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Pubblicato in L'intervento il 31 Luglio2018

di Daniele Cernilli, Doctor Wine

Quanto deve costare un vino di qualità? Una domandina semplice semplice che ha una serie di risposte diversissime fra loro. Cominciamo con qualche dato generale, dato a spanne, senza la pretesa della precisione assoluta.

Negli ultimi anni in Italia si sono prodotti in media 45 milioni di ettolitri di vino. Il fatturato globale del comparto è intorno ai 15 miliardi di euro. Questo vuol dire che un litro di vino italiano “vale” poco più di tre euro. Un valore medio, che comprende dal più scarso degli sfusi al Monfortino, ma che dà un’idea della situazione generale. In Francia il dato è di quasi sei euro, il doppio che da noi. Ovviamente se lo depuriamo dalla massa di vini sfusi e anonimi, senza denominazione alcuna, la cifra sale un po’, ma è indubbio che il vino non è un prodotto particolarmente remunerativo se inteso nella sua globalità.

Poi c’è un problema distributivo non indifferente. Del vino consumato in Italia, che è più o meno il 60% della produzione, oltre i due terzi sono venduti nella grande distribuzione e sono costituiti in massima parte da prodotti di primo prezzo. Per la massima parte dei consumatori dieci euro per una bottiglia di vino sono un sacco di soldi, cinque euro sono una cifra ragionevole. Non sto facendo un’analisi di mercato precisa e documentata, lo so bene, ma il “comune sentire” dei consumatori non particolarmente esperti o appassionati del settore è molto vicino a quello che sto sostenendo e i dati, pur approssimativi, che sto fornendo ci dovrebbero comunque fare riflettere.

Quando parliamo di vino fra persone che conoscono quel mondo, è facile sottovalutare il fatto che solo una piccola parte dei consumatori è disposta a spendere cifre superiori ai dieci euro per acquistare una bottiglia, almeno in Italia. In alcuni mercati esteri le cose sono leggermente diverse, ma c’è da dire che il consumo medio è molto più basso e riservato a una fascia di mercato più elevata che da noi. In ogni caso, anche negli Stati Uniti, per fare un esempio, se si superano i 9,99 dollari sullo scaffale (e vuol dire vendere franco cantina a non più di 2,50 euro) le vendite crollano.

Tutto va bene se si tratta di vini con denominazioni non particolarmente selettive, prodotti in quantità notevoli, che rappresentano una sorta di “minimo sindacale” di qualità. Se invece vini di denominazioni importanti e famose, per motivi vari, sono proposti a prezzi molto bassi, allora tutto diventa un problema. Un conto è fare un “vino” comune da una produzione di uva che supera i 250 quintali per ettaro, con lavorazioni meccaniche e in pianura. Un conto è farne uno da vigneti di collina, coltivati manualmente e con rese inferiori agli 80 quintali, magari in gestione biologica e che necessita di tempi di maturazione in legno. I costi di produzione possono variare molto, e se un vino prodotto nel primo modo può essere venduto anche a cifre decisamente basse, nel secondo caso, se non si spuntano prezzi adeguati, il rischio dell’annullamento del reddito agricolo e del conseguente abbandono della viticoltura è fortissimo.

Questo significa che se un Barolo a sei euro la bottiglia è venduto sotto costo, un bianchino siciliano senza denominazione a un euro potrebbe persino essere remunerativo. Ma è altrettanto chiaro che il prezzo finale è il risultato di molti fattori, dei costi di produzione, ma anche dell’immagine e della forza promozionale che le varie denominazioni e i diversi produttori riescono ad avere. Esiste una qualità intrinseca, insomma, ma anche una qualità percepita, e questa è in funzione del prestigio che denominazioni e marchi aziendali riescono a raggiungere. È un concetto tutto sommato semplice, ma non d’immediata comprensibilità per molte persone.

doctorwine.it

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