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L'intervista

Le aziende italiane esportano con difficoltà, Boscaini: “È colpa dell’euro sopravvalutato”

05 Dicembre 2014
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“Gli effetti di un euro sopravvalutato penalizzano le esportazioni in una situazione in cui le aziende sono obbligate a puntare sull’export per tornare a crescere”. A dirlo è Sandro Boscaini, presidente di Federvini, intervenendo a wine2wine, a Verona. 

L’Italia è uno dei paesi dell’area euro che soffre di più sia per la sua debolezza strutturale, sia perché abbina un mercato interno debole a una forte dipendenza dalle vendite estere, frenate dal vincolo valutario.

Ma come si può ovviare a questa situazione? 
“Le contromisure andrebbero ricercate in miglioramenti di competitività interni, riduzione dell’imposizione fiscale e del costo del lavoro, entrambi tra i più alti d’Europa. Questo insieme di elementi di debolezza ha comportato una perdita di competitività anche nei confronti degli altri paesi dell’area euro. La moneta forte, a determinate condizioni, può anche consentire un miglior rapporto fra prezzi e merci vendute rendendo attiva la bilancia commerciale. É sul rafforzamento di queste determinate condizioni che dovrebbero puntare i prodotti a marchio del “made in Italy” che, se da un lato si è agganciato al processo di accelerazione del commercio mondiale, dall’altro deve fare i conti con l’euro forte, ma soprattutto con i vincoli del sistema Paese principalmente legati a eccessiva regolamentazione, tempi lunghi e scarsa efficienza della pubblica amministrazione, alta tassazione, restrizione del credito e stagnazione/recesso della domanda interna”.

Fattori che portano a spinte verso logiche di svalutazione della moneta quale “soluzioni a mali interni” non risolvibili a breve termine, per l’incapacità a mantenere sufficientemente bassi i tassi di interesse sul debito pubblico, che può calare solo grazie alla crescita.

Ma come possono fare i prodotti a raggiungere i mercati internazionali, che spingono le aziende ad andare all’estero davanti all’aumentare della domanda potenziale di made in Italy?
“Entrare nei nuovi mercati è comunque una grande sfida per le Pmi italiane. In un’ottica di medio termine essi costituiscono l’arena competitiva, dove confrontarsi con i concorrenti internazionali e i luoghi dove intercettare le tendenze che sono destinate a diventare globali. L’analisi dei settori del made in Italy che hanno avuto maggiore successo sono legati a una tradizione centenaria di brand riconosciuti nel mondo. Prodotti posizionati nelle fasce alte del mercato e marginalità dovute all’originalità e ad un elevato grado di innovazione dove l’internazionalizzazione non è stata perseguita con logiche di delocalizzazione esclusivamente finalizzate a vantaggi competitivi di costo sostenibili solo nel breve periodo, ma secondo un indirizzo più lungimirante di apertura responsabile ai mercati esteri intesi come strumenti potenziali di crescita in termini di margini e ricavi mediante l’integrazione nel tessuto economico, sociale e ambientale del Paese contribuendone alla sua crescita sostenibile”.

Internazionalizzazione non vuol dire però solo esportazione. Come deve essere gestita? 
“Un altro elemento chiave per reggere la competizione internazionale è di saper gestire aziende complesse che operano su mercati con regole e culture diverse che devono produrre capitale umano con le conoscenze e le competenze richieste. E questo in Italia non sta avvenendo nei tempi richiesti dai mercati. Di conseguenza, le imprese devono investire e provvedere in autonomia anche a questo aspetto fondamentale. La crescita nei mercati internazionali va poi anche di pari passo con la disponibilità di risorse da investire nei processi di internazionalizzazione. Un processo d’internazionalizzazione comporta livelli di investimento ben più consistenti di quelli necessari per un’attività di mera esportazione”.

Elisa Costanzo, Verona