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Scenari

Cala il Bordeaux, sale la Nuova Zelanda, la Sicilia avanza: tre regioni vinicole a confronto

24 Novembre 2019
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(Laurent Bernard de La Gatinais, Sebastiano Torcivia, Alfredo Coelho e Marc Greven)

di Francesca Landolina, Palermo

In calo la superficie vitata a Bordeaux, oltre ad un’evoluzione dei prezzi dei vigneti e ad un lieve calo per le vendite dei vini di fascia media (fatta eccezione per i grandi vini rappresentativi). 

Tra le Aoc (equivalenti alle Doc in Italia), Sauternes in picchiata. Diverso il quadro del settore vitivinicolo neozelandese. Crescita della superficie vitata e delle esportazioni. Si prenda come punto di riferimento Marlborough che è la regione dove ha avuto origine la recente tradizione vitivinicola della Nuova Zelanda e la sua produzione, quella che meglio incarna il vino neozelandese. Circa il 77% dei vigneti dell'intero paese si concentra infatti in questa regione, nonostante la diffusione della vite risalga solo agli anni '70. La varietà più coltivata è il Sauvignon Blanc, in crescita, seguita da Pinot Nero e Chardonnay. Boom per la Sicilia del vino: sono quasi novecento le aziende vitivinicole imbottigliatrici siciliane. Oltre 250 in più dal 2010, segno di una precisa vigoria del settore. Trapani si conferma la prima provincia, con ben 293 aziende. Straordinaria ancora la crescita in numero delle aziende nella provincia di Catania, che, grazie al fenomeno Etna, registra oltre 200 realtà imprenditoriali.

Sono queste alcune delle osservazioni venute fuori dal confronto dei percorsi vitivinicoli tra Bordeaux, Nuova Zelanda e Sicilia e che sono state al centro del seminario dal titolo “Filari”, organizzato e promosso da Master Masv – Master di II livello dell'Università degli Studi di Palermo che forma manager per le aziende del settore vitivinicolo – in collaborazione con il Dipartimento Agro Science dell'Università di Bordeaux. In aula Magna Li Donni, della facoltà di Economia dell’Università di Palermo, ospite la classe del Master of Business of Science (Mbs) in Vineyard & Winery Management di Bordeaux: 28 studenti provenienti da 17 paesi, in viaggio-studio in Sicilia. 

Tra i relatori, Alfredo Coelho, professore in Strategic Management and International Business presso Bordeaux Sciences Agro e responsabile del Master of Science, Vineyards and Winery management. Col suo intervento ha illustrato il virtuoso sistema Bordeaux e il percorso che ha portato alla fama e al successo mondiale della regione, ma ha anche esposto alcuni trend attuali. Tra questi il calo della superficie vitata, l’evoluzione dei prezzi dei vigneti: resta molto positiva per Alsazia, Borgogna ed Aquitaine dove i prezzi di un vigneto possono raggiungere i 2 milioni e mezzo di euro. Mentre c’è un abbassamento dei prezzi a Bergerac e a Blaye. In crescita, di contro, l’appellazione l’Aoc Lalande-de-Pomerol. Nel 2019 il mercato mondiale ha fatto registrare un lieve calo nelle vendite dei vini ma per la fascia dei cosiddetti entry level. “I francesi non riescono a vendere i vini di fascia media e c’è un po’ di tensione – afferma Coelho – Il mercato di riferimento in generale è la Cina per il 23 per cento, seguito da Belgio, Germania, Regno Unito. Il mercato domestico è diminuito del 20 per cento con un milione di ettolitri in meno. Negli ultimi 15 anni cresce l’export del mercato cinese con un incremento del 5 per cento. In calo il mercato americano e quello inglese. Oggi si sta sviluppando un piano strategico per il 2025. Si affronteranno nuove sfide. Bisognerà affrontare le difficoltà imposte dalle limitazioni pubblicitarie e anche le restrizioni fortissime sui trattamenti fitosanitari. Oggi le grandi industrie stanno investendo sui vitigni più resistenti alle malattie e le Doc iniziano a fare ricerche e a ridurre l’uso di pesticidi. Il budget stanziato per il marketing è di circa 19,9 milioni annui e sarà destinato alla promozione dei mercati prioritari (Francia, Belgio, Stati Uniti). Intanto cresce il biologico e l’enoturismo con circa 10 mila aziende ad esso dedicate e una spesa media del visitatore di circa 240 euro”.

Diversa la situazione in Nuova Zelanda esposta da Marc Greven che insegna presso Bordeaux Sciences Agro. La cultura vitivinicola neozelandese è di origine inglese su stampo francese. Fino alla metà del ‘900 si producevano prevalentemente vini liquorosi “simil Sherry”. Ma negli ultimi anni la qualità del prodotto è cresciuta in maniera esponenziale grazie ai consistenti investimenti per la ricerca in campo enologico. Dal 2000 al 2017 la produzione è cresciuta notevolmente. Dai 10.000 ettari vitati si è passati ai 35.000. Circa il 77% dei vigneti dell'intero paese si concentra a Marlborough, 26.000 gli ettari vitati, dove la varietà più coltivata è il Sauvignon Blanc (76 %), seguita da Pinot Nero (7%). Seguono la soleggiata Hawke's Bay con 4.961 ettari vitati, Central Otago con 1.921 ettari (qui è il Pinot Noir la varietà più coltivata 80 %), Gisborne con 1.872 ettari vitati (Chardonnay la varietà dominante). Leve vincenti sono l’innovazione e l’approccio sperimentale per produrre qualità e un’attenzione sulle specifiche varietà. Con un contributo importante del programma sustainable winegrowing New Zealand (Swnz) che si basa sul miglioramento continuo e sul rispetto delle raccomandazioni e linee guida emesse dall'Organizzazione internazionale della vigna e del vino (Oiv). Gli standard di certificazione delle cantine sostenibili sono stati stabiliti nel 2002 e adottati dalle cantine neozelandesi, chiudendo il cerchio sull'impegno di sostenibilità del settore. Nel 2016, il 98% dell'area di produzione vinicola della Nuova Zelanda è stato certificato Sustainable Winegrowing Nz, con un altro 7% che opera nell'ambito di programmi biologici certificati riconosciuti. Il numero dei produttori di vino in Nuova Zelanda cresce di anno in anno, così come la superficie vitata (38.700 ettari a giugno 2019), con una sempre maggiore focalizzazione sui vini bianchi e sul Sauvignon Blanc in particolare (il 62% della superficie vitata del paese). Infine, un occhio ai vitigni principali. Cresce il Sauvignon Blanc a 24mila ettari (per l’85% a Marlborough), lo Charonnay a 3.163 ettari, mentre tra i vini rossi aumenta la penetrazione del Pinot Noir, 5.625 ettari. Sono invece in deciso calo i dati relativi al Riesling e al Cabernet Sauvignon, rispettivamente -89 ettari a 590 e -29 ettari a 221.


(Laurent Bernard de La Gatinais, Sebastiano Torcivia)

La situazione siciliana è presentata agli studenti da Laurent Bernard de La Gatinais, presidente di Tenuta Rapitalà – Gruppo Giv – e membro del consiglio del Consorzio Sicilia Doc. “Con 3.000 viticoltori soci e 80 milioni di bottiglie nel 2018, il Consorzio assume le funzioni di tutela, promozione, valorizzazione, informazione del consumatore e cura generale degli interessi relativi ai vini Doc Sicilia”, spiega durante il suo intervento, illustrando l'evoluzione di una crescita straordinaria e una sempre maggiore attenzione al marchio. Strategie di sviluppo, per Sebastiano Torcivia, ordinario di Economia aziendale nell'Università degli Studi di Palermo e coordinatore scientifico del Master Masv, Master di II livello che forma Manager per il Settore Vitivinicolo, sono il ruolo della ricerca, lo sviluppo delle cooperative, il lavoro delle cantine private e dei marchi non regionali presenti in Sicilia. “Oggi sono quasi novecento le aziende vitivinicole imbottigliatrici siciliane. Oltre 250 in più dal 2010, segno di una precisa vigoria del settore – dice – Trapani si conferma la prima provincia, con ben 293 aziende. Straordinaria ancora la crescita in numero delle aziende nella provincia di Catania, che, grazie al fenomeno Etna, registra oltre 200 realtà imprenditoriali. Cresce anche il confezionato, per un equivalente in bottiglie (0,75 centilitri) di circa 175 milioni – con riferimento alle aziende aventi sede in Sicilia – oltre ai 60 milioni circa relativi alle aziende con sede legale fuori regione”. Nella produzione vitivinicola giovano un ruolo importante le aziende grandi, circa 28, che producono per il 75 per cento. Una Sicilia che avanza e con enormi potenzialità. “Elementi chiave per dare impulso allo sviluppo e al consolidamento del settore, devono essere la ricerca e la formazione delle risorse umane – afferma Torcivia – In merito alle attività di studio orientate al settore e al perfezionamento di profili competenti negli anni la sensibilità delle aziende è aumentata notevolmente  difatti la richiesta di figure specializzate continua a crescere”.