheda contestata riguardante il ristorante Consiglio di Sicilia. Aiello, su sua richiesta, ci ha inviato un testo in cui racconta la sua versione dei fatti. 

di Nino Aiello

“Sono stato capoarea e ispettore per la Sicilia della Guida dei Ristoranti de L’Espresso per oltre 25 anni. Fino allo scorso 19 ottobre, giorno in cui sono stato licenziato via Facebook. Ho deciso di scrivere quest’articolo. Per completezza di informazione e massima trasparenza. E per non lasciare in sospeso grumi di dubbi e ambiguità, fra detto e non detto. Prendendo la parola per ultimo, dopo che l’hanno fatto gli altri. Ecco come è andata.

L’ANTEFATTO
Nel periodo che precede la chiusura della Guida avevo il problema di recensire il “Consiglio di Sicilia” di Scicli, a Donnalucata, in provincia di Ragusa. Gli altri ispettori erano indisponibili e io non sapevo che fare. Potevo lasciare perdere. Il locale però ci avrebbe rimesso 50-100 mila euro di fatturato (valore aggiunto annuo stimato della presenza in una prestigiosa guida come quella de l’Espresso). Mentre mi lambiccavo arrivò provvidenziale una telefonata di Eleonora Cozzella, ispettrice di passaggio in Sicilia. Mi racconta di avere pranzato al “Consiglio di Sicilia”, di essersi trovata molto bene e di averne apprezzato, oltre che la gradevolissima atmosfera, pure la buona cucina, fresca, saporita, mediterranea. Insomma un giudizio positivo, assolutamente condiviso da me. Si offre di scriverne la scheda e io ne sono più che contento.  Aggiunge però che attribuirà al locale un bel 15/20 e quindi un “Cappello”, che nella “piramide” dei voti Espresso indica un consistente indice di complessità/difficoltà dell’offerta. Faccio presente che sarebbe difficile giustificare questa “promozione” per una cucina che, pur stuzzicante e appetitosa, ha in carta sarde a beccafico, spaghetti al pomodoro, spatola farcita, gelo di limone. Buona, anzi buonissima, ma fuori dai criteri assegnati dalla Direzione, a meno di non volere demolire l’attuale scala dei valori (avrei dovuto dare, per onestà, il “Cappello” ad altri 30-35 locali). La invitai comunque a scrivere una bella scheda e a mandarmela. La risposta fu gelida e piccata: “Allora non ti scrivo niente, non mi interessa!”. Ci rimasi francamente molto male, ma tant’è.  

Accantonai la questione. Alla vigilia della chiusura (era il 16 giugno) il problema si ripropose. Che fare? Danneggiare il “Consiglio di Sicilia” facendo saltare la scheda? Per giunta con la visita fatta da Eleonora Cozzella e da me condivisa in pieno, tranne che nel voto? Esercitai da capoarea Sicilia il diritto-dovere di provvedere, secondo il principio di avocazione-sostituzione. Chiamai la signora Corradin (prenderà poi le distanze da me chiamandomi signor Aiello!), che conosco benissimo, le spiegai la situazione, chiesi un paio di piatti recenti e, se l’avesse avuto, anche una ricevuta (una mera "tecnicalità" per non bloccare il “sistema” informatico, sennò si ferma tutto e addio scheda; avrei potuto ovviare con un “ospite di terzi”, modalità tecnico-pratica che tutti gli autori possono adottare nei casi in cui la ricevuta/fattura non si può produrre). La signora Corradin aderì con slancio, elencò i piatti, più o meno quelli che conoscevo da anni (non siamo certo da Heinz Beck o da Massimo Bottura, che variano spesso le portate), e mi girò una ricevuta/pezzo di carta. Amen. Scrissi un pezzo lusinghiero, subito approvato dal Direttore. Non ci pensai più.

