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Il personaggio

Il neodirettore di Assoenologi si racconta: “Più vicini ai soci, più giovani con noi”

25 Febbraio 2016
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Prima intervista di Gabriella Diverio, selezionata tra 170 candidati per guidare l'associazione con migliaia di iscritti. Ha preso il posto di Giuseppe Martelli. “Non sono una tecnica, porterò la mia visione del mondo”

 
(Gabriella Diverio)

C'è curiosità e grande attesa per conoscere il nuovo direttore di Assoenologi. Scelta attraverso un bando pubblico al quale hanno risposto in 170, Gabriella Diverio è in Assoenologi dall'11 gennaio e prenderà il posto di Giuseppe Martelli che ha guidato l'associazione degli enologi italiani per quasi 40 anni e lascerà lunedì prossimo 29 febbraio. 

Qualcuno ha detto che si chiude un'era per l'associazione che gestisce le sorti di quasi quattromila enologi. La prima intervista della Diverio rilasciata a un giornale è con Cronache di Gusto. Ed è infatti in quest'articolo che risponde alle nostre domande. La incontriamo a Roma.
 
Gabriella Diverio non è un'enologa. Piemontese, si è laureata in lingue e letterature straniere a Genova, ha vissuto un anno in Svezia e poi è tornata in Italia ed è andata a vivere a Torino. È un’esperta in marketing e internazionalizzazione del settore agroalimentare e ha organizzato molti eventi nel settore vitivinicolo. Parla correntemente cinque lingue oltre all'italiano (inglese, francese, tedesco, svedese e spagnolo), animo da globetrotter, da ragazzina aveva la passione per le moto ed è stata commissario di gara motociclistica per oltre vent'anni.
 
“Sono nata nell'Alto Monferrato – attacca lei -. È vero, non sono un'enologa, ma sono cresciuta in una terra dove il vino è sempre stato parte della vita di ogni famiglia, anche della mia. Mio nonno aveva un piccolissimo vigneto, 17 filari con 250 viti ciascuno, tutto dissodato a mano, per un metro di profondità. Produceva barbera e dolcetto. Il mio contatto con il vino è nato da piccola, me ne sono innamorata respirando il profumo del mosto, quando mi mettevano nel tino a pigiare l’uva. Ma l’orizzonte delle mie colline mi è sempre stato stretto, ho scelto un lavoro che mi permettesse di conoscere il mondo. Mi sono occupata per molti anni di progetti di internazionalizzazione per una agenzia al servizio del sistema camerale piemontese e della Regione Piemonte. Prima con la moda, il tessile, la cosmesi, i progetti europei di collaborazione industriale, il presidio dei mercati asiatici, sempre in un’ottica di sostegno alle imprese sui mercati esteri. Del vino ho iniziato a occuparmi quindici anni fa e ho subito fatto il corso da degustatore dell'Onav, perché volevo conoscerlo meglio. Da allora ho gestito molti progetti di promozione importanti, dagli Stati Uniti alla Cina, dove siamo stati dei pionieri, portando le cantine piemontesi  a due edizioni del China Vinitaly nel 2001 e 2002. Un'esperienza formidabile, in tempi forse prematuri.
 
Perché ha partecipato al bando per diventare direttore di Assoenologi?
“La voglia di rimettermi in gioco, una passione crescente per il mondo del vino, la possibilità di entrarci da un osservatorio privilegiato. Dopo tanto estero avevo anche il desiderio forte di conoscere meglio l'Italia e la stupefacente varietà di prodotti che sa esprimere il nostro territorio”.
 
Quale idea si è fatta dell'Assoenologi in queste settimane?
“Quella di un'associazione che gode di ottima salute, che svolge un determinante lavoro di rappresentanza e che può pregiarsi di avere un presidente quale Riccardo Cotarella, con cui è già iniziato un dialogo molto costruttivo. Nel rispetto dei reciproci ruoli ci accomuna un obiettivo: far crescere il peso specifico di Assoenologi e assicurare ai nostri soci servizi e assistenza di qualità, promuovendone e valorizzandone la figura”.
 
Quale sarà il suo primo atto da direttore nella sede di via Privata Vasta a Milano?
“Entrare in sintonia con i miei collaboratori, spiegare il mio metodo di lavoro. Vorrei creare una squadra affiatata dove ciascuno possa responsabilmente ricoprire la funzione che gli è più confacente. E interpretare al meglio le strategie del consiglio di amministrazione. Non avendo una formazione specifica in campo enologico non mi viene richiesto di rappresentare l’associazione ai tavoli tecnici, ma di portare idee nuove, di soddisfare gli obiettivi e i bisogni dei nostri soci, di svecchiare l’associazione, di portarvi i giovani enotecnici ed enologi”.
 
Cosa pensa delle quote rosa? E della scarsa presenza femminile tra i soci?
“In pochi  anni la presenza femminile nel mondo del vino è cresciuta moltissimo, le donne stanno dimostrando di essere brave e in qualche caso migliori dei loro colleghi, anche grazie ad un approccio più innovativo rispetto a quello dell’universo vinicolo tradizionale. Basti pensare a quello che è oggi il turismo del vino, non sarebbe stato possibile senza l’apporto fondamentale e le doti di comunicazione, organizzazione e la capacità di fare rete delle donne. Le quote se le stanno conquistando rapidamente, con la loro competenza, tenacia e creatività, paradossalmente non hanno bisogno che vengano sancite per legge. Riguardo alla recente proposta di legge che riguarda i consigli di amministrazione dei consorzi di tutela capisco pienamente le buone intenzioni  che l’hanno ispirata ma personalmente ho sempre pensato che la vera parità di genere si misura sul piano del merito, il problema è che nel nostro paese questo non è automatico, ci sono ancora molti fortini. Tra i soci di Assoenologi la presenza femminile è ancora bassissima, siamo sotto al 10%, considerate però che le donne hanno iniziato ad entrare in questo settore praticamente solo con l’istituzione nel ’91 dei corsi di laurea in Viticoltura ed Enologia, prima esistevano solo le scuole enologiche frequentate al massimo dalle figlie di qualche produttore vinicolo. Sono poche ma si stanno facendo apprezzare, sono portatrici di sana innovazione”.
 
Quali le novità che vuole apportare?
“Come ho già detto noi esistiamo per i soci, dobbiamo impegnarci al massimo per soddisfare le loro aspettative, rafforzando in questo il loro senso di appartenenza ad Assoenologi. Non tutti sono enologi o enotecnici, molti lavorano nel settore delle forniture per la viticoltura e l’enologia, ci sono insegnanti e ricercatori, occorre individuare attività e servizi che possano soddisfare i bisogni di un’utenza molto variegata, accomunata però dalla necessità di essere costantemente aggiornata sulle nuove tendenze e sui progressi scientifici del settore”.
 
Il vino è materia complessa…
“Lo so bene. E la nostra associazione è costituita proprio da coloro che meglio di tutti la conoscono e che dispongono dei mezzi e della competenza per trattarla con cognizione di causa. Io credo che un po' come Michelangelo, che quando guardava un blocco di marmo vi vedeva già dentro ciò che ne avrebbe estratto, allo stesso modo anche l'enologo dalla combinazione di terreno, clima, vitigno, andamento climatico ricava già la visione di quello che può essere il miglior vino che esprime quel territorio. Dall’altro lo vedo però anche come un grande sperimentatore, che mette le sue conoscenze e la sua creatività al nostro servizio, per farci provare emozioni nuove. Tutti siamo desiderosi di mangiare e bere prodotti buoni, sani e rispettosi dell'ambiente, un bravo enologo garantisce queste qualità a ciò che produce, attraverso la  sue conoscenze scientifiche”.
 
Cosa pensa dei vini biologici? Anzi, per meglio dire, cosa ne pensa dei cosiddetti vini naturali?
“Nulla nasce per caso, i vini biologici sono la risposta a una maggiore consapevolezza del consumatore, a uno stile di vita che molti nel mondo hanno adottato, basti guardare al boom che sta vivendo il biologico nei mercati del nord Europa, più sensibili di noi a certe istanze.  Occorre tenere conto di queste esigenze e soddisfarle. Anche l'approccio artigianale va sicuramente in questa direzione ma non è necessariamente sinonimo di qualità, va accompagnato da scienza e conoscenza, affinché l'azione combinata possa garantire non solo un alto livello di sostenibilità ma anche un buon risultato. E questo vale per tutti i vini, che siano biologici, biodinamici o convenzionali”.
 
Oggi il mondo del vino ha avuto una importante boccata di ossigeno con i fondi Ue per la promozione previsti dall'Ocm. Lei cosa ne pensa?
“L'Ocm funziona in buona parte. Ha permesso a molte aziende e molti raggruppamenti privati di accedere a nuovi mercati e sta dando un forte contributo all'internazionalizzazione del sistema vino. È una misura essenziale, anche se richiederebbe qualche correttivo”.

Cioè?
“Aumenterei la quota di finanziamento per le campagne istituzionali consentendo la realizzazione di azioni finalizzate a educare i consumatori dei paesi terzi sull'immenso patrimonio vinicolo di cui disponiamo, per sostenere l'azione degli imprenditori”.
 
La direttrice che parla molte lingue è preludio alla internazionalizzazione di Assoenologi?
“È fondamentale avere uno sguardo sempre rivolto all'estero, noi siamo l'associazione più grande di enotecnici ed enologi al mondo, penso che possiamo giocare un ruolo da protagonisti in molte parti del pianeta. Il riferimento per il settore vinicolo mondiale è ancora la Francia, le università di ogni latitudine mandano oltralpe i loro studenti a fare stage e a imparare, dobbiamo cambiare questo trend e far capire che anche l'Italia ha molto da dire”.
 
Diamo un consiglio ai giovani che vogliono diventare enologi?
“Il vino è poesia, è magia, ma richiede anche tanto studio e dedizione. Per far bene questo mestiere bisogna essere consapevoli che un titolo non basta, per diventare bravi ci vuole umiltà e impegno, disponibilità a non sedersi sui propri successi, ad aggiornarsi costantemente. E poi ci vuole un ingrediente fondamentale, che è la passione”. 
 
Ultimo libro letto dal neodirettore di Assoenologi?
“È un giallo in svedese, “Den fallande detektiven” di Christoffer Carlsson, il secondo di una trilogia che mi piacerebbe molto tradurre. Amo molto lo svedese e mi diverto a leggerlo, tradurlo e parlarlo”.
 
Ultimo film visto al cinema?
“I nostri ragazzi” di Ivano De Matteo presentato a Torino dalla Film Commission Torino Piemonte. Un film forte sulle relazioni familiari sconvolte da un evento tragico”.
 
Città preferita nel mondo?
“Londra, senza dubbio. È una città internazionale dove ho vissuto per un po' di tempo tanti anni fa e che mi è rimasta nel cuore. Quello che mi piace di Londra è la grande aria di libertà che vi si respira. Impagabile”.
 

Fabrizio Carrera
Fabiola Pulieri