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Pubblicato in L'intervento il 04 Luglio 2020
di Giorgio Vaiana
Nicoletta Polliotto

Comunicare in modo efficace sul web il proprio progetto legato al food e alla ristorazione. Dalle aziende agricole votate al territorio, alle piccole industrie di trasformazione e i ristoranti stellati, la comunicazione del brand food ha subito i contraccolpi di una pandemia inaspettata.

Ma per reagire al momento storico e cavalcare la digital transformation, l’ingrediente giusto resta sempre soddisfare il pubblico atteso, valorizzando la propria storia. La pensa così Nicoletta Polliotto, digital project manager dell’agenzia Muse Comunicazione, esperta di food & restaurant marketing. Autrice del libro “Ingredienti di digital marketing”, edito dalla Dario Flaccovio editore, la Polliotto è intervenuta in una live intervista su Facebook per parlare di brand food e strategie efficaci di comunicazione per ristoratori, con un punto sullo stato dell’arte nel periodo post Covid-19. E se stando ai primi dati della Fipe, la Federazione italiana pubblici esercizi, da una prima analisi delle attività commerciali, qualche decina di migliaia di imprese chiuderanno, uno degli elementi di discrimine, secondo la Polliotto, resta l’incapacità di intercettare bisogni e strategie, oggi sempre più necessariamente digital.

“Il periodo che stiamo vivendo, il cosiddetto periodo post Covid-19, ha lasciato una ferita profonda in tutti noi, non solo sul piano umano, ma soprattuto sotto il profilo economico – dice Polliotto - i settori che in Italia sono i più colpiti sono quelli dell’incontro, della convivialità e della food experience. Per paradosso, proprio in un momento storico in cui la sala stava vivendo un periodo di rinascita, ne siamo rimasti privati. Ma come reagire a una realtà cui non eravamo preparati? Di sicuro è stato avvantaggiato chi aveva già sposato il digitale, chi ovvero aveva già compreso l’innovazione e i bisogni rinnovati degli utenti. In due mesi, gli scienziati parlano di una digital transformation che sarebbe occorsa in due anni. E su questa dobbiamo lavorare: le strategie vincenti sono sempre l’attenzione al pubblico, al sentiment legato al piatto, ai bisogni e all’esperienza dei clienti, solo così si superano le paure così, si supera lo sbigottimento”.

Quanto allo storytelling del brand food, sembra che abbia subito anch’esso un'accelerazione. Ma attenzione non tutte le storie sono efficaci. “Lo storytelling è fondamentale, lo è stato dall’inizio dei tempi e lo è soprattutto oggi, dove la comunicazione è sempre più legata all’emozione. Ma lo storytelling non esaurisce l’importanza del cosa stiamo raccontando, bisogna costruire messaggi adeguati per valorizzare la nostra offerta commerciale soprattutto se siamo un commerciante o un ristoratore. Abbiamo ascoltato in questi giorni di lockdown tanti cliché: standard fotocopiati. Agli occhi dell’utente il brand perdeva credibilità e interesse: bene allora raccontiamo una storia, la nostra storia, con un progetto comunicativo dietro, la storia del proprio prodotto e del brand. In ultimo, comprendiamo a quale pubblico ci stiamo rivolgendo, così potremmo veicolare diverse tipologie di contenuti: dalle parti più descrittive, alle ricette raccontate, ai video how-to-do, ogni percorso ha la sua esperienza”.

E in un momento in cui anche il brand food rischia rapidi oscuramenti o inflazioni, la comunicazione positiva e critica aiuta a non risultare approfittatori o poco credibili. “Comunicare di esserci, non sparire e dimostrare di non volere approfittare della situazione vendendo qualcosa a tutti i costi, imponendo il proprio brand. Non lanciare soltanto messaggi orientati al sales o commerciali – conclude Polliotto – ricordando che gli ingredienti vincenti sono la vicinanza all’utente, la condivisione di valori, dalla sostenibilità all’attenzione all’ambiente. E poi c’è il fattore solidarietà, il valore che si fa azione, che crea autenticità e vicinanza dando una mano: di esempi virtuosi ne abbiamo visti tanti in questo periodo, dal ristorante Piazza Duomo che si è messo a disposizione dei suoi clienti, allo chef Cerea di Bergamo che ha difeso la città, andando a cucinare dentro l’ospedale, in piena pandemia. Il brand del cibo non deve però fare politica, non deve schierarsi, ma non può essere fuori dal campo. Questo, il mantra narrativo che sarà perpetuo e che durerà anche nella fase 3, del rilancio e della rinascita; abbiamo tanta strada da fare cerchiamo di farla insieme e bene”.

C.d.G.


Commenti   

0 #1 Enzo Pollono 2020-07-04 20:48
Articolo stracolmo di termini inglesi che potrebbero, in gran parte, essere sostituiti da parole italiane. Ma trovo particolarmente patetico e miserevole L`uso di Food anziché di Cibo. Indice non di cosmopolitismo, ma di uno scoraggiante provincialismo. )(
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