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Pubblicato in Scenari il 08 Giugno 2019
di Fabrizio Carrera


(Mario Paoluzi)

di Francesca Landolina

In medio stat virtus (la virtù sta nel mezzo), dicevano i latini, invitando a ricercare l'equilibrio, che si pone sempre tra due estremi. 

E questo è l’invito che fa Mario Paoluzi, produttore di vini e titolare della cantina de I Custodi delle Vigne dell’Etna, azienda che si trova a Castiglione di Sicilia, sul versante Nord del vulcano, parlandoci del futuro dell’Etna del vino. “Penso che in tutte le cose ci debba essere una misura – spiega il produttore di origini romane, che ormai sul Vulcano ha messo radici - L’Etna certamente deve porsi dei limiti. Oggi siamo arrivati ad una produzione che conta circa tre milioni di bottiglie e questo, da una parte, è un numero che ancora può definirsi piccolo; dall’altra, pur restando di nicchia, si può ancora crescere, basta restare vigili e controllare. Per quanto riguarda i nuovi diritti di impianto, non sono per una chiusura immediata dentro la Doc, ma bisogna sempre pensare al fatto che l’Etna non è un territorio morfologicamente illimitato. C’è una grandissima parcellizzazione. Questo significa che non siamo ancora al limite chiusura, ma ci stiamo avvicinando, ci arriveremo. In ogni caso, do per scontato che si operi per la salvaguardia del territorio”.  

Medesimo invito alla misura se si parla di prezzi. Per il produttore non vanno bene gli eccessi, né da una parte né dall’altra. “Visto che tre milioni di bottiglie non sono tanti – ribadisce Paoluzi – e che si può ancora crescere quantitativamente, si faccia sempre attenzione alla qualità, perché giustifica il prezzo. In linea di massima, non vanno bene i prezzi troppo bassi, che sviliscono il lavoro qualitativo, ma neppure i prezzi troppo alti (tranne in quei pochi casi, isolati, in cui c’è dietro un’importante azione di marketing, costruita nel tempo). Bisogna stare con i piedi per terra. Non è che tutto si vende come l’acqua”. E l’invenduto? “C’è dell’invenduto, ma il problema può essere dettato anche dal prezzo. Bisognerebbe vedere a quanto si vende. E per questo occorre avere un equilibrio. Ma sono ottimista e penso che il futuro dell’Etna sia roseo. Basta non esagerare, in un senso o nell’altro”.

E riguardo al tema della promozione, Paoluzi rafforza il nome di Contrade dell’Etna. “L’evento ha funzionato bene e ho apprezzato la possibilità di fare degustare le annate correnti. Spesso i vini giovani rischiano di non essere compresi – prosegue - Finalmente abbiamo pagato un contributo. Mi sono sempre sentito in imbarazzo negli anni passati, partecipando senza mai mettere le mani in tasca”. Ma ormai l’evento è cresciuto e si avverte il bisogno di un evento istituzionale. “Il mio auspicio è che, se Andrea Franchetti lo vorrà, Contrade passi alla gestione del Consorzio. Non penso valga la pena creare un evento ex novo, per una ragione precisa: Contrade è un marchio ormai molto conosciuto e penso che le cose che funzionano vadano preservate. Detto ciò, personalmente, istituzionalizzerei Contrade dell’Etna, in modo che si possa organizzare in modo più tecnico e formale, distinguendo nel corso della sua durata, una due giorni per esempio, i momenti per il pubblico e quelli per gli addetti ai lavori”. 

E per il resto, se di promozione si deve parlare, “si punti all’estero”, afferma il produttore: “Il nostro Vinitaly ormai è un punto di forza. L’Etna è compatta. Adesso bisogna puntare al ProWein ed investire all’estero. Sarebbe ideale un tour negli Stati Uniti o nei Paesi del Nord Europa. Credo che la strada da percorrere per la promozione dei vini etnei sia questa. Per il resto, sono fiducioso per quanto il Consorzio farà”. 

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