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L'intervento

Angelo Gaja: “Noi mai come la Francia. Serve un evento per promuovere la cultura del vino”

18 Giugno 2018
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(Angelo Gaja)

di Giorgio Vaiana

“Non sono abituato a parlare di fronte ai colleghi. Occasioni come queste cerco di evitarle, soprattutto perché ho 78 anni ed ecco perché, ve lo dico in anteprima, mi sono portato una traccia per essere sicuro di dirvi tutto”.

Angelo Gaja è il solito: quando parla lui, tutti pendono dalle sue labbra. Mai banale, la battuta detta al momento giusto, ma soprattutto spunti di rilfessione che i suoi colleghi si trascineranno per mesi. E' stato ospite della sessione estiva di VinoVip a Forte dei Marmi. Ha parlato di tutto: dal mercato dei vini italiani all'estero, al fenomeno delle cooperative, alla trasparenza dei finanziamenti pubblici, fino al Vinitaly. Oltre mezz'ora di conferenza “a braccio”: solo in qualche occasione ha dato un'occhiata ai suoi appunti. Per il resto il solito discorso pieno di cose interessanti, qualche parolaccia (ma sempre dove era giusto metterla) e un'esortazione ai colleghi: “Organizziamo un evento che trasmetta la cultura del vino italiano”. Parte alla lontana: anno 1978. Lui muoveva i primi passi nel mercato del vino italiano in America. Nessuno, però, era disposto a pagare i suoi vini così cari: “Non è tempo per te” gli dissero. Lui non si arrese. E anno dopo anno riuscì a creare le basi per uno dei suoi mercati di riferimento. Non si arrese nemmeno quando venne stroncato da un giornalista del Boston Globe oppure quando venne offeso da un enotecario di Miami: “Voi italiani vi siete montati la testa e state distruggendo il mercato”, gli disse. Eppure, fino a 25 anni fa, che nel mondo del vino non è poi così tanto tempo fa, le grandi cantine italiane non pensavano si potesse vendere a prezzi elevati: “C'era un gap culturale che ci ha fatto rimanere indietro”, dice Gaja. Che poi aggiunge: “E' solo grazie agli artigiani del vino che l'Italia ha pian piano recuperato al sua credibilità in fatto di vino. Gente come Biondi-Santi per fare un esempio, che hanno fatto intuire che i vini potevano essere venduti in un certo modo ed a prezzi più elevati”.

A proposito di prezzi, “smettiamola di fare la corsa sulla Francia – dice Gaja – La Francia non la batteremo mai sui prezzi alti. Perché noi sul mercato, a oltre 100 euro, immettiamo circa 1,5 milioni di bottiglie. La Francia 50 milioni. Solo Dom Pérignon 9 milioni. Ma non per questo dobbiamo farci venire l'esaurimento nervoso. Basta solo capire quali sono i nostri punti di forza e aggredire quel segmento di mercato. In ogni caso, credo che oggi nessuno possa competere con i francesi”. Poi Gaja avvisa: “Il clima sta cambiando. Forse non ci sono le prove scientifiche, ma tutti noi lo sappiamo e lo abbiamo visto – dice Gaja – Ecco, secondo me, la Francia ha molte più fragilità, su questo punto di vista, rispetto a noi. L'Italia ha 8 mila chilometri di costa; il mare da entrambi i lati che mitiga il freddo; le Alpi che ci proteggono. Se sapremo farci trovare pronti, saremo più competitivi di Francia e Spagna”. La chiave di tutto è il marketing: “Fatelo anche a luci rosse se serve – dice Gaja – ma fatelo. E' indispensabile. Bisogna far crescere l'appetibilità del vino italiano all'estero, serve che cresca l'interesse, ma soprattutto che ci siano persone disposte a pagare i nostri prodotti di più”. 

Poi capitolo cantine artigiane: “Non sono rompicoglioni che portano via il lavoro alle cantine grosse – tuona Gaja – Sono complementari. E lavorano facendo grandi cose pur essendo oberate di burocrazia. Bisogna, invece, farle crescere, perché loro, lasciatemelo dire, diventano importanti per tutto il mondo del vino italiano. Gente come Biondi Santi che ha fatto un vino Sangiovese al 100 per cento e tutti gli ridevano dietro; o Mario Incisa della Rocchetta che ha piantato Cabernet Sauvignon a Bolgheri quando tutti gli dicevano che era una stronzata; o ancora gente come Valentini che ha fatto un vino bianco straordinario con il Trebbiano, una varietà considerata uno schifo (Gaja usa un termine più “colorato”, ndr) 50 anni fa. Sono persone come loro che servono alla rinascita del vino italiano”. Oggi si parla di vino naturale, “che sulla totalità del vino italiano non rappresenta niente, ma guardate che cosa ha smosso sul mercato – dice Gaja – E da dove è partito? Dagli artigiani. Se sia più o meno buono a noi non interessa. Ognuno pensi alla definizione di vino naturale come meglio crede. E' una novità, che non penso durerà. Ma intanto lasciamoli stare. Ma soprattutto liberiamo gli artigiani dalla burocrazia”. 

Immancabile il capitolo dedicato alle fiere: “Alcuni produttori hanno chiesto di organizzare, negli anni pari in cui non si tiene VinExpo (la fiera di Bordeaux infatti si tiene solo negli anni dispari, ndr), un evento collaterale a Parigi – dice Gaja – I vertici della fiera hanno registrato che c'è un frangia che sta spingendo per spostarsi nella capitale francese perché a Bordeaux la fiera funziona, ma solo per loro”. Gaja così racconta di come i produttori francesi siano stati abili nel manovrare le fila giuste e carpire i migliori ospiti e giornalisti e portarli direttamente in cantina da loro: “Ormai è chiaro che VinExpo ha bisogno di molti più privati per sostenersi – dice Gaja – per sopperire alla mancanza di professionisti. Ma questi professionisti non sono certo spariti: se li “pappano” i 140/150 chateaux o negociant che organizzano eventi pazzeschi collaterali, anzi più belli, di quelli della fiera francese e che alimentano il successo dei loro vino. Quindi per queste personalità non ha più senso andare a VinExpo che rimane la fiera “degli altri” costretti a pagare alberghi con tariffe aumentate anche di 4 volte e con prezzi rivisti all'altro per tutto”. Ci si aspetta dunque, una stoccata a Vinitaly, che Gaja non frequenta più ormai da anni: “In Italia potremmo fare qualcosa di diverso? – si chiede – Certo, ma non deve essere una copia del Vinitaly, una fiera popolare del vino fatta in maniera straordinaria che serve molto a Verona e al Veneto e in parte ai mercati stranieri. Noi dovremmo essere capaci di fare un evento diverso, magari itinerante, ogni due anni. Un anno a Milano, un anno a Tokyo, un anno a Shanghai, un mix di stile di vita e di consumo culturale che metta insieme il vino e l'agroalimentare italiano, che non serva solo per fare assaggiare i vini, ma che abbia un grossissimo spessore culturale. Abbiamo bisogna di un regista che sia capace di fare qualcosa di diverso”. Chiusura sui fondi pubblici: “C'è bisogno di trasparenza – dice – di far capire che le cantine che assorbono e ricevono denaro pubblico non sono virtuose e che magari c'è anche complicità a far arrivare questi soldi da parte di qualche funzionario. Noi dovremmo imparare anche questi aspetti che ci possono servono per fare un po'di pulizia. Tutti devono avere chiaro quanti sono e come vengono distribuiti questi soldi”.