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Pubblicato in Il personaggio il 23 Gennaio2013

La scrittrice statunitense racconta anche le sue passioni per l'olio e per la cucina italiana. E in Sicilia...


Faith Willinger

“Non potrei più vivere - ammette sorridendo - dove l’olivo non cresce”.

Faith Willinger - critica gastronomica americana, ma anche chef e scrittrice di importanti libri sulla cucina italiana - ha uno sguardo a tratti severo, che però quando sorride rivela la sua vera essenza: allegra, aperta e soprattutto sincera. Da trentacinque anni l’ambasciatrice della cucina italiana negli States (incontrata ieri pomeriggio durante l’evento Best in Sicily) vive a Firenze e da allora non ha mai smesso di amarla e di  raccontare agli americani una storia di vita che va oltre i sapori: “In Toscana” dice “ha avuto inizio il mio personale Rinascimento. Qui ho conosciuto mio marito, l’amore della mia vita, e sono letteralmente impazzita per la cucina regionale italiana”. Non c’erano in quegli anni libri interessanti su questo argomento. “Ho scritto allora a Jiulia Child, che ha fatto conoscere la vera cucina francese agli americani, chiedendole dei consigli su quale fosse l’approccio più giusto nei confronti di quella italiana. Jiulia mi consigliò di studiare con un cuoco ed io l’ho fatto. Ho scelto uno chef altoatesino, Andrea Hellrigl, perché parlava l’italiano peggio di me!”.

Faith (www.faithwillinger.com) decise così di cambiare direzione: dall’amore verso il guardaroba a quello per la dispensa, dalle scarpe firmate alla pasta designer. Rimanendo sempre fedele alla tradizione italiana e alla bontà dei suoi ingredienti: “La cucina italiana è molto diversa da quella italo-americana. Gli italoamericani cercano spesso delle scorciatoie, invece gli americani che si avvicinano alla cucina italiana, diventano ancora più appassionati dei primi perché per loro il prodotto di qualità non è un ricordo, ma una nuova conoscenza”. In America può capitare di vedere cambiati gli equilibri delle torte codificate nei secoli. Una cassata, ad esempio, può diventare una torta a tre piani. Si potrebbe parlare di una inclinazione al barocco che sfiora il parossismo. “Gli emigranti italiani - spiega la Willinger  - che arrivarono in America non erano chef, ma persone molto povere e con poche possibilità anche dal punto di vista gastronomico. Questo è il motivo per cui quando hanno potuto permettersi la carne, hanno trasformato le polpettine in una maxi polpetta. Quando invece hanno potuto fare una torta, l’hanno fatta a tre strati. Potremmo dire che hanno preso l’eccesso come una vera musa ispiratrice”. Agli italiani piace molto parlare di cibo e di vino. Oggi alcuni chef conducono trasmissioni televisive e sono diventate delle star mediatiche. Cosa pensa del moltiplicarsi dei programmi di cucina? Rimane a pensare alcuni istanti, poi dice: “Trovo questi programmi orribili. Non c’entrano nulla con la vera cucina. Io non sono mai riuscita a vedere una sola puntata di MasterChef. Queste trasmissioni, secondo il mio parere, non trasmettono alle persone una vera passione per la cucina. E’ soltanto puro intrattenimento, la cucina è un’altra cosa”.

In effetti stiamo vivendo una fase storica in cui il valore di cosa mangiamo e cosa beviamo ha assunto nuove valenze anche grazie alla comunicazione. Cosa accadrà, viene da chiedersi, tra dieci anni? Siamo destinati alla globalizzazione del piatto?: “Non credo che accadrà. Siamo sempre più proiettati verso un cibo di nicchia. Questo boom di grande visibilità aiuta ad aprire nuovi spazi e a dare nuovo slancio alle riflessioni perché il cibo o il vino sono sempre figli di un contesto senza il quale non potrebbero esistere. Prendiamo il vino siciliano. La prima azienda che ho conosciuto è stata Regaleali. Il vecchio conte mi fece conoscere i vitigni siciliani. Poi ho conosciuto le altre aziende. Prima, ad esempio, il  Cerasuolo di Vittoria era prodotto soltanto da Giusto Occhipinti, adesso è molto conosciuto anche all’estero come del resto i vini dell’Etna. La conoscenza del vino, però, è imprescindibile dalla storia del territorio in cui viene prodotto”. La Sicilia spesso fa notizia per la sua incapacità di fare sistema. Qual è la sua opinione al riguardo?: “Credo che le criticità, riscontrate in Sicilia non siano dovute alla sua incapacità di fare sistema, come spesso sento dire, ma alla mancanza di infrastrutture. Andare da Agrigento a Siracusa è davvero un’ impresa. Come mai non c’è un treno veloce che funzioni alla perfezione? Per questo motivo, come ho scritto recentemente in un mio articolo,  penso che la Sicilia sia un vero e proprio continente difficile da girare”. Parliamo delle eccellenze enogastronomiche di questa terra. Se potesse dare un premio a chi lo darebbe? “In Sicilia è davvero difficile decidere a chi dare un premio perché c’è una materia prima eccezionale, ma se devo seguire il mio cuore darei un premio a Pino Cuttaia. Io lo seguo da quando l’ho conosciuto e mi sorprende sempre!”.

Rosa Russo    

 
 
 
 
     
 
 
 

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