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Pubblicato in L'iniziativa il 19 Maggio2020
In alto Federico Latteri e in basso Alberto Aiello Graci

“Sono arrivato al vino per amore. Già mio nonno aveva dei vigneti ai tempi e io dopo gli studi sono tornato con l’idea di fare il vino, quindi abbiamo trasferito i diritti di impianto sull’Etna e ho iniziato spinto dall’idea che si potessero fare dei grandi vini classici.

Per me un vino classico è un vino che riesce ad avere tutto nel bicchiere senza eccedere e l’Etna per me era una zona dove cercare questa classicità. La mia spinta è stata quella di andare sull’Etna per fare l’Etna rosso". Oggi siamo tornati sull’Etna per il nostro Wine Moment con Federico Latteri e ci siamo spostati sul versante nord in compagnia di Alberto Aiello Graci, della cantina Graci che, dopo una vita di studi e un impiego in banca, ha deciso di tornare per contribuire alla rinascita dell’Etna. “Negli ultimi vent’anni c’è stata una grandissima crescita del pensiero, - spiega Alberto – perché il vino è fatto anche con la mente. Si è creata una grande forza aggregatrice, portando anche produttori di altre zone d’Italia e fuori dall’Italia ad investire sul nostro territorio. Questo ha portato l’Etna ad avere una seconda vita del vino: l’imbottigliamento. Se parlo invece della zona Etna penso stia crescendo in modo “sano”, è una zona dove sono cresciute sì le quantità di bottiglie, ma anche a livello qualitativo c’è stato un gran salto. Basti pensare che le prime due zone in Italia che hanno fatto le menzioni geografiche sono state Barolo ed Etna per i rossi. Abbiamo dunque ragionato in termini di qualità".

Una zona “nuova” quella dell’Etna, ma già nota in tanti parti del mondo. “L’Etna è conosciuto fra gli addetti ai lavori o persone appassionate, specialmente in alcuni paesi come gli Stati Uniti, dove ha una posizione importante. Molta gente la paragona alla Borgogna, ed è un paragone che in termini di comunicazione facilita la comprensione, seppur l’Etna è molto diversa e dotata di grande varietà: l’Arcurìa rappresenta la leggerezza, la trasparenza, San Lorenzo gioca su una suntuosa complessità, Barbabecchi ha profondità ma anche grande energia, ogni zona ha una sua particolarità che affascina e avvicina i grandi amanti del vino”. Uva e vulcano, questo sono i vini di Graci, unici interpreti di un terroir straordinario. Tra questi, una vigna Quota 1.000 Barbabecchi. “E’ una vigna che quando la acquistai era di un pasticciere che voleva espiantarla per piantarci del Merlot – racconta - E’ uno dei vigneti più alti d’Europa e nonostante ciò non ne risente grazie al sole della Sicilia. E’ un vino diverso da tutti gli altri, ha sempre una nota un po’ speziata, orientale, rispetto alle altre vigne dotate di grande integrità mediterranea. E’ un vino che ha anche una grande profondità, seppur molto in alto. A volte si pensa che una vigna in alto dia un vino più trasparente, ma in questo caso il vino sfata i luoghi comuni”.

Oltre al vino, Alberto è un amante del mondo dell’arte. “L’arte ci può insegnare che a ogni vino ha una sua identità e non dobbiamo per forza paragonarci con gli altri. Un grande quadro di Caravaggio è immenso, ma un grande quadro di Francis Bacon è un capolavoro. E così è per i vini. Il Marsala ad esempio nasce da un processo ossidativo, che potrebbe essere considerato come un difetto, e intanto è conosciuto in tutto il mondo”.  E intanto si guarda al futuro con un progetto in collaborazione con la famiglia Gaja. Con il mitico produttore piemontese Angelo Gaja, infatti, hanno creato una società e hanno iniziato a produrre vini insieme. Le prime due etichette, presentate a inizio anno, si chiamano "Idda", ovvero "lei" in siciliano, uno dei nomignoli del Vulcano siciliano. Si tratta di un Doc Etna Bianco 2018 e di un Doc Etna Rosso 2017. “Sono orgoglioso di potare avanti Idda con la famiglia Gaja, ed è una grande avventura per me. I grandi vini lo fanno gli intellettuali e Angelo Gaja è una persona di cultura. Abbiamo delle vigne nella zona sud e stiamo umilmente cercando di conoscerla. Abbiamo piantato otto ettari di Carricante, ne avevamo dieci di rosso, e quindi è una grande scommessa”.

Giorgia Tabbita

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