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Pubblicato in L'intervento il 21 Ottobre 2019
di C.d.G.

di Daniele Cernilli, DoctorWine

Quando nel 2005 uscì nei cinema Sideways iniziò negli Stati Uniti una vera e propria demonizzazione dei vini a base merlot. 

Il protagonista, Myles, interpretato dall’attore Paul Giamatti, a un certo punto del film fa una battuta molto pesante a proposito di quella tipologia di vini. “Se qualcuno beve Merlot me ne vado. Non berrò il fottuto Merlot”. Da allora, ma già da parte di molti appassionati c’era una presa di distanze da certi vini, i Merlot hanno iniziato a non essere più particolarmente amati dagli esperti di vino più raffinati, che li consideravano “piacioni”, “ruffiani”, “banali”, nella migliore delle ipotesi. La rappresentazione lampante di vini “marmellatosi”, “omologati”, poco interessanti e nei quali la varietà trionfava sull’origine e sul terroir. Chi apprezza i Merlot è uno “sfigato”, uno che si accontenta di caratteristiche scontate e che, sostanzialmente, esprime un gusto poco educato e una conoscenza enologica superficiale.  

Tutto questo derivava, più o meno consapevolmente, da una presa di distanze dalla posizione che anni prima ebbe Robert Parker, quando esaltò, come mai nessuno aveva fatto prima, i vini di Pomerol, in gran parte prodotti con il merlot, dando punteggi spesso superiori a quelli molto più famosi di Haut-Medoc, che prevedevano quel vitigno in percentuali più basse e comunque insieme a cabernet sauvignon e a cabernet franc come minimo. I Pomerol erano, secondo Parker, più adatti ai palati dei suoi lettori oltre che al suo, erano meno tannici, più comprensibili, potevano essere bevuti con minore invecchiamento, e quindi ricevevano da lui una considerazione e dei punteggi astronomici. E passi per Petrus, che era già famosissimo, ma di certo il volo verso valutazioni e prezzi inimmaginabili che ebbero vini come Le Pin, ad esempio, fu davvero impressionante. 

Detto questo la domanda da farsi, secondo me, è quale sia l’approccio corretto, o quanto meno ragionevole, rispetto a questo scenario. Forse vanno precisati alcuni aspetti. Il primo è che, contrariamente a quanto molti pensano, il merlot è un vitigno che “sente” le condizioni climatiche e pedologiche in modo molto profondo. Ama terreni argillosi, climi non troppo caldi, matura prima di altre varietà a bacca rossa. A Pomerol è stato coltivato prevalentemente da piccoli produttori, che non potevano avere vaste cantine per invecchiare i vini, che non potevano permettersi di rischiare con vendemmie protratte nel tempo e che avevano bisogno di vendere velocemente i loro vini per vivere. Quindi è paradossalmente la varietà più “contadina” della zona di Bordeaux. Proprio per queste caratteristiche si è diffuso in varie parti del mondo, e anche da noi, dove in Friuli, in Veneto e in Trentino Alto Adige esiste da almeno un secolo, e persino in alcune regioni del centro è abbastanza diffuso. Veronelli parlava del Merlot di Spello nelle sue Guide all’Italia Piacevole del 1969, il Merlot di Aprilia è una Doc da circa quarant’anni e il Montiano viene prodotto con successo da venticinque vendemmie. In Toscana esistono esempi di grandi Merlot, come Masseto, L’Apparita, Redigaffi, La Ricolma, Nambrot, che tutto sono tranne che vini “banali”, “ruffiani” e “marmellatosi”. 

La situazione, insomma, è un po’ più complessa di quanto non pensasse Myles in quel film, e accanto a vini mal fatti, che però esistono un po’ dappertutto e non derivano solo da merlot, ci sono dei veri fuoriclasse, vini “territoriali”, “originali”, e per nulla omologati. Anche in California, come il Three Palms Vineyards di Duckhorn prodotto a Calistoga, in Napa Valley. E se vi capitasse di trovarlo, anche se costa caro, provatelo, e vedrete che molti preconcetti si dimostreranno francamente infondati.

doctorwine.it


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