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COSA BEVO

Un bianco dimenticato e riscoperto da quella cassaforte di vitigni storici che è la Campania. Profumi di pietra focaia e sapidità memorabili

Grecomusc'
che sorpresa

Se vi piacciono i vini rari perché ottenute da uve molto particolari, questo è quello che fa per voi. Siamo in Campania, forse la regione d’Italia che meno teme confronti in fatto di biodiversità e di ampiezza della proposta viticola. Non a caso questo pezzo d’Italia rappresentò la cantina dell’impero romano, il luogo dove meglio di tanti altri duemila anni fa, si portò avanti la vitivinicoltura. Parliamo del Grecomusc’, si chiama proprio così il vitigno a bacca bianca che dà origine a questo vino e se lo pronunciate con una lieve flessione napoletana ne accrescerete il fascino. Vitigno antichissimo che sopravvive in pochi ceppi su piede franco nei comuni di Taurasi, Mirabella Eclano e Bonito, in territorio irpino. Il Grecomusc’ in questione è prodotto da una piccola cantina a conduzione familiare: Contrade di Taurasi, di Sandro Lonardo, nell’omonimo comune campano, in provincia di Avellino che si avvale della consulenza dei docenti universitari Giancarlo Moschetti e Nicola Francesca. A tutti loro va il merito di aver difeso e valorizzato questa cultivar davvero particolare. Inutile cercare sugli antichi libri ufficiali qualcosa di più sul vitigno. A fine ‘800 c’è chi lo ha classificato come Rovello bianco o Roviello. L’acino, probabilmente anche per questioni legate alle condizioni climatiche, in questa varietà assume un aspetto un po’ moscio, da lì il nome di “musc’”. Ne abbiamo assaggiato la versione 2007. Pronta da bere ma se conservata dovrebbe sorprendere anche in futuro. Dai colori gialli intensi, sprigiona profumi nettissimi di pietra focaia e idrocarburi con sentori di menta e fieno maturo. Molto secco al palato, avvolgente, grande sapidità e un sorso che vi stupirà per la sua complessità. Ed il prezzo è davvero invitante: dodici euro in enoteca per qualcosa di unico nel panorama vitivinicolo nazionale.

F. C.

COSA BEVO

Un bianco dimenticato e riscoperto da quella cassaforte di vitigni storici che è la Campania. Profumi di pietra focaia e sapidità memorabili

Grecomusc'
che sorpresa

Se vi piacciono i vini rari perché ottenute da uve molto particolari, questo è quello che fa per voi. Siamo in Campania, forse la regione d’Italia che meno teme confronti in fatto di biodiversità e di ampiezza della proposta viticola. Non a caso questo pezzo d’Italia rappresentò la cantina dell’impero romano, il luogo dove meglio di tanti altri duemila anni fa, si portò avanti la vitivinicoltura. Parliamo del Grecomusc’, si chiama proprio così il vitigno a bacca bianca che dà origine a questo vino e se lo pronunciate con una lieve flessione napoletana ne accrescerete il fascino. Vitigno antichissimo che sopravvive in pochi ceppi su piede franco nei comuni di Taurasi, Mirabella Eclano e Bonito, in territorio irpino. Il Grecomusc’ in questione è prodotto da una piccola cantina a conduzione familiare: Contrade di Taurasi, di Sandro Lonardo, nell’omonimo comune campano, in provincia di Avellino che si avvale della consulenza dei docenti universitari Giancarlo Moschetti e Nicola Francesca. A tutti loro va il merito di aver difeso e valorizzato questa cultivar davvero particolare. Inutile cercare sugli antichi libri ufficiali qualcosa di più sul vitigno. A fine ‘800 c’è chi lo ha classificato come Rovello bianco o Roviello. L’acino, probabilmente anche per questioni legate alle condizioni climatiche, in questa varietà assume un aspetto un po’ moscio, da lì il nome di “musc’”. Ne abbiamo assaggiato la versione 2007. Pronta da bere ma se conservata dovrebbe sorprendere anche in futuro. Dai colori gialli intensi, sprigiona profumi nettissimi di pietra focaia e idrocarburi con sentori di menta e fieno maturo. Molto secco al palato, avvolgente, grande sapidità e un sorso che vi stupirà per la sua complessità. Ed il prezzo è davvero invitante: dodici euro in enoteca per qualcosa di unico nel panorama vitivinicolo nazionale.

F. C.

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