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Pubblicato in Il personaggio il 17 Marzo 2020
di Giorgio Vaiana
Chiara Lungarotti

Il vino, soprattutto quando è buonissimo, avvicina le persone, abbatte le distanze anche in momenti particolari come questi. Stappo una bottiglia di Torgiano Rosso Rubesco Vigna Monticchio Riserva 2013 di Lungarotti e il mio pensiero corre ai vigneti di Torgiano, al cuore verde dell’Italia, all’Umbria.

E a Chiara Lungarotti che di questa cantina assieme ai familiari ne è la proprietaria. Nasce così quest’intervista. Grazie a un sorso di vino che ci stimola alla condivisione dei pensieri e degli stati d’animo, seppur a distanza. Ma non importa.

Come va a Torgiano?
“Si va avanti. Tutto il personale degli uffici lavora da casa. L’azienda è comunque operativa, la produzione è in attività, dobbiamo evadere anche gli ordini, che per fortuna, non hanno smesso di arrivare. Per esempio dal nord Europa dove i monopoli di Stato non vogliono perdere la costanza della fornitura. Ma sappiamo che stiamo andando incontro a un periodo complicato. Il lavoro in campagna poi continua senza soste perché la natura non aspetta. E quindi potature, concimazioni a base di letame che ancora non avevamo completato. C’è tanto lavoro nei 230 ettari di vigneto nel territorio di Torgiano e negli altri venti di Montefalco. Ma tutto ovviamente tenendo rigorosamente conto delle misure di sicurezza”.

In queste ore dovevate essere a Düsseldorf...
“Sì. Esattamente sul volo di ritorno verso casa. Il ProWein per noi è un momento importante. Una tappa commerciale fondamentale. Tra i mercati europei dove esportiamo la Germania è il più importante. Una quota significativa di quel 45 per cento che va oltre i confini nazionali. La scelta di rinviare tutto al 2021 mi è sembrata attenta e ponderata”.

Vinitaly. Si farà o no?
“Tutto dipenderà da cosa accadrà nelle prossime settimane. Viviamo alla giornata con questa attesa del picco. Sperando che i contagi inizino a regredire e sperare che si possa cominciare daccapo e ripartire. Vinitaly è molto più importante di ProWein, i nostri clienti vengono a Verona da tutto il mondo e poi ci sono tutti quelli italiani. Vedremo”.

L’annata 2020 vi preoccupa?
“Più che l’annata siamo tutti un po’ preoccupati per questa situazione. Ma non smettiamo di essere curiosi e non ci fermiamo mai. Ma quest’anno bisognerà avere una grande elasticità mentale e capacità di adattamento”.

Secondo voi cambierà qualcosa nel modo di vendere il vino, nell’approccio ai consumi?
“Probabilmente sì. È una vicenda molto importante. Come? Non lo so dire. Teniamo le antenne alzate”.

Dicono che l’economia digitale subirà una accelerazione...
“Probabilmente per alcuni aspetti direi di sì. Ma posso dire che il vino è un prodotto magico, unico. Non è una commodity. Quello che fa la differenza è dare un volto, raccontare una visione. Una passione e questo non cambierà neanche questa volta. Cambierà probabilmente qualcosa nella comunicazione ma il rapporto umano che trasmette il vino sarà imprescindibile. Posso raccontare un esempio?”.

Certo.
“Pochi giorni fa ci ha scritto il nostro importatore da Shanghai. Era preoccupato per noi. Voleva spedirci un bel po’ di mascherine perché aveva saputo che in Italia scarseggiavano. Ci siamo commossi. Ecco. Uno dei miracoli del vino”.

Progetti pronti a partire?
“Presentare la riserva del brut metodo classico da uve Chardonnay e Pinot Nero. Una riserva di lunghissimo affinamento. Che segue il nostro spumante la cui prima annata risale ormai al 1980. Speriamo di avere presto l’opportunità di farlo assaggiare. Eravamo pronti per aprile al Vinitaly”.

Come trascorre ora le sue giornate Chiara Lungarotti?
“Le tappe quotidiane tra cantina e vigneti non mancano mai. Ma ho riscoperto un aspetto della vita domestica che non mi si addice molto. Tuttavia ha i suoi lati piacevoli”.

F.C.


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