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Pubblicato in L'intervento il 06 Aprile 2020
di Giorgio Vaiana
Åsa Johansson

 

Abbiamo chiesto ad Åsa Johansson, giornalista svedese che da parecchi anni vive in Italia di raccontarci il suo Paese in questo momento. Tra i pochi al mondo che non ha sigillato la popolazione a casa. Ecco il suo articolo.

di Åsa Johansson

Il coronavirus e la Svezia? Quali sarebbero le raccomandazioni? Sono obbligatorie o i cittadini possono scegliere come interpretarle? Lo chiede un giornalista inglese ad epidemiologo svedese Anders Tegnell durante una conferenza stampa a Stoccolma. Anders Tegnell sorride e risponde che per gli svedesi le raccomandazioni sono come leggi, la popolazione le segue. La Svezia è la grande eccezione in una crisi globale senza precedenti. La nostra obbedienza ci salverà? Ci renderà un caso unico al mondo? Reggerà la sfida o ha preso una strada senza ritorno e si scontrerà con la dura realtà come quasi tutti gli altri Paesi colpiti dal coronavirus?

In questi giorni mi sono arrivate numerosi messaggi e domande di questo tipo sulla situazione svedese. Sinceramente non so cosa rispondere. Sento amici e parenti in Svezia e ognuno sembra avere un’opinione propria su come la Svezia sta gestendo la crisi del virus che sta mettendo in ginocchio un mondo intero. Il mio amico Mattis ha 42 anni e soffre di diabete di tipo 1. Di lavoro fa l’agente di caramelle che vende ai supermercati di Stoccolma e si è messo in quarantena da solo. “Al lavoro mi hanno detto che potevo scegliere se continuare a girare o lavorare da casa. Ora la cosa difficile è spiegare alle mie due figlie che non voglio che portino amici a casa. Mi dicono che esagero, visto che vanno ancora a scuola”, mi dice preoccupato al telefono. Quando ci sentiamo, Mattis ha appena parlato con un altro nostro amico, Fredrik, che ha la nostra età e che sta aspettando un trapianto di cuore. “Mi ha chiesto perché la società non lo difende”. Non sapevo cosa rispondere. “Perché non lo difendiamo?”, chiede in modo retorico.
Di mettersi in quarantena da solo lo ha fatto anche un altro amico, italiano, che vive a Stoccolma da qualche anno.

“Non mi fido degli svedesi, mi sembra assurdo quello che fa la Svezia. Vogliono che il virus si diffonda in modo lento, ma senza imporre restrizioni che infliggono sulla libertà delle persone. Sacrificano chi è debole o anziano per salvare l’economia. Roba da matti”, mi scrive in un messaggio su WhatsApp. Un'altra amica, infermiera, che lavora in una casa di riposo a Stoccolma è nel panico totale. “Ci hanno detto che va bene lavorare senza protezione, e cosi vado a lavorare in un posto con persone anziane ad altissimo rischio, in maniche corte e senza maschera”, mi dice con voce tremante. Infatti, negli ultimi giorni ci sono stati tanti articoli che riportano il problema della mancanza di camice di protezione e di mascherine per il personale sanitario.

“L’epidemiologo Tegnell qualche giorno fa diceva che tutta quella protezione non era necessaria, come fa a dire una cosa del genere?”, si chiede l’amica infermiera. I quotidiani svedesi riportano storie di medici che comprano cappotti di plastica antipioggia in negozi fai da te (tipo Leroy Merlin), maschere da sub e altre invenzioni per proteggersi come meglio possono. Un medico ha perfino saltato tutta la fila burocratica e ha scritto direttamente ad un medico in Cina, che è riuscito a inviare migliaia di mascherine. Perfino i nostri vicino di casa, Danimarca, Norvegia e Finlandia sono perplessi su come viene gestita la situazione in Svezia. Mia mamma, che ha appena finito i cicli di terapia contro un tumore al seno, è scappata da Stoccolma, la zona in questo momento più colpita, alla nostra casa in campagna, due ore al sud della capitale. “Ci siamo fermati a fare la spesa in campagna e la signora alla cassa mi ha offeso dicendo che eccoli, gli stoccolmesi viziati che diffondono il virus al resto del Paese” e continua, “Non mi sorprende che "quello là" ha così tanti voti”, dice.

