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Pubblicato in Il caso il 15 Marzo2020
Angelo Gaja - ph Vincenzo Ganci

 

Lo abbiamo detto tante volte. E lo ripetiamo. Gaja è Gaja. Intervistato da Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera per i suoi ottant’anni festeggiati pochi giorni fa, Angelo Gaja parla anche di questo momento spiazzante e complicato per tutti.

E cosa dice subito al giornalista? “Momento difficile per l’Italia, ma non licenzieremo nessuno dei nostri 160 dipendenti. Assumeremo altre persone”. Dette così queste parole sembrano poco più di un buon proposito. Ma a rileggerle in questo momento emerge una profondità enorme di cui abbiamo estremo bisogno. Perché mentre ci sono cantine italiane che stanno già comunicando il ricorso alla cassa integrazione per i propri dipendenti, c’è chi rilancia e lo fa immettendo nelle nostre teste un carico di fiducia, ottimismo ed energia rigeneranti. Abbiamo necessità in questi giorni più che mai di buone notizie e di imprenditori pieni di coraggio, altruismo e fantasia, tanto per citare una bellissima canzone di Francesco De Gregori. E Gaja ci offre un appiglio importante. E siccome è sempre avanti. Cosa racconta ancora a Cazzullo? Che sua figlia Gaia, in questi giorni di viaggi e appuntamenti annullati sta dedicando il suo tempo ad apprendere le lingue. L’inglese? Macché, quello lo conosce come l’italiano. Sta studiando il piemontese. E voi direte, a cosa gli serve? Serve, serve. Eccome. È un modo per riappropriarsi di una identità perduta nel mare magnum della globalizzazione. Ma per quanto sia importante essere civis mundi non dimenticare mai da dove vieni e chi sei. E Gaja lo annuncia in modo così preciso e determinato che forse farà scattare una tendenza nel mondo del vino dove sapendo un po’ di inglese ci si sente spesso arrivati. E invece il segnale è un altro. Non bisogna mai smettere di studiare. Una lezione che vale anche per i facoltosi imprenditori del vino.

D’altra parte lui il piemontese lo conosce e lo parla, come l’italiano. E se nell’intervista lancia una stoccata all’evento Collisioni che porta centomila persone in un paesino piccolissimo come Barolo citando i francesi della Borgogna dove tutelano invece “ferocemente il loro territorio”, nell’intervista Gaja racconta di come sta affrontando il tema del cambiamento climatico. E qui, pregasi prendere appunti. “Si vendemmia venti giorni prima, talora un mese - racconta a Cazzullo -. D’estate il suolo tende a diventare duro come il cemento, e dobbiamo prenderci cura del lombrico, che è l’architetto della terra: la smuove, la ossigena, la rende viva. Le aree del barolo e del barbaresco restano limitate; ma si piantano vigneti meno pregiati in alta Langa, dove prima attecchiva solo il nocciolo. La terra cambia. Ci parla. E anche noi dobbiamo cambiare". Come, gli chiede Cazzullo? E Gaja risponde: “Abbiamo due botanici, un geologo e due entomologi”. L’entomologo, figura nuova per un’azienda di vino. Gaja spiega che “nelle vigne ci sono parassiti nuovi: alcuni non li abbiamo mai avuti, altri non sopravvivevano agli inverni, che erano più rigidi. Siccome non vogliamo usare pesticidi, fitofarmaci, antiparassitari, agrofarmaci, insomma veleni, li combattiamo creando parassiti dei parassiti”.

E cita l’esempio della “tignola dell’uva: una farfallina che deposita sulla buccia le uova, da cui esce un piccolo verme voracissimo che svuota l’acino. Con la pioggia, l’acino si riempie d’acqua, e si crea una muffa che si trasmette all’intero grappolo”. E così “i giapponesi hanno scoperto che quando la femmina è pronta per essere fecondata libera feromone. Così abbiamo messo nelle vigne diffusori di feromone, che fanno impazzire il maschio e bloccano la proliferazione”. Tutte cose più o meno conosciute dal mondo del vino. Ma che dovrebbero diventare patrimonio di tutti. E questa l’altra lezione. L’asticella sempre più in alto. Anche in questi giorni di smarrimento. Ripartendo dalla fiducia. E dalla voglia di investire nelle persone. Grazie Angelo.

F.C.

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