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L'intervento

Barolo Boys, la “lotta” tra tradizionalisti e modernisti. Quella volta che Conterno…

14 Febbraio 2022

di Daniele Cernilli, DoctorWine

“Ciao Daniele, sono Elio Altare. Era un po’ che non ci sentivamo e mi è venuta voglia di chiamarti”.

Mi ha fatto un piacere immenso, anche perché poi, in un’ora di chiacchiere, abbiamo ricordato molti degli episodi che hanno caratterizzato la nascita di quel gruppo di produttori che sono stati battezzati in seguito “i Barolo Boys” e ai quali è stato persino dedicato un film. Tutto va contestualizzato in un periodo della seconda metà degli anni Settanta, quando ci furono tre annate molto complicate per le Langhe, il ’75, il ’76 e il ’77. Vendemmie difficili, piovose, con uve che stentavano a maturare. Molti viticoltori non vinificavano e vendevano semplicemente le uve attraverso dei mediatori che lavoravano per gli imbottigliatori e gli “industriali” della zona. In quelle circostanze, per cercare di spuntare prezzi più bassi, aspettavano fino alla fine prima di acquistarle dai vignaioli, puntando sul fatto che questi, preoccupati perché avevano ancora i raccolti in pianta e continuava a piovere, vendessero tutto per quattro soldi.

Elio, che all’epoca era un ragazzo di 25 anni, si ribellò a questa situazione. Si dotò di qualche attrezzatura di cantina e cominciò a vinificare e nei fatti a produrre vino in proprio. Tra quelli della sua generazione era forse il primo. C’erano, è vero, alcuni piccoli produttori, i Mascarello, i Conterno, i Pira, innanzi tutto, ma erano eredi di tradizioni familiari, agricole, certamente, ma in qualche modo già esistenti da almeno un paio di generazioni. Per Elio le cose erano diverse. Era lui, giovanissimo, che doveva iniziare il percorso e non era facile. Scelse di usare le barrique, non tanto per una scelta stilistica ma per un’esigenza pratica: non aveva abbastanza vino per riempire delle botti grandi. Poi aveva conosciuto alcuni vigneron di Borgogna e sapeva che Angelo Gaja, che ha sempre dichiarato essere il suo ispiratore, faceva così. Provò a far macerare meno le bucce nel mosto, per ottenere un vino che potesse essere bevuto un po’ prima, non aveva il tempo e soprattutto il denaro per aspettare troppo, e partì come poté.

Divenne un esempio per altri, era riuscito ad affrancarsi dal ricatto strisciante dei mediatori, e dopo qualche anno, agli inizi degli anni Ottanta, parecchi piccoli vignaioli seguirono il suo esempio e il suo percorso. Si chiamavano Luciano Sandrone, Roberto Voerzio, Domenico Clerico, Elio Grasso, nel Roero Matteo Correggia, a Castagnole Lanze Giorgio Rivetti, ma solo per citare i primi. Ognuno con idee diverse, con percorsi differenti, ma con l’intenzione di fare i propri vini e di non svendere più le uve come avveniva spesso in precedenza. Fu un fenomeno sociale più che un modo stilisticamente diverso di fare vino, quindi, e ridurre tutto all’uso di barrique, di macerazioni meno lunghe e di potatura verde in vigna, eliminando parte dei grappoli prima dell’invaiatura, è una semplificazione che non rende giustizia alle vere ragioni di una vera rivoluzione produttiva in Langa.

Come spesso accade in Italia, e forse non solo, nacquero polemiche e contrapposizioni fra i “tradizionalisti” e i “modernisti” e gran parte della critica si schierò dall’una o dall’altra parte. Non voglio stare a rivangare episodi vari e qualche volta non troppo piacevoli. Voglio solo ricordarne uno. In pieno periodo “polemico” Carlo Petrini mi chiese di guidare una degustazione comparativa in un Salone del Vino di Slow Food a Torino. Tre Barolo di Elio Altare e tre di Giovanni Conterno, vale a dire i due mentori rispettivamente degli innovatori e dei tradizionalisti, con loro due presenti oltretutto. Mi aspettavo tensioni e discussioni anche aspre, invece ognuno di loro due fu gentilissimo nei confronti dell’altro e alla fine Giovanni Conterno disse “oggi abbiamo assaggiato degli ottimi Barolo”, da gran signore qual era. E non aggiungo altro.

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