“Quello là”, sarebbe Jimmie Åkesson, nome che mia mamma si rifiuta di pronunciare. Lui è il leader del partito di estrema destra, Sverigedemokraterna, (i democratici della Svezia) che in questo momento è il più grande partito in Svezia con 23,9% dei voti, contro il secondo, i Socialdemocratici con 23,1%. Jimmie Åkesson è l’unico dei leader politici che rema contro la strategia svedese della mitigazione. “Se avrà ragione, mi fa più paura il dopo, che la situazione col virus”, dice la mamma preoccupata. Altre persone che mi scrivono sono d’accordo con la strategia svedese.  “Bisogna salvare l’economia altrimenti sarà un collasso e colpirà più persone che il virus stesso”, dice una conoscente in un messaggio su Facebook.

Ad esempio, l'economista Kerstin Hessius, in precedenza direttrice della banca nazionale svedese e della borsa di Stoccolma, ha fatto notizia dopo diversi interventi duranti i quali ha avvertito di un possibile “collasso del sistema” e della “massiccia disoccupazione”, come conseguenza del virus. Cosi le attività rimangono aperte, esattamente come scuole, trasporti pubblici e uffici. Il governo ha raccomandato di non viaggiare, di evitare contatti con persone anziane e sono vietati raduni con più di 50 persone. Anche i ristoranti e bar, tra cui anche Eataly Stoccolma, sono aperti. Ciò non vuol dire che stanno andando bene, visto che la maggior parte delle persone hanno ascoltato le raccomandazioni e fuori dal lavoro rimangano a casa. Tutto il settore della ospitalità svedese è già in crisi. Migliaia di persone sono in cassa integrazione e i ristoratori e albergatori sono disperati. Qualche giorno fa uno degli chef più famosi in Svezia, Niklas Ekstedt, piangeva in televisione perché rischia di chiudere e aveva appena dovuto licenziare persone che lavoravano con lui da anni. “Cosa dirò al nostro lavapiatti di Rinkeby (uno dei quartieri più poveri a Stoccolma e di altissimo percentuale di disoccupazione e di immigrati, ndr) che è con noi da sei anni e che è l’unico ad avere uno stipendio in famiglia?, diceva a fil di voce. Il pacchetto salvezza svedese non li salverà perché sarà difficile avere un prestito, anche e tasso zero, se non hai un flusso di cassa, scrivono molti ristoratori sui social media.

Alcuni, forse gli unici, ad andare alla grande sono i supermercati e il monopolio di Stato delle vendite di alcool, Systembolaget. “Confermo che le nostre vendite sono aumentate, le persone comprano le stesse cose, forse un po’ di più, ma non in modo esagerato” dice Sofia Brännborn, dall’ufficio stampa di Systembolaget. Invece è una catastrofe per i piccoli importatori che non sono dentro il monopolio, ma vendono vino direttamente alla horeca e alla ristorazione. I piccoli importatori sono quelli che rendono vivo il mercato del vino in Svezia. Loro che importano piccoli produttori di qualità e che educano il gusto svedese altrimenti molto mainstream, visto che al monopolio regna il bag-in-box di bassa lega e a basso prezzo. Pernilla Nilheim, da Vinolio, piccolo importatore di qualità (importa per esempio Ayunta e Nino Barracco in Svezia) ha dovuto trovarsi un altro lavoro, in una farmacia, per sopportare il periodo difficile. Non è l’unica.  Alcuni ristoratori e wine bar, chiedono al governo svedese di fare un’eccezione e poter vendere bottiglie di vino direttamente al cliente, cosa normalmente illegale in Svezia visto che il quel diritto spetta al monopolio. Darebbe al settore una piccola possibilità di sopravvivere.

