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Pubblicato in Il caso il 15 Settembre2019

Una polemica che arriva intempestiva e che ricorda un po’ le martellate “alla Tafazzi”. ‍

Ecco come Luciano Ferraro, giornalista del Corriere della Sera ed esperto di vini, definisce la querelle di fine estate sulla opportunità o meno di lasciare anche “Prosecco” nelle bottiglie della Doc di Valdobbiadene - Conegliano. Lo stesso Ferraro ha raccontato la vicenda sul proprio giornale nei giorni scorsi. “Nel momento in cui c’è una crisi per quel che riguarda l’export e si avvertono segnali negativi dal mercato tedesco e possibili conseguenze dalla Brexit ed anche il mercato Usa non riesce più a dare risposte come qualche anno fa, proprio non serviva questa offensiva che non fa altro che sminuire l’importanza del nome Prosecco”. 

Certo, aggiunge il responsabile del blog DiVini del Corriere della Sera “esiste una volontà di distinguere il Prosecco di pianura che forse ha commesso un eccesso di facilità, con quello di Conegliano e di Asolo che ha puntato sulla qualità. Ma questa differenza non si fa omettendo il nome. Come se per il Chianti Classico si omettesse il nome Chianti che ha un grandissimo richiamo”. Un nome, Prosecco, dato alla fine degli anni Duemila proprio “per evitare le contraffazioni e stabilendo come sia impossibile produrre quel vino se non in quelle nove province indicate. Arriva proprio in questo momento questa polemica di un piccolo gruppo di produttori a cui non piace usare il none Prosecco. Mi pare una cosa al limite dell’autolesionismo e alla Tafazzi”. Insomma, quello che serve al Prosecco per Ferraro è una migliore capacità di comunicare e la capacità di puntare sulla qualita “non solo un vino fresco da bere in primavera, ma la possibilità di un prodotto più longevo”. Nella zona la cantina Ruggeri ha iniziato a produrre un vino con queste caratteristiche, ad esempio. 

Il nome nasce proprio per evitare le contraffazione con le norme del 2009: è impossibile produrre Prosecco se non nelle nove provincie dove è previsto dal disciplinare. Proprio in questo momento un piccolo gruppo di produttori vorrebbe non usare il nome Prosecco. “Qualsiasi bollicina servita in molti bar del mondo viene chiamata così: questo è Prosecco, anche se non è quel vino. Questa è la banalizzazione del nome, ma questo problema si sconfigge puntando sulla qualità e non sulla quantità”.

A.G.

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