IL FATTO
La Guida dei Ristoranti de L’Espresso fu presentata a Firenze lunedì 14 ottobre. Per qualche giorno non successe niente, ma l’agognato mitico “Cappello” purtroppo non c’era. Il 18 ottobre, alle 3 del pomeriggio, parte a tamburo battente l’offensiva social (io non abito su Facebook). In un italiano studiato parola per parola, la signora Corradin prendendola alla lontana, fa sapere al mondo del suo meraviglioso universo: i viaggi, lo scrivere, il vivere a New York, del giovane, intelligente e bel marito, del ristorante che lui le ha regalato (la signora si astiene tassativamente dal cucinare); racconta della saggezza del filosofo Epitteto, ci rende noto che non legge le guide gastronomiche, di come tantissimi le abbiano chiesto del mancato “Cappello”, dispiaciuti, sdegnati e schiumanti di rabbia (mah, il mondo è proprio il regno degli sfaccendati!). Continua descrivendo la mission del “Consiglio di Sicilia”: occuparsi della felicità delle persone ai tavoli (“Missione compiuta – esclama – con successo e reciproca felicità”). Seguita poi da una versione dell’attuale tema globale del popolo versus le élite, tuonando sconvolta e indignata, da Giovanna d’Arco rediviva: ”L'establishment del giornalismo si occupa dell’establishment della ristorazione” (accipicchia!), lamentando che dello scouting delle legioni incalzanti del nuovo mondo di “panelle e crocchè” se ne occupi nei ritagli, se rimane tempo. Fra questi ameni e buffi svolazzi trova pure il modo di confessare una piccola debolezza (tutti ne abbiamo alla fine): quando faceva lo stesso lavoro mio aveva recensito 80 ristoranti esclusivamente per telefono (80, capperi!). Però si era fortemente vergognata.  

Per la parte che più strettamente mi riguarda, ne parla all’interno della cortina fumogena di questa meravigliosa estasi pubblica, senza fare prudentemente nomi, neanche della Guida (attende che lo faccia qualche altro), rivela la telefonata di un ispettore, della ricevuta e così via. Al fine, irata e offesa, si lamenta di poche visite da parte mia, l’ispettore-fantasma. (Gli autori sono poco meno di cento, quattro fissi in Sicilia. Il suo locale è sempre stato – sempre - diligentemente visitato ogni anno sin dal 2013, anche da altri colleghi). 

Evita accuratamente di dire che c’è appena stata Eleonora Cozzella (la quale scriverà un pezzo per Repubblica-Sapori del 5 giugno 2019 - prosa degna di una grande mistica del ‘600 – del crudo di mare, delle cozze gratinate, del gambero rosso, dell’insalatina di cedro, degli spaghetti taratatà, del “mitico” cannolo, “da standing ovation”). Evita soprattutto di dire che lei non conosce certo i parametri della “piramide” dei “Cappelli” della Guida (che riguardano – per tassativa indicazione di Vizzari, il Direttore, solo e soltanto la cucina). La signora non sa delle regole interne, dei meccanismi della Guida, però, invece di informarsi o provare a capire - magari rispettando il lavoro degli altri - spara a zero. E “intorbida le acque per farle sembrare profonde”: da lei vengono i grandi chef, la sua cantina (una come tante in Sicilia) è citata dai giornali stranieri, la felicità è certa e assicurata nel prezzo. Di conseguenza la nostra ristoratrice vuole e pretende il “Cappello”, senza se e senza ma, grottesca incredibile corifea della lotta del popolo bue contro l’establishment più perverso (proprio lei che – autentica espressione di establishment – occupa una intera puntata di “Otto e mezzo” per parlare delle sue amabili bagattelle con Philippe Daverio e Lilli Gruber!).

