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Pubblicato in Scenari il 04 Gennaio2021
Cefalù

di Antonio Giordano

Il 2021 sarà l’anno della ripartenza. Lo ha detto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel suo discorso di fine anno. Lo credono in tanti. Ma da dove si riparte?

L’economia siciliana è stata fortemente scossa dalla crisi innescata dalla pandemia sebbene con delle differenze tra settore e settore. E l’agricoltura sembra uno di quelli che è stato maggiormente capace di reggere “l’urto”: perde occupati ma non il numero delle imprese e non arretra sui mercati esteri. Dall’altro lato il turismo è uno dei settori maggiormente penalizzati con una riduzione di presenze che ha fatto registrare un calo degli occupati nel settore. Lo dicono i dati diffusi dall’assessorato all’economia della Regione siciliana nel corso di una conferenza stampa dell’assessore regionale e vicepresidente Gaetano Armao convocata per fare il punto sulla situazione economica e finanziaria. Secondo le stime elaborate dagli uffici regionali con Prometeia la flessione del pil nel 2020 sarà dell’8,2% nell’Isola, ovvero si torna ai livelli del 1986. Una riduzione minore rispetto al Mezzogiorno (-8,4%) e anche rispetto al Centro Nord (-9,2%) ma che si aggiunge agli effetti della precedente crisi del 2008 che non erano stati del tutto superati.

L’agricoltura tiene
In particolare rispetto al valore aggiunto totale in Sicilia l’agricoltura perde (solo) il 2%, l’industria l’11,9%, le costruzioni il 9,7% e i servizi 8,1% per un totale del meno 8,2% rispetto al Pil dell’anno precedente. I segnali positivi, nonostante il 2020 appena concluso, vengono dalla domanda estera e dal numero delle imprese. Che salvano l’agricoltura. I volumi dell’export, sono risultati in flessione già nel corso del 2019 (-14,1%). I dati riferiti ai primi nove mesi del 2020 incorporano gli effetti del lockdown di primavera e manifestano una ulteriore flessione del 21,4% rispetto allo stesso periodo del 2019 In dettaglio, la flessione maggiore si registra fra i derivati del petrolio (-33,7%), ma anche l’export non-oil si contrae (-5,8%). L’agroalimentare, che incide per il 16,3% sul totale regionale ha subito meno degli altri le misure di contenimento della pandemia, registra un dato negativo, seppur di modesta entità (-0,3%). In termini di valore assoluto l’agroalimentare rappresenta la prima voce di export siciliano (esclusi i prodotti petroliferi) con 896 milioni di euro. L’agricoltura ha registrato una produzione olearia e una vendemmia in calo in Sicilia del 15% mentre, secondo i dati Istat, un aumento si registra nella produzione di agrumi con particolare rilevanza in quella di arance (18,2%) e limoni (10,2%). Dal punto di vista del numero delle imprese (dati Infocamere) la flessione nelle imprese agricole è stata dello 0,1%.

Il turismo colpito
Ma se le merci hanno potuto viaggiare liberamente, le limitazioni alla mobilità hanno duramente toccato il turismo che ha perso il 35,% di presenze (dati Srm). Nel 2020, in particolare sono mancati i turisti stranieri (-46,1%) ovvero quelli che tradizionalmente hanno una maggiore capacità di spesa mentre gli italiani flettono del 23,9%. In termini posti di lavoro il calo nel settore dei servizi, particolarmente per i servizi di alloggio e ristorazione (-5,8%) è evidente. Cede anche l’agricoltura -4,4%, mentre si registra il balzo in avanti delle costruzioni (29,8%) e dell’industria (10,5%).

I 9 miliardi in arrivo 
La scommessa del 2021 è sui 9 miliardi di risorse (tra riprogrammazione fondi, recovery e risorse nazionali) che dovrebbero arrivare in Sicilia. E questo sarà lo snodo cruciale per l’anno in corso. Obiettivo del Recovery Fund è quello di eliminare “le cause del divario tra l’Italia”, ha spiegato Armao. Una scommessa che si vince, però, se si mettono in discussione anche le regole sulla distribuzione delle risorse. Non basta che il 34% degli investimenti sia destinato al Mezzogiorno, come prevede la legge. Bisogna ma anche considerare “i luoghi che hanno ampia popolazione, il pil e la disoccupazione. Questi elementi ponderati portano a più del 34% per cui si deve investire. Non è un questione nazionale e se non si chiude a livello nazonale si dovrà andare in Europa. E’ un tema di corretta impostazione della crescita. Bisogna orientare gli interventi nel superamento del divario tra l’Italia che è inaccettabile, insostenibile e non più procrastinabile”, ha detto Armao.

Tutto questo accade in un contesto in cui continua a registrarsi una riduzione degli sportelli bancari, essenziali per l’attività economica. Un dato che si conferma anche nel 2020 in tendenza con quello che accade in tutto il mondo dove l’attività si sposta sempre più sui canali digitali. Sono in calo del 18,6% gli sportelli bancari in Sicilia dal 2017 al 2020. Si è passati dai 1471 sportelli del 2017 ai 1197 del 2020 e si registra “una minore presenza di presidi in particolare nelle aree marginali dell’isola”, si legge nel rapporto presentato da Armao dopo avere esaminato i dati dell’economia. Nel territorio regionale è stata confermata, tuttavia, un'incidenza percentuale delle sofferenze sugli impieghi più elevata della media italiana, (con un valore del 6,5 % rispetto al 4% nazionale), ma soprattutto in considerazione di un calo degli impieghi di 8 volte superiore rispetto a quello nazionale nonostante un più rilevante incremento dei depositi che in Sicilia crescono del 7% sull’anno. Questi erano 61,9 miliardi nel 2019 contro i 66,3 del 2020 mentre gli impieghi sono calati a livello regionale del 4% da 57,8 miliardi a 55,5 miliardi. Il calo degli impieghi a livello nazionale è dello 0,5%.

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