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Il caso

Rosati, il caso Etna e tre esperti a confronto

06 Luglio 2012
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Giancarlo Gariglio, Leonardo Palumbo, Davide Paolini

Quando per il colore si attiva una macchina burocratica.

E’ il caso che ha riguardato alcuni campioni di rosati presentati qualche giorno fa alla Commissione della Sicilia Orientale istituita presso L’irvos per i quali si richiedeva la certificazione per la Doc. Dichiarati rivedibili, e quindi bloccati, all’esame visivo perché presentavano un colore diverso da quello prescritto nel disciplinare di produzione “rosato tendente al rubino”, con nuance tendenti al rosa cipolla che ricordano i rosati francesi. Da qui la convocazione del Consorzio Doc Etna e la decisione di modificare il disciplinare con l’eliminazione della specifica su quel colore. Una soluzione che, se non presa tempestivamente anche se i tempi di modifica sono lunghi, rischiava di penalizzare vini che non presentavano alcun difetto, e soprattutto una tipologia che sta vivendo un’onda di consensi positivi nel mercato, dopo anni di declassamento . Sulla vicenda e sul rinascimento dei rosati d’Italia ecco il parere di tre esperti.

Per Giancarlo Gariglio, curatore delle guida Slow Wine, il sistema di degustazione che prevede la rigorosa osservanza di alcuni parametri è un rischio. “Si possono citare molti casi simili a quello capitato con i campioni dell’Etna. Ricordo quello che ha visto il Brunello di Montalcino Poggio di sotto, annata 2001, a cui valutato in una commissione come scarso mentre passavano vini fatti da Merlot e Cabernet. Bisogna stare attenti a queste valutazioni, a volte si possono fare errori clamorosi. O per esempio si è assistito a bocciature di Barbaresco poco comprensibili. Quindi il tema della valutazione è delicato. In riferimento all’Etna, si è rischiato di incasellare una tipologia che sta crescendo rapidamente in parametri troppo rigidi, soprattutto per il colore, che è variegato e che va in tutte le direzioni, come ho notato qualche giorno fa in una degustazione che ho fatto in Sicilia assaggiando più di trecento vini tra cui una trentina rosati”.

Per il presidente Assoenologi della Puglia, Leonardo Palumbo, e tra i promotori del Primo Concorso Nazionale sui Rosati d’Italia: “Forse era più facile avviare una pratica presso il Ministero dove si richieda nel colore una modifica. Con le modifiche dei disciplinari i tempi si allungano. Comunque rispetto ai colori rosati di una volta, un po’ marcati, sono preferiti quelli più tenui. Il mercato, comunque, è in ascesa. E’ amata perché porta una  ventata di freschezza  e di frutto, e poi il colore attrae, ed è prefetto a tutto pasto. Si assiste ad un boom di apprezzamenti per gli spumanti rosati. Il Nord Europa sta apprezzando tantissimo i rosati. Parliamo di rivalorizzazione del prodotto, ma abbiamo corso un pericolo due anni fa quando c’erano alcuni Pesi che richiedevano il taglio tra bianco e rosso”.
 
Davide Paolini, alias Il Gastronauta, firma di spicco del giornalismo enogastronomico e amante dei rosati, soprattutto delle bollicine francesi,sulla tipologia rosé rilascia un commento “controcorrente”: “Secondo me questo grande boom è già avvenuto. Le ricerche e le tendenze arrivano in ritardo. Quello che arriva è il boom dei produttori ma non del consumo. Insomma ci sono cantine che vogliono produrre rosati a tutti costi perché pensano che questo mercato sia infinito. E poi ancora è un vino richiesto da gente che non ha gusti ben definiti. C’è ancora poco conoscenza  di questo vino. Anzi, dico di più,  se facciam indagine e chiediamo ai consumatori come si ottiene il vino rosato, il 51 % risponderà che lo si ottiene mescolando vino rosso al bianco. Racconto un aneddoto al riguardo. Per avere una prova di questa poca conoscenza. Anticipando che avrei pubblicato di proposito un articolo nel quale scrivevo che il vino era la risultante di un mescolamento, e ribadisco, lo avevo preannunciato, nessuno ha contraddetto quanto ribadivo nel pezzo. Lo racconto perché secondo me si dovrebbe fare informazione sul rosato, facendola sull’etichetta stessa”. 

C.d.G.