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Pubblicato in L'intervista
di C.d.G.

Nel vino l’amore per la vita. Perché “la pianta che non si muovescrive va guardata e in qualche modo ascoltata.

Elisabetta Foradori (nella foto), agronoma ed enologa di provata esperienza, è una donna che sa mettersi in ascolto. Nel vino, nella quotidianità del lavoro in vigna riesce a intravedere una grande metafora della vita interiore e una grande ispirazione per i suoi pensieri, puntualmente declinati (con grande temperamento lirico) nel sito - zibaldone della sua azienda. La vigna, infatti, è un po’ come lo spazio interiore della nostra vita: un luogo di lavoro, spesso silenzioso, di semina e di raccolto. A volte basta una violenta grandinata per mandare tutto all’aria, ma poi tutto torna in ordine in un continuo divenire che pone fine alle attese e ai timori. Giunto il tempo della vendemmia poi è il vino a rimanere in silenzio costruendo il suo carattere, chiedendo pazienza a chi lo ha fatto e curato.                  
  
Fare il vino è un qualcosa che ha molto in comune con il paradigma della geografia emozionale. Perché un produttore di vino è anche il costruttore/scopritore di autentiche mappe di emozioni spesso in divenire. Cosa rappresenta per lei questo mestiere?
Questo lavoro nella vigna, per me, è prima di tutto un atto creativo. Rappresenta quello che sono oggi, il mio passato e il legame con la mia terra: il vino, a ben guardare, è anche qualcosa di cui si deve avere cura e che ci rappresenta. Lavoriamo fra le montagne, nei nostri 26 ettari di vigna, coltivando il  Teroldego (80%), il Manzoni Bianco (15%) e il Nosiola (5%) producendo in media centosessantamila bottiglie ogni anno, ma il nostro compito è soprattutto quello di trasferire tutto il carattere della terra trentina dentro ogni nostra bottiglia”.

Parliamo di coltivazione biodinamica: due parole che implicano tutto un modo di vivere, osservare e lavorare la terra. Quali sono i rischi e i vantaggi di una scelta così radicale?
Se i vini sono accompagnati dalla presenza assidua e continua della persona nella vigna, i rischi nella biodinamica non esistono. Allora tutto cambia: quello che prima metteva paura diventa parte di un sistema vivente. Nella biodinamica c’è tanta curiosità e tante cose nuove da scoprire: ogni stagione rappresenta sempre un momento nuovo da curare con la massima attenzione. In essa c’è la possibilità di mettersi in gioco, di mettersi in contatto direttamente con la natura. Un protocollo semplice, banale legato alla chimica può anche dare qualche sicurezza però in realtà non è più espressione autentica di quello che uno fa: è soltanto un agire condizionato. Il contadino una volta osservava, comprendeva le fasi delle stagioni, le studiava magari poi arrivava la grandinata e metteva tutto in discussione, ma sui fattori climatici non si può intervenire. Ecco è soltanto questo l’unico rischio del biodinamico”.

Dal mese di Agosto 2012 entrano in vigore le regole europee sul vino biologico. Quali invece le prospettive per il vino prodotto dall’agricoltura biodinamica?
 “Il biologico e il biodinamico rappresentano due realtà molto diverse: per legge noi dobbiamo prima certificare i biologici e poi i biodinamici. Il biologico è molto legato alla materia e quindi ha una dimensione diversa del biodinamico. In Italia è entrato in vigore un disciplinare di trasformazione dall’uva al vino: ora se qualcuno ha bisogno di riferirsi ad un disciplinare, dovrebbe prendere come esempio proprio questo - appena approvato, il disciplinare biodinamico Demeter Italia, in fase di convalida da parte di Demeter Internazionale - che risulta essere migliorativo rispetto agli esempi europei e che va oltre gli standard del biologico. Purtroppo quando si entra nell’ambito della regolamentazione ci si scontra anche con delle mode del momento e con gli interessi delle industrie”.         



Quali sono le aspettative per la vendemmia 2012?
Prima di tutto speriamo che smetta di piovere! Ogni vendemmia è un momento di crescita e di attesa: accompagnando il vino in tutte le sue fasi ogni anno ci sono delle espressioni completamente diverse che vanno puntualmente interpretate. E’ certamente un momento di prova, ma che non può e  non deve essere ridotto soltanto in cifre e nelle aspettative dei pareri dei critici: ettolitri di vino prodotti, gradazione media, bilanci e aspettative dei mercati. Spesso poco traspare di un momento estremamente concreto e anche simbolico quale quello della trasformazione dell’uva in vino”. 

Lei è madre di quattro figli. Oggi in cui non si ha nemmeno la percezione che esista “un dover essere e fare” ritiene che la costruzione di un’etica legata anche alla terra possa essere un modo per coltivare la vita interiore?
“Sì direi che è uno dei modi possibili. Nella natura si ritrova l’essenza della propria vita. La natura è vita incondizionata e i figli sono un dono da ricevere il più possibile: un segno di grande ottimismo e di grande fiducia nei confronti della  vita. I miei figli hanno una madre che lavora con la vigna e questo prima o poi entra nel sangue. Io ho cercato di metterli in contatto con la natura e con il loro vero io poi saranno liberi di scegliere la strada che vogliono anche se a volte le passioni si tramandano … ”.    

Rosa Russo


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