LE REAZIONI
Ci cascano in tanti visto che sui social io non sono operativo e non rispondo. Alcuni della stampa se ne vanno sul vago (scaltri e scafati intuiscono che qualcosa non quadra). Parla, impappinandosi, uno chef bravo ma stremato da una perenne “sindrome del complotto”, si esibisce uno scappato di casa (non in Guida) da sempre ferocemente litigato con la lingua italiana. Intervengono  i “leoni da tastiera”, sempre pronti a dare addosso pur non sapendo e non comprendendo niente. La ristorazione siciliana tutta si produce in un eloquente assoluto e rumoroso silenzio.

Enzo Vizzari,  Direttore delle Guide, sapientemente postato, mi manda una allarmata mail all’una del mattino. Io sono fuori Palermo e la vedo nella tarda mattinata.Torno a casa alle 3 del pomeriggio e lui mi chiama al telefono: afferma che quello che è successo non è ammissibile, si rifiuta tassativamente di ascoltare la mia versione dei fatti, non ne vuole parlare, e mi comunica che il rapporto di oltre 25 anni con la Guida è sciolto. Sono le 15,09. Pochi minuti dopo – le 15,28 - si collega su Facebook alla signora Corradin e al mondo e, profondendosi in incomprensibili scuse, fa sapere che io ho concluso la mia collaborazione con la Guida dei Ristoranti de L’Espresso facendo il mio nome e cognome, buttandolo in pasto alle feroci “belve da tastiera”.

Di notte gli scrivo un paio di pagine a chiarimento e rivelo tutti i fatti e i retroscena sottostanti ma – conosco il Capo – se ne esce con due battute. La “grande impostura” ha avuto pieno successo e la mia carriera all’Espresso, dopo oltre un quarto di secolo, è finita. Non posso fare a meno di notare che si è conclusa su Facebook, con nome e cognome (il “Boss” poteva evitarlo – non era necessario - almeno per eleganza), che non mi ha voluto fare esporre le ragioni sottese all’affaire (tante), che avrebbe dovuto/potuto fare un approfondimento, prendere del tempo. Invece ha deciso - chissà perché - in poche ore, non valutando i fatti, anzi rifiutandosi di conoscerli. Non avendo considerazione neanche per il mio impeccabile passato (mi ha sempre definito scherzosamente “il mio plenipotenziario in Sicilia”). 

EPILOGO
Mi spiego questa giovanilistica avventatezza da social del più brillante e competente dei critici gastronomici europei come un segno dei tempi. E pure un segnale di altre cose: il bradisismo proprietario, che ha interessato le famiglie Agnelli, Elkann e De Benedetti, che lo ha forse turbato. Ci potrebbero essere state poi l’amarezza per la cancellazione della sua rubrica sul settimanale L’Espresso (un faro sulla ristorazione internazionale), e le ingiuste accuse di nepotismo riguardo ai suoi due figli che operano con successo nel settore food & wine, che l’hanno certo angustiato. E’ possibile che abbia espiato, senza colpe, il sostanziale flop della Guida ai Vini, che ha provato per lustri a competere inutilmente con l’omologa famosa Guida del Gambero Rosso. Può darsi che abbia pagato con queste indelicatezze un contesto confuso e in parte nebuloso, non chiaro. Potrebbe essere solo stanco, il tempo vola per tutti.

Per tornare alla mia vicenda, in sostanza non c’era proprio il merito della questione. E’ stata solo una montatura: la visita del locale era stata fatta da una ispettrice, la ricevuta era solo un fatto tecnico; mi sono limitato a esercitare le mie prerogative di capoarea, mi sono banalmente sostituito alla Cozzella, come era mia facoltà/potere. L’affascinante universo enogastronomico è una parte importante della mia vita. Mi diverto come il primo giorno. Continuerò a frequentare i ristoranti. Andando oggi più che mai fiero e a testa alta, vantandomi di non avere lasciato asservire la Guida de l’Espresso agli interessi di qualcuno, quelli che con astuta risolutezza pensavano di piegarla ai propri personali fini. Per un “Cappello”.


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