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Il personaggio

Andrea Franchetti: il successo dell’Etna è un mistero. Ma ora al Vulcano serve un’altra Doc

07 Marzo 2017
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Parla il patron di Contrade. “Uve vendute troppo basse e guerra dei prezzi i veri rischi per questo territorio. Ma l'arrivo dei piemontesi è un fatto salutare per tutti. E sui produttori siciliani…”.


(Andrea Franchetti)

di Fabrizio Carrera

“È ora che l'Etna abbia un'altra Doc. C'è una parte esclusa, importante dal punto di vista vitivinicolo, che riguarda i vigneti oltre gli 800 metri sul livello del mare. Sarebbe un peccato non dare quest'opportunità. Ed allora anziché ampliare quella esistente, per il quale sarei comunque favorevole, facciamone un'altra. In fondo nelle Langhe accade qualcosa di simile con Il Barolo e il Barbaresco. Ecco, qualcosa di simile”. 

Incontriamo Andrea Franchetti in un pomeriggio di nuvole e vento fresco. La valle dell'Alcantara vista da Guardiola, una delle contrade dove Franchetti produce vino, è sempre strepitosa. E non si capisce perché l'Etna sia stato scoperto così in ritardo rispetto a quello che poteva, può e potrà rappresentare. La conversazione con me e Federico Latteri, uno dei nostri “cronisti del vino” parte proprio da qui.

Oggi l'Etna vive un momento d'oro. Tutti ne parlano, tutti investono qui, tutti vogliono venire e scriverne. Cosa è successo?
“Non lo so neanche io. Ancora me lo chiedo. Perché l’Etna ha questo successo? Non me lo spiego io e credo nessuno se lo spieghi. È un mistero. Forse oggi i vini dell'Etna incontrano di più il gusto degli anglosassoni, e quindi vini più acidi, più taglienti. Come il Barolo e, di conseguenza, Etna. Ma non basta a spiegare il fenomeno. Tra l'altro non c’è un territorio dove sia accaduto qualcosa di simile all’Etna in così breve tempo, né Amarone, né Chianti Classico, né Montalcino. Nulla”.

Come sta l’Etna?
“Sempre meglio perché siamo all’inizio e all'inizio si cresce sempre. Come viticoltore etneo sono un ragazzo, ho iniziato da poco, non ci sono parametri, non c’è una storia come il Barolo. Ho fatto Contrade per permettere ai produttori di parlarsi, di capire se c’è uno stile o altre cose riguardanti il vino. È un fenomeno recentissimo, è tutto iniziato nel 2005 circa”.

Come giudica il fatto che molta gente viene a comprare qui?
“È vero. Tutti adesso a fare vino sull'Etna. Ma quelli bravi sono pochi. Ne ho classificati almeno cinque gruppi. Un primo gruppo è quello dei grossi produttori siciliani che vogliono avere l’Etna nella gamma. Un secondo gruppo è quello di chi si appassiona al territorio e lo vede come stile di vita più felice ed appagante, quelli che io chiamo i sognatori. Il terzo e più interessante gruppo è quello dei professionisti che sanno davvero fare il vino e vengono a produrre qui. Vedremo cosa succederà con questo nuovo gusto dato dal territorio vulcanico. Che poi, come tutti sanno, questo è un territorio non generoso come il calcare e va capito a fondo per cui qui il modo di fare vino può essere diverso. Si deve arrivare a comprendere bene il terroir. Poi c'è un quarto gruppo: è quello di chi non ha mai fatto vino, ma ha i capitali e decide di fare vino, un “business fico”. Il quinto gruppo è quello degli indigeni che stanno avendo una grossa opportunità”.

Chi è Andrea Franchetti?
“Ah, dei cinque gruppi descritti ritengo di fare parte di quello dei professionisti del vino. Chi sono? Prima di Sarteano ha trascorso un lustro a Bordeaux. Fuori dal vino sono uno che ha letto molto, ho mezzi importanti, vengo da una famiglia ricca, ebrea, livornese, di commercianti. Sono nato e cresciuto a Roma. A Venezia, a Ca’ d’Oro c’è un Museo Franchetti, fatto da un mio antenato. I miei familiari hanno sempre amato l’arte. Questa cosa mi ha trasmesso la visionarietà, cercavo un posto più freddo in Sicilia. Mi sento italiano, da nord a sud. Sono orgoglioso di essere italiano, per me è una delle cose più piacevoli. Ma nel vino sono più Bordeaux che Borgogna perché lì ho avuto le mie esperienze, quello era il gusto che mi piaceva molto. Dunque. Arrivo sull’Etna nel 2000, mi parlano di una tenuta splendida, ma abbandonata a Guardiola. Rimasi stupito dal gran numero di cantine presenti nel territorio. Sapevano da tanto tempo che si faceva vino buono ma non lo sapeva nessuno”.

Cioè?
“Sì. È così. Sull'Etna sapevano da tanto tempo che si faceva vino buono ma non lo sapeva nessuno”.

Cosa rischia oggi l’Etna?
“Un turismo di massa che spersonalizza il posto. Per il vino non so bene cosa rischia. È un mistero che l’uva costi così poco, ma credo che aumenterà. È un posto dove è possibile comprare buonissime uve. Ampliare il vigneto finchè si può non sarebbe male. Sono favorevole all’ampliamento della Doc. Oppure si può fare un’altra Doc che raggrupperebbe le vigne più alte. Oggi l’uva a bacca rossa si vende a un euro, credo che raddoppierà, ma non presto. Il prezzo medio delle bottiglie è troppo basso. Mettersi a fare la guerra dei prezzi per paura o incertezza o perché i grossi produttori hanno sempre fatto questo e lo applicano all’Etna è controproducente. L’arrivo dei piemontesi è stata la cosa migliore da questo punto di vista. Ma vorrei inoltre che la sovrintendenza facesse rispettare gli stili di costruzione. È un posto primigenio, fresco, non ancora abusato e molti piemontesi lo hanno notato”.

Come nasce l’idea di Contrade?
“La prima edizione è stata nel 2008. C’erano 16 produttori e Jancis Robinson che voleva venire qui. Ho invitato i produttori da me e il successo e l’allegria che è venuta fuori è stata fuori dal comune. Straordinaria. Ora mi sono stancato di fare Contrade per il grande afflusso. Siamo in tanti, quasi un centinaio. E per la prima volta lo faremo fuori da una cantina dopo che Alberto Graci Aiello lo ha ospitato per tre edizioni. Il 3 aprile saremo tutti al Castello Romeo, molto grande, verso Randazzo, ampi spazi e 22 ettari per il parcheggio. Qui sull'Etna la parola “Contrada” nasce dal fatto che le uve si compravano a contrade, diverse per qualità. Guardiola, che poi è il mio vino G, è la mia contrada del cuore”.