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Pubblicato in Scenari il 24 Giugno2011


Da sinistra Dino Taschetta, Fabio Rizzoli e Lilly Fazio

Tanta soddisfazione, ma poco entusiasmo. Sembra essere un po’ ossimorico lo stato d’animo dei produttori vinicoli siciliani alla notizia dell’approvazione della Doc Sicilia.

Se infatti, si accoglie questo nuovo strumento con speranza, i viticoltori sono un po’ guardinghi sul possibile uso che se ne potrà fare e soprattutto non comprendono a fondo alcune indicazioni del disciplinare come quella di poter imbottigliare anche fuori dalla Sicilia il vino prodotto sull’Isola che potrà fregiarsi di questo marchio. È il caso di Giusto Occhipinti dell’azienda Cos di Vittoria (Ragusa): «Vorrei leggere il disciplinare prima di commentare in maniera più approfondita, anche perché non tutto, al momento, è chiarissimo. Ma se c’è questa possibilità di poter imbottigliare fuori dai confini siciliani non la vedo come un aiuto, ma solo un modo per aumentare la burocrazia. Io sono speranzoso sulla Doc Sicilia, anche se l’esperienza della Doc Piemonte è stata fortemente fallimentare. Per fortuna consapevoli di quel fallimento si è cambiato qualcosa in questa Doc regionale. Di certo non aumenterà il fatturato, aumenteranno i controlli e questo sarà un bene. In quanto all’adesione dovremo valutare tante cose, anche perché noi siamo col marchio Docg e “regredire” verso la Doc non so se ci converrà». Più laconico e diretto l’altro socio di Cos, Titta Cilia: «Non porterà alcun beneficio». Anche a Lilli Fazio, titolare di Fazio Wines a Erice (Trapani), questo aspetto dell’imbottigliamento fuori regione non va molto giù: «Non è senz’altro positivo», dice. Ma per lei questo nuovo strumento è «un motivo d’orgoglio, anche se chi vive nel mondo del vino sa benissimo che è un’arma a doppio taglio, pericolosa se non dovesse essere usata correttamente.
Di certo potrà essere orientata alla salvaguardia del vino siciliano ed evitare utilizzi improvvidi come è successo per l’Igt. Spero soprattutto che non si limiti a un “cambiare tutto per non cambiare niente”». Si mette sul “chivalà” anche Dino Taschetta, presidente della cantina sociale Colomba Bianca di Mazara del Vallo (Trapani): «Noi l’abbiamo sempre appoggiata. È uno strumento, non un fine e dipende tutto da come verrà gestita: se ci saranno controlli seri, un consorzio di tutela altrettanto valido, l’Istituto vite e vino farà bene il suo lavoro e si farà un’adeguata campagna di marketing allora sarà sicuramente un valido aiuto per il settore e dovrebbe evitare di vedere vendere vini come il Nero d’Avola a 1 euro. In caso contrario avremo fatto l’ennesimo buco nell’acqua». E anche lui va giù con gli ossimori: «Sono speranzoso, ma poco fiducioso nei siciliani». Altro produttore, altro ossimoro: «La Doc Sicilia? Uno strumento utile, ma non aderirò», parola di Massimo Padova, titolare di Rio Favara a Ispica (Ragusa). «Sono molto aperto alle nuove soluzioni – dice – e uno strumento come la Doc Sicilia darà sicuramente una riconoscibilità maggiore all’estero. Ma io non aderirò perché produco già le mie Doc (Eloro e Moscato di Noto, ndr) e me le tengo: sono un territorialista». Sulle conseguenze pensa che «il nome “Sicilia” sarà sicuramente un vantaggio, ma di sicuro non servirà a migliorare la qualità». Giuseppe Benanti, titolare dell’omonima azienda di Viagrande (Catania), non è mai stato molto entusiasta della Doc Sicilia «ma ormai c’è – dice – rappresenta un provvedimento che deve essere legato a un sistema di controllo che sia indiscutibile. Se, invece, la Doc Sicilia deve legittimare chiunque a produrre a qualunque condizione non è un vantaggio. Penso al Nero d’Avola: il nostro vitigno-bandiera, una grande storia, ma poi è stato usato male, lo trovo in giro per l’Italia, imbottigliato ovunque e bistrattato. Questo vuol dire che c’è un eccesso di produzione: merita di finire tutto nella Doc Sicila? Io spero molto nei controlli, affinché questo sia uno strumento che elevi il prodotto e in questo senso l’Istituto vite e vino sa operare molto bene, ma la gente deve anche smetterla di fare il vino per passatempo e lavorare seriamente». Di certo Benanti non lascerà la strada vecchia per la nuova: «Ho la mia Doc Etna e mi basta e avanza. L’Etna è un gran terroir ed è anche importante non confondere tutti i territori nella Doc Sicilia: penso che se dovessi aggiungere il nome Sicilia a quello dell’Etna per me non cambierebbe nulla». Chi aderirà certamente al nuovo marchio è il gruppo Mezzacorona che anzi, per bocca del suo amministratore delegato, Fabio Rizzoli, evidenza che «sull’argomento siamo già molto in ritardo. Noi siamo favorevoli e sottoscrittori dall’inizio e quindi non possiamo che essere soddisfatti. Ma attenzione: io sono trentino, opero in Sicilia da 11 anni e ai siciliani dico: non bisogna illudersi, il lavoro vero inizia adesso. Avere un riconoscimento del genere significa tutto e significa niente, occorre fare un marketing corretto ed evitare deviazioni. Adesso il settore deve fare un salto di livello e in questa direzione la nostra azienda garantisce tutto il supporto necessario perché questo strumento porti i suoi frutti». Per quanto riguarda i vantaggi di una Doc regionale Rizzoli sottolinea l’esempio del suo gruppo: «Vendiamo milioni di bottiglie e non potevamo aderire a una doc piccola (che comunque non saranno in contrasto con questa nuova Doc). Avevamo bisogno di uno strumento più grande per presentarci con un unico marchio alle varie catene di ipermercati».

Salvo Butera

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