“Non capisco perché il governo ci dia tutta questa responsabilità di combattere il virus in libertà, ma non ci fanno comprare una bottiglia di vino a portare a casa dal ristorante”, scrive il giornalista Krister Bengtsson su Winelist.se Chissà se la strategia svedese della mitigazione, cioè rallentare i contagi finché non si raggiungerà l’immunità di gregge o finché non arriverà un vaccino, funzionerà? Il regista italo svedese, Erik Gandini, che ha fatto il bellissimo documentario, “La teoria svedese dell’amore”, in cui racconta la sua visione della solitudine e dell’individualismo svedese, dice in un’intervista al quotidiano svedese Dagens Nyheter “che gli svedesi vivono sempre come se fossero in quarantena”. Non ha tutti torti. Sarà quella la nostra salvezza? La popolazione over 65 rappresenta solo il 17% della popolazione e in Svezia non viviamo insieme ai nostri nonni o anziani. La Svezia ha uno dei più alto numero di abitazioni per persone singole in Europa. Ci baciamo e abbracciamo poco quando ci vediamo. Non ci fermiamo in piazza a chiacchierare. Siamo quattro gatti su un territorio grande, abbiamo lo stesso numero di abitanti della Lombardia (circa dieci milioni) ma una densità di 23,1 abitanti per chilometro quadrato, contro 422,76. Ci sono tanti medici pro capite, ma in questa situazione la cosa cruciale sono i posti in terapia intensiva, che in Svezia sono tra i minori in Europa. Uno studio scientifico pubblicato nel 2012 mostra che la Svezia aveva quasi la metà delle unità di terapia intensiva per persona rispetto alla media europea. Solo il Portogallo ne aveva meno.

Quindi non so cosa rispondere. Ce la faranno gli svedesi? So solo che sono grata di essere in Italia in questo periodo. Perché quando ci sono situazioni catastrofiche voi italiani siete i migliori. A differenza di noi svedesi avete vissuto povertà e guerre non tanto tempo fa, combattete terroristi e mafia e siete pronti ad intervenire quando c’è un terremoto o un’eruzione vulcanica. Siete abituati. Noi no. Noi svedesi pensiamo sempre che non succederà a noi. Mi chiedo se lo pensiamo anche questa volta? Come nel 2004, in Thailandia durante la catastrofe dello Tsunami, che ha ucciso 543 svedesi che erano lì in vacanza. La mia amica Charlotta ha raccontato che era rimasta delusa, perché quando a bruciapelo si era salvata la vita salendo su un tetto, si aspettava che lo stato svedese inviasse degli elicotteri per portarla a casa. Invece non è arrivato nessuno. E mentre lo stato italiano portava a casa i suoi, lo stato svedese per tanto tempo è stato incapace di reagire. Non c’era un protocollo di emergenza e quindi nessuno sapeva cosa fare. Alla fine, Lottie Knutsson, in quel momento capo della comunicazione di un grande tour operator, ha mandato i loro aeroplani privati per portare a casa i nostri connazionali. Da allora Lottie Knutsson è un eroe nazionale, perché ha fatto una cosa molto poco svedese. Ha reagito, ha preso delle decisioni e si è preso della responsabilità in una situazione di emergenza. Vi potrei fare mille altri esempi, ma mi fermo qui. E per ultimo vi ripeto di essere grata per essere in Italia in questo momento. Di questo sono certa. E siamo in tanti, noi stranieri che abbiamo scelto di vivere qui, ad avere questo sentimento. Perché quando ami qualcuno per davvero, lo si ama anche nei momenti di difficoltà – e forse in quei momenti lo si ama perfino ancora di più.


Commenti   

+2 #1 fabio conticello 2020-04-07 12:23
Ottimo articolo, interessante comprendere i diversi modi di approcciarsi a questa situazione da parte dei diversi paesi.
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