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Pubblicato in Il personaggio il 14 Marzo 2020
di Giorgio Vaiana
Walter Massa

 

Intervista al produttore piemontese sul momento che sta vivendo l’Italia. Preoccupazioni per il reperimento degli strumenti utili alla coltivazione dell’uva e nel rapporto con i clienti. “Che annata sarà la 2020?”. E poi una proposta per rinascere

di Francesca Landolina

Partiamo dal bicchiere mezzo pieno. In questi giorni di quarantena forzata, il vino, ancora una volta, dimostra di avere tanto da dire. Accade proprio così. “Si stanno aprendo e bevendo bottiglie rare e preziose. E a farlo non sono solo i winelover, ma anche tanti semplici appassionati che privati della solita, a fatica, ritagliata libertà dai consueti divertimenti, avendo più tempo trovano conforto, divertimento e piacere a aprire bottiglie di vini di grande valore, magari conservate da anni. Come ce lo spieghiamo? Del doman non v’è certezza?”. A raccontarcelo è Walter Massa, la più autorevole voce del Timorasso, il vignaiolo di Monleale, piccolo borgo in provincia di Alessandria, in Piemonte.

Lo abbiamo intervistato per riflettere su quanto sta accadendo, nella vita di tutti ma soprattutto nel mondo del vino. “Siamo in guerra ed è chiaro – afferma Massa – Ma partiamo da una nota positiva. Siamo già fortunati se, fino ad oggi, in questo preciso giorno di marzo 2020, non c’è nessun blocco per lavorare in agricoltura ed è una fortuna, sappiamolo, una dimostrazione di intelligenza di chi ci governa, perché quando la vita tornerà in movimento, le operazioni del lavoro in vigna dovranno essere terminate, la vite, la natura non ferma il suo ciclo. E, ad oggi, non ci stanno fermando per dare la possibilità di gestire la buona agricoltura e, in prevenzione, tutti i comparti del patrimonio agricolo italiano ed europeo”. Un piccolo sollievo quest’ultimo, tra tante preoccupazioni, che sono sicuramente lecite.

“Questa situazione ci spinge inevitabilmente a riflettere. Su noi stessi innanzitutto. Perché succedono queste cose? Fino a circa 80 anni fa – continua Massa – con una certa frequenza, anche in Europa, si facevano guerre. Era sbagliato che un fratello uccidesse un suo fratello, forse c’era una spiegazione, di certo non una giustificazione. Quale? L’essere umano ambisce al massimo del suo potere, anche con la forza, con deliri di onnipotenza, si pensi alla Seconda Guerra Mondiale e pure alla Prima. L’uomo ha sempre egoisticamente cercato di prevaricare i suoi simili. In questi anni, la civiltà ha fatto passi sempre più veloci, inventando mezzi di trasporto sempre più rapidi e di lavoro sempre più efficaci. Oggi sta succedendo quello che è successo nella viticoltura del passato, quando si sono importati oidio, peronospora e fillossera, ossia funghi e insetti a causa della riduzione dei tempi di navigazione fra continenti. Anche in questo caso, uno o più organismi viventi stanno attaccando l’umanità. Non mi metto ad indagare sul perché, non mi cimento su fantomatiche supposizioni. Come produttore, qualche domanda debbo farmela. Sta a me cercare di ragionare per quanto riguarda la mia azienda – dice ancora - su come fare fronte alla più grande emergenza che abbia mai riscontrato in 40 anni di lavoro. Sto parlando di azienda, non di famiglia. Per quanto riguarda il mio piccolo mondo di affetti, posso dire, usando il saluto dei friulani, ‘mandi’, ovvero che siamo “nelle mani di Dio”, ciò vale anche per la mia azienda. Ma l’azienda richiede scelte sociali, che non coinvolgono solo gli affetti e i propri cari. E penso che in queste situazioni a poco servano le associazioni di categoria perché le scelte da fare saranno tutte personali, per gestire quest’annata sul nascere in maniera ottimale, con grandi difficoltà”. “Anche qui la storia del mondo viticolo può essere di esempio. La fillossera – spiega - è stata combattuta con molte azioni sociali, ma è stata sconfitta dalle osservazioni di un farmacista di St. Etienne che possedendo nel suo giardino alcuni ceppi di viti americane (vitis labrusca) lussureggianti, capì che con l’innesto di vitis viniferae si salvava la viticoltura europea”.

Ed è proprio l’annata 2020 ad avere oggi un grande punto interrogativo nel mondo del vino. E a suscitare già qualche preoccupazione. “Il primo problema a cui si può andare incontro è quello dell’approvvigionamento delle materie prime – afferma Massa-. Se dobbiamo mettere a dimora delle vigne nuove, siamo in piena campagna di trapianti, le barbatelle preparate dai vivaisti devono pur arrivare. E speriamo che poi non manchino i pali, i tutori, i fili di ferro; queste materie prime devono poter arrivare tramite i rivenditori o sarà un grosso problema, prima che la vite inizi a vegetare. Una volta si lavorava in autunno portando a casa i pali di castagno, che in inverno venivano pelati e catramati per essere messi in dimora in primavera. Oggi stiamo abbandonando i ‘tempi della campagna’ per perseguire i ‘tempi della finanza’, siamo abituati a comprare al primo del mese per speculare su un pagamento a fine mese e, purtroppo, questa ‘sana speculazione’, lascerà qualcuno nei guai”, afferma. “Si è data troppa importanza al Dio denaro ed ecco le conseguenze. Il pensiero che più mi turba? - confessa il vignaiolo – I miei 30 ettari di vigna penso di riuscire a legarli con i legacci che ho in magazzino, ma zolfo e rame per contenere oidio e peronospora da fine aprile a metà luglio ci saranno? Spero che queste materie prime siano disponibili, perché altrimenti la quantità prodotta sarà dimezzata”.

Ma l’approvvigionamento delle materie prime non è la sola preoccupazione. “Il dramma più grosso sta nel mercato del vino. Da sempre ce l’ho fatta ad impostare la mia azienda per vendere il prodotto distribuendolo per il 25 % in Italia, per il 25 % in Europa per il 25% in Usa e per il 25% nel resto del mondo, perché da grande ottimista, ho sempre pensato anche al negativo. E così è stato sempre. Pensiamo al disastro nucleare di Fukushima, all’attacco alle Torri Gemelle; eventi disastrosi questi ultimi, che hanno causato crisi nei mercati, nei miei pensieri ho sempre contemplato potenziali embarghi e dazi. Se va in crisi il mercato da una parte, tuttavia, la tua azienda si salva da altre parti. Ma questa pandemia, Coronavirus, manda a quel paese il mio ragionamento e lo mette in discussione. Speriamo intanto che quello a cui assistiamo, immobili, in Italia non accada in Europa e in altre parti del mondo, che al momento restano in silenzio. Perché se ci sarà il giro del mondo del coronavirus, speriamo di no, ci sarà anche la fine del giro del mondo del vino di alta qualità italiano e di riflesso del turismo del vino. Siamo bravi a tradurre uva in vino ma non si può fare il contrario. E in tutto questo, penso non siano più i tempi, come i nonni dicevano, in cui un uomo con un’azienda agricola si può salvare dalla fame. La cosa sarà fortemente dannosa. Speriamo che i mercati esteri continuino ad assorbire il vino”, afferma.

Approvvigionamento, mercato in crisi e poi altre preoccupazioni: fatture insolute, mancanza di liquidità tra i distributori. “Il dramma più grosso è che i ristoranti, forzatamente chiusi, non incassano; se facevano già fatica a fare fronte alle fatture, adesso le rimandano indietro e i distributori, che sono la grande forza delle aziende vitivinicole, senza la liquidità potrebbero chiudere i pagamenti alle cantine e noi produttori, a cascata procrastinare i pagamenti rivolti alla produzione, per il salario, per acquistare tappi, bottiglie, etichette, scatole etc: un potenziale ‘effetto domino’, che farà vibrare l’economia mondiale”. Walter Massa non nasconde preoccupazioni, in un momento così difficile, in cui sembra mancare una bussola per orientarsi. “Con molto orgoglio, vi dico che per avere ciò che con la mia famiglia governo mi sono ‘imparentato’ con 5 banche e non so cosa succederà in futuro, ma la terra che ho avuto in prestito da Madre Natura l’ho pagata come tutti i materiali di conduzione, trasformazione e affinamento. Altro non so fare se non il vignaiolo e tutto questo ci dovrà far riflettere. Acuirà il nostro ingegno e aprirà le nostre menti? Occorrerà rivedere molte cose, quando tutto sarà finito. Ormai da una decina d’anni, con gli importatori insisto sui pagamenti anticipati. Ma non sappiamo cosa potrà accadere. Fallire per colpa tua ci sta, ma per un virus o per aver dato fiducia a tanta gente, magari sbagliata, non penso che ci farebbe piacere”.

Se anche le preoccupazioni sono tante, non manca tuttavia la fiducia. “I pensieri di oggi sono preoccupazioni che non avevo fino all’altro ieri – afferma -. Ribadisco che ad oggi possiamo ringraziare i governanti che con lungimiranza lasciano libera l’agricoltura. E si va avanti. Domani pagherò 12 persone che lavorano con me e per me, perciò resto ottimista affinché a settembre 2020 l’uva arrivi in cantina, nonostante ciò che accade intorno a noi. Oggi a pochi chilometri da casa mia un uomo è morto di coronavirus, ma in Cina il numero dei contagiati sta calando, quindi sembra che si possa tornare ad un pensiero ottimista e spero che 15 giorni di coprifuoco diano vantaggi e mettano in condizione l’uomo di riflettere, perché si vive di tante belle cose, ma è ora che si ricominci a pensare alla vita e a rivedere altre cose, ormai inopportune per questo vivere contemporaneo. Negli ultimi 30 anni la vita è cambiata moltissimo – prosegue - e l’uomo, egoista, fa per sé ciò che gli conviene e tende ad andare avanti a ritmi accelerati, ma portandosi dietro vantaggi di 100 anni fa. Cosa intendo? Circa 100 anni fa, per esempio, era giusto che un uomo come il sindacalista Giuseppe Di Vittorio facesse la sua partita, però oggi dobbiamo riflettere perché viviamo un’altra epoca. Per ogni ‘stupidaggine’ la colpa è del padrone? Credo sia ora di finirla. Perché se la colpa non è del padrone, arriva il coronavirus e salta tutto. Allora dopo quello che sembra già una ‘terza Guerra Mondiale’, riflettiamo. Le difficoltà di oggi ci aiutino e ci spingano ad aguzzare l’ingegno e la nostra intelligenza. Ne usciremo allora tutti più forti e più umili”.

E per tornare alla normalità, avanza una proposta: “Come è impensabile trascorrere un anno senza Natale e Pasqua, sembrava impossibile lavorare senza ProWein, Vinitaly ed altre eno-feste comandate, propongo alla Consulta del vino Italiano che raggruppa le massime organizzazioni che ruotano attorno al sistema vino di organizzare, sulla falsa riga di cantine aperte, “Vigne aperte anche agli astemi”, perché il nostro patrimonio culturale, paesaggistico, ambientale economico e ludico, in mille sfaccettature, deve essere fortemente condiviso tra tutti gli uomini di buona volontà, con tutti i sensi, e anche gli astemi si divertiranno e rivivranno. Vivere una giornata nelle vigne italiane con la macchina fotografica, la chitarra e/o altri strumenti musicali, il cavallo, il cavalletto del pittore, le specialità gastronomiche dei territori, il drone, la bici, il cane, la moto e…il bicchiere. Ovviamente tutto prevede le mani che si tocchino legando idealmente le vigne di tutta la penisola, perché mai come ora tocca a noi. Noi, uomini di agricoltura e di turismo avremo il ruolo ‘primario’ di rilanciare l’ottimismo ma soprattutto l’economia alla moda dei vecchi”.


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