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Pubblicato in La degustazione il 21 Gennaio2020


(Sandro Sangiorgi e Matteo Gallello)

di Federico Latteri

"Sapore, stoffa e senso del luogo” è stato uno degli eventi più appassionanti della seconda edizione di Not, la rassegna dei vini franchi che si è tenuta a  Palermo. 

Sandro Sangiorgi e Matteo Gallello, rispettivamente direttore e responsabile della redazione e della didattica di Porthos, hanno guidato una degustazione ricca di contenuti, nel corso della quale sono stati proposti sei campioni dello stesso vino provenienti da vigneti diversi di un'azienda. E' stato scelto il Montepulciano d'Abruzzo dell'azienda Emidio Pepe, cantina storica di Torano Nuovo con vigne anche a Controguerra. Ci troviamo nella parte settentrionale dell'Abruzzo, non lontani dal confine con le Marche, in un'area collinare caratterizzata da un clima che risente sia dell'influsso del mare che di quello del Gran Sasso. L'incontro si è articolato in tre momenti: descrizione dei vigneti sulle mappe, assaggio alla cieca e discussione conclusiva.


(Matteo Gallello)

Cercare un collegamento tra i vini e i diversi luoghi e capire come questi possano influenzare le variazioni nel gusto e nella stoffa di quello che beviamo è molto stimolante. E' proprio la connessione con un posto preciso che rende il vino una bevanda unica in grado di raccontarci cose che partono dai nostri sensi, ma possono anche andare oltre. Emidio Pepe possiede circa 25 ettari vitati, divisi in diverse parcelle, tra le quali ci sono le cinque coltivate a Montepulciano da cui provengono i campioni del tasting. Ustì, da Agostino, il vero nome di Emidio, è la vigna storica, la più importante, quella da dove proviene il materiale genetico delle viti di Pepe. Poi c'è Branella, l'altro grand cru, situato in un'area più pianeggiante. Entrambe sono coltivate a tendone, sistema tradizionalmente usato da queste parti. Mianò, piantata all'inizio degli anni '90, è invece allevata a guyot. Questi sono i tre vigneti di Torano. Gli altri due si trovano a Contorguerra: Torretta, guyot esposto ad est, piantato a metà anni 2000a e Daniela, guyot esposto ad ovest. I suoli sono costituiti da argille abbastanza compatte a Torano, mentre sono più scuri a Controguerra, dove troviamo maggiori quantità di sabbia e limo.


(Sandro Sangiorgi)


Dopo le spiegazioni di Matteo Gallello i partecipanti hanno iniziato la degustazione alla cieca, provando a comprendere gli elementi in comune e le differenze tra i vari campioni, le loro caratteristiche e quindi l'associazione con le diverse vigne. A seguire il dibattito, animato da Sandro Sangiorgi che ha raccolto le impressioni dei partecipanti, mettendo in evidenza alcuni elementi importanti e svelando la provenienza dei vini. Al di là delle tante sfumature dovute ai diversi descrittori, è stato davvero interessante vedere come il tannino cambia nei vari posti. Secondo Sangiorgi “proprio nel comportamento tattile si vede la differenza tra un vigneto e l'altro”. In generale, nei vini di Controguerra c'era più tannino, così come in quello di Mianò, l'altro guyot, che però aveva qualcosa in più in termini di completezza. C'era anche il Montepulciano d'Abruzzo 2017 (gli altri campioni erano tutti 2018), ottenuto dall'assemblaggio dei tre guyot. Un vino di un'annata diversa che rendeva il parallelismo più difficile e complesso. Salino, ma leggermente polveroso, meno cremoso e con qualche limite espressivo, si staccava un bel po' dagli altri. Infine i Montepulciano dei vigneti a tendone di Torano, quelli che danno le uve per la riserva. Qui c'è una maggiore lentezza nell'espressione, ma anche più profondità, più ricchezza, più stoffa. Si intravede chiaramente il maggior potenziale evolutivo. E' la conclusione di un viaggio, un'esperienza sensoriale che ci ha portato in giro per le vigne, lasciandoci intuire il legame che si stabilisce tra un vino e il luogo da cui proviene